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25 Settembre Set 2018 0830 25 settembre 2018

La necessità di un nazionalismo europeo

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Alessio Mazzucco

Quando la tragedia della guerra ha esploso i suoi ultimi colpi, la nostra cultura politica ha drasticamente eliminato parole scomode dal proprio vocabolario: nazionalismo, epica, scopo, destino, fine. La volontà di evitare tragedie, il desiderio di riappacificare un continente che ha conosciuto pochi decenni di pace su più di due millenni di guerre, ha costretto tutti a dimenticare l’inebriante narrazione di civiltà per dedicarsi a una più sana – e pragmatica – esistenza individuale. Ha funzionato, per circa settant’anni. Ora il meccanismo si è rotto.

È da parecchio tempo che vorrei scrivere un articolo su questa idea, ma la necessità di trovare le parole giuste, di calibrare i pensieri per non dovermi scontrare con il politically correct, ha tardato la stesura. Il punto fondamentale è: nessuna esistenza sopravvive alla mancanza di uno scopo, di un fine, di una narrazione che proponga un punto d’arrivo oltre le difficoltà e gli ostacoli del quotidiano: non un libro, non un film, non una vita umana. Eppure, costruendo la più grande area di libero scambio, ricchezza ed eguaglianza del mondo, nessun europeo ha mai tentato di accendere i cuori dei cittadini per un progetto tanto sublime. Macron ha provato, a tratti, a rivestire il suo europeismo di una patina narrativa, ma senza un fine non si genera un mezzo e se il mezzo è l’istituzione europea, al momento l’Europa non ha scopo, né un senso.

Non so se qualcuno dei miei dieci lettori ha mai visto il film Equilibrium. Premetto che è una cagata pazzesca, ma la storia dà uno spunto di riflessione interessante: nel solito mondo post-nucleare semi-cyberpunk, la razza umana ha deciso di eliminare i sentimenti e le emozioni per evitare le tragedie delle guerre, rinfocolate da credenze, idee e, in generale, sentimenti. Per eliminare le emozioni si usa un farmaco, l’Equilibrium, e un gruppo di monaci-soldato che sembrano usciti da Matrix - tra cui si annoverano Christian Bale e Sean Bean – danno la caccia ai soliti ribelli buoni, scovando i luoghi dove nascondono tutto ciò che può creare emozioni (musica, libri, quadri, film, statue, …) per distruggerli. Non vi racconto il resto perché, per l’appunto, al di là dell’intuizione notevole, il film è decisamente stupido.

Ma il punto fondamentale è proprio questo. In un mondo di complessità e difficoltà crescenti, dove la democrazia e l’Occidente sono sotto assedio dopo aver vinto la Guerra Fredda ed essersi culturalmente espansi per tutti gli anni 90 (penso al WTO, alla governance clintoniana, all’interventismo “buono” nei teatri di guerra più delicati), l’aver eliminato emozioni e sentimenti - la narrazione come concetto più alto – ci ha reso nudi e indifesi. Non basta dire che il mercato unico europeo ci ha portato benessere, né che l’Europa ci permette di viaggiare senza passaporto: manca uno scopo, altrimenti il tutto perde significato.

Faccio due esempi: Russia e Cina.

La Russia, grande nemico dei nazi-europeisti (“l’Europa è perfetta così com’è e il popolo non capisce”) ha ripreso, nella figura del suo presidente “assoluto”, una narrativa zarista – la Grande Russia, il risveglio dell’Orso, Mosca capitale dell’Ortodossia cristiana – che non permette certo il formarsi rapido di un sistema politico democratico come noi lo concepiamo, ma fornisce un elemento culturale fondamentale: lo scopo, il fine. I russi soffrono ormai da quattro anni dell’isolamento occidentale e dell’embargo voluto per la guerra tiepida in Ucraina, della valuta indebolita e del drastico abbassamento del PIL, eppure il gradimento di Putin è ancora elevato. Ripeto: non è una democrazia, né uno stato pienamente liberale come i nostri europei, ma andiamo oltre per un momento. Il punto è che la soglia del dolore è alta e la volontà di mettersi in gioco per uno scopo di “civiltà” è ancora forte.

