Elisabetta Favale
E(li's)books
8 Ottobre Ott 2018 1948 08 ottobre 2018

Vivian Maier. La signora della fotografia

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Tra i molti libri (narrativa a parte) che mi piace comprare ci sono quelli di fotografia (poi mi piacciono i libri di storia dell’arte e quelli di architettura), ho appena acquistato questo bellissimo libro con un’ottima selezione di foto di Vivian Maier, edizioni Contrasto.

Di questa misteriosa babysitter/fotografa americana si è detto e scritto tanto, è stata la grande rivelazione (postuma) degli ultimi anni, proprio perché in vita mai e poi mai lasciò trapelare nulla di sé, è naturale che sia stata, suo malgrado, elevata a mito.

Per chi ancora non sapesse nulla di lei:

Dorothée Viviane Thérèse Maier, nata a New York nel 1926 e morta a Chicago nel 2009 non era, in verità, una babysitter con l’hobby della fotografia, al contrario, era una fotografa che per pagarsi questa sua passione faceva la babysitter, so che così il mito si offusca un po’ ma tant’è! Per motivi che nessuno ci dirà mai, decise di non divulgare e di non parlare mai a nessuno delle sue foto, Curt Matthews, uno dei suoi ultimi datori di lavoro, raccontò: “Mi disse che se non avesse tenuto nascoste le sue fotografie, qualcuno le avrebbe rubate o usate male”.

Anche questo… cosa vera o solo un modo di approfittare per avere un minuto di notorietà?

Comunque, tutto è cominciato nel 2007 quando il ventisettenne John Maloof acquistò ad un’asta il contenuto di un magazzino per 360 dollari. Tra tutte le cianfrusaglie che si trovò tra le mani c’erano anche centinaia di negativi di fotografie scattate dai primi anni Cinquanta fino agli anni Ottanta. In realtà Maloof non si accorse subito di cosa aveva tra le mani, infatti pare abbia venduto tantissimi negativi su ebay anche a prezzi stracciati fino a che… si mette a pubblicare sul web alcune foto e incredibilmente scoppia il caso Vivian Maier!

Maloof diventa così il pigmalione di questa misteriosa e talentuosa fotografa, ha girato un film documentario intitolato Finding Vivian Maier, sembra che per racimolare il denaro necessario vendette perfino piccoli oggetti appartenuti alla fotografa e acquistati alla stregua di sante reliquie.

John Maloof ha dato quindi il via ad una vera e propria “industria Maier” organizzando mostre, pubblicando libri ecc ecc, ovviamente ciò che interessava al grande pubblico (confesso anche io mi sono avvicinata a lei per questo) era la storia umana di questa babysitter presumibilmente povera, presumibilmente donna semplice, presumibilmente introversa, forse anche un po’ strana e soprattutto inconsapevole del suo talento.

Tutto presumibilmente… perché di certezze non se ne hanno anche se più di qualcuno ha fatto notare che in realtà Vivian Maier attraverso le sue foto mostra di essere una donna indipendente, determinata a coltivare la sua passione e soprattutto “impermeabile” alle dinamiche di una possibile notorietà. Evidentemente per lei la fotografia era un modo di guardare il mondo, lei fotografava quel che vedeva per strada e ritraeva se stessa sempre riflessa attraverso la vetrina di un negozio, uno specchio, o si mostrava semplice sagoma della sua ombra.

Una street photographer dal talento eccezionale, ogni foto trasuda emozione e sentimento, restituisce all’osservatore l’istante preciso in cui è stata scattata.

Grande viaggiatrice, ha rivolto l’obiettivo delle sue Rollei e poi delle sue Leica verso strade dell’Oriente ammaliatore, del Grande Nord, dell’Europa ed è certo che avesse solide competenze tecniche, che non fosse una fotografa dell’ultima ora…

Aveva ragione forse Susan Sontag (New York, 16 gennaio 1933 – New York, 28 dicembre 2004 scrittrice e intellettuale americana, Sulla fotografia - Einaudi) quando diceva: “ Le fotografie trasformano il presente in passato. Tutte le fotografie esprimono una relazione romantica con la realtà” e Vivian Maier usava la macchina fotografica per trasformare il suo mondo, questo le interessava, non invece esporre e mostrare.

Interessante quello che alcuni esperti hanno notato, le poche foto che Vivian Maier stampò, sono foto quadrate, foto che rispettano il formato della carta su cui erano stampate, tutte le mostre dove vengono esposte le foto che lei non aveva mai sviluppato mostrano invece immagini a “pieno negativo”. Chissà cosa direbbe oggi se le vedesse, le piacerebbero? Perché di fatto noi non lo sappiamo, probabilmente le foto che noi ammiriamo a lei potevano non piacere, avrebbe potuto decidere che non erano venute come desiderava per esempio.

Allora guardando visi, oggetti, strade, vien da chiedersi se stiamo guardando davvero con gli occhi di Vivian Maier o con i nostri occhi, quelli abituati alle mostre di fotografi della sua epoca.

Lo scorso luglio penso ci sia stata l’udienza definitiva per stabilire chi sono gli eredi di Vivian Maier, a chi appartiene il copyright della sua opera. Non sono riuscita a trovare online notizie di come sia finita tutta la diatriba legale, se i fantomatici cugini che si sono fatti avanti in qualità di eredi sono stati riconosciuti tali o meno, certo è che farsi domande su questa donna è del tutto inutile, rimane solo la possibilità di ammirare le foto che ci vengono mostrate, senza farci troppe domande.

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