Elena Inversetti
Inversamente
1 Ottobre Ott 2018 0956 01 ottobre 2018

“Non parlate di fine vita”. Danila Valenti fra i firmatari della legge sulle Dat

Danila Valenti

Si tratta della legge tanto dibattuta. Della legge sul «rispetto della persona e delle sue decisioni in merito al proprio percorso di cura» spiega Danila Valenti, oncologa e responsabile delle Cure Palliative dell’Ausl Bologna, nonché ai vertici dell’associazione europea di cure palliative, tra gli esperti che ha supportato Donata Lenzi a elaborare il testo base della legge sulle Dat, ossia le Disposizioni anticipate di trattamento .

Nessun fine vita, dunque, ma diritto ad essere malato e ad essere curato in base al principio della “proporzionalità delle cure”. Senza nessun tipo di accanimento. Terapeutico e ideologico.

Anche la vita di Danila Valenti è stata segnata dalla malattia e dalla morte:

«A 8 anni mia nonna, figura importantissima per la mia crescita, grazie alla sua semplice saggezza, è morta a causa di un tumore allo stomaco. È stato allora che ho deciso di diventare medico per curato il cancro». Una morte che ha portato a una nascita come donna, come professionista e anche come madre: «La mia famiglia, e in particolare i miei figli, mi hanno dato la possibilità di fare il mio lavoro al meglio. Infatti, quando diventi mamma impari a occuparti di un’altra persona con una dedizione totale, mettendo l’altro al primo posto, in base ai suoi bisogni, alle sue idee e alle sue predisposizioni. I miei figli mi hanno dunque insegnato a capire la persona che ho davanti, allenandomi così alla professione medica, ossia a volere il bene dell’altro alla luce della “sua” persona e della “sua” personalità che è altro da me. Senza alcuna proiezione da parte mia, ma nel rispetto di quello che loro hanno in mente per sé stessi. Il primo fondamentale passo per poter instaurare un’autentica relazione tra curante e curato è questo rispetto. E poi devo di nuovo ringraziare mia nonna Maria e mia madre, che l’ha curata con dedizione, amore e rispetto per lei e per quello che lei avrebbe voluto per sé. Sono state loro, mia nonna – vivendo la malattia pensando a noi, al nostro bene, e non a sé – e mia madre – che l’ha curata, pensando a lei, al bene di mia nonna, e non a sé – ad avermi trasmesso i valori che mi hanno accompagnata nel corso degli anni».

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