L’altro esempio: la Cina. Premetto che, anche in questo caso, non decanto la non-democraticità di un sistema, ma sottolineo l’elemento narrativo fondamentale. La Cina, dove una classe di medio-alta ricchezza è ormai emersa e si sta strutturando e solidificando, ha più volte – in modo più o meno esplicito – dichiarato il suo scopo: dare e garantire un nuovo ordine mondiale, fatto di commerci, vie di scambio e spostamento del baricentro politico ed economico verso l’Est del mondo.

Ripeto: Russia e Cina non sono esempi positivi ma, nella loro accezione neutrale, esempi su cui confrontarsi.

Veniamo all’Occidente. In ogni epoca del mondo, gli imperi che si sono richiusi su sé stessi sono morti lentamente o sono stati sostituiti da altri più avanzati – o più aggressivi. Penso all’Impero Romano: finita l’espansione e stabilizzato il confine sul limes danubiano, l’Impero ha perso la propulsione culturale all’espansione e si è richiuso su sé stesso, cibandosi della propria ricchezza e avvizzendo lentamente. Penso all’Impero Cinese: affondata la grande flotta imperiale, la Cina si è chiusa in un isolamento dorato, rotto dall’arrivo degli Europei. Così il Giappone, l’India, le civiltà pre-colombiane e via dicendo.

L’Occidente sta seguendo la stessa strada: isolamento, disinteresse per il mondo, mura a difesa delle proprie roccaforti dorate, emergere di un odio culturale masochistico verso ciò che è e ciò che rappresenta (libertà, individualità, libero mercato e ricchezza). L’Occidente non è più il paladino reaganiano che combatte l’Orso comunista, né il volto buono e clintoniano del poliziotto globale, ma un Impero in decadenza, divorato al suo interno dalla retorica anti-occidentale e dalla resa alle pulsioni più basse della paura per il futuro.

I populisti europei non vincono perché danno risposte semplici a problemi complessi – come molti di noi affermano per lavarsi la coscienza – ma perché forniscono una narrativa capace di smuovere gli animi e riaccendere un tiepido focherello sentimentale: il piccolo mondo antico, il negozietto di quartiere, i weekend al mare con la famiglia, il lavoro fisso e la pensione giovanile. I populisti occidentali sono l’espressione della narrativa mediocre di un popolo stanco e insicuro, ma pur sempre una narrativa. Cosa c’è dall’altra parte? Cosa offrono gli europeisti al sentimento popolare? La promessa di una riforma della governance europea? WOW. La promessa di serietà con i conti pubblici? Da leccarsi i baffi. Chi crede nell’Europa oggi non ha uno scopo da presentare, né una narrativa, ma un misto diabolico di sacrificio e fede in un’istituzione barcollante, e come per ogni dinamica fideistica, la mancanza di una promessa alta, direi spirituale, uccide qualunque intenzione emozionale.

Immaginate l’ultima volta che avete invitato qualcuna/o a cena fuori: avete detto “Ti porto in un posto meraviglioso e particolare” o “Dal tuo stipendio deduco che tu non possa spendere più di 30 euro per la cena, con un massimale di 3% di sforamento”? Fare i contabili istituzionali non eccita, né riaccende gli animi, e i sacrifici che ci attendono come popolo europeo (o come civiltà europea) richiedono qualcosa in cambio. La prossima campagna elettorale europea sarà la svolta: possiamo ricominciare a parlare di ricchezza in declino, PIL, mercato unico oppure possiamo provare a darci uno scopo nel mondo, un fine ultimo verso cui tendere e agire di conseguenza. E magari emozionarci, che non fa mai male: ecco perché propongo di ripartire dalla narrazione di una civiltà europea come faro da contrapporre a un mondo in cambiamento.

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