Elisabetta Favale
E(li's)books
12 Ottobre Ott 2018 1342 12 ottobre 2018

Tra la vita e la morte...avrei scelto l'America. Intervista a la McMusa

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Quando penso a la McMusa, a Marta Ciccolari Micaldi, penso sempre alla canzone di De Gregori!

Seguo Marta già da un po’ e spero di unirmi un giorno a uno dei suoi tour letterari in giro per gli Stati Uniti, nel frattempo però ve la presento!

1) Cara Marta leggere i tuoi post per me è un vero piacere, saperti on the road negli States, sulle tracce di qualcuno dei miei autori preferiti mi fa sognare. Mi racconti in breve come sei diventata la McMusa?

Grazie! La McMusa è nata ufficialmente nel 2013 mentre giravo l’Illinois per uno scambio professionale insieme ad altri 4 ragazzi. Era l’Illinois conservatore e pianeggiante raccontato da Wallace, niente a che vedere con Chicago e il respiro dinamico delle città. In quei giorni - sempre in macchina, a visitare fattorie con i bufali, silos, famiglie ferme agli anni Cinquanta, cliniche dentistiche di lusso e fast food lerci - in quei giorni qualcosa in me ha fatto click. Era dai tempi dell’università che amavo la Letteratura Americana, che sognavo il più classico dei sogni americani e in cui, in più, sentivo in me uno stimolo che non trovava nome: avevo già lavorato nell’editoria, come ufficio stampa, redattrice, giornalista. Eppure in nessuno di quei ruoli mi sentivo completamente al mio posto. Quando quel qualcosa ha fatto click in mezzo agli immensi campi di grano mi sono sentita finalmente a posto: volevo aprire un canale e iniziare a raccontare l’America che stavo vivendo e il suo legame con la letteratura. Plain and simple. Ecco com’è nata la McMusa! Inizialmente il blog, poi i corsi e infine il progetto dei tour letterari. Una escalation!

2) La tua America, quella ideale, è raccontata da…

Non so neanche quale sia la mia America ideale! Io amo i contrasti e le contraddizioni di questo paese, impazzisco per la convivenza degli opposti in ogni dettaglio, in ogni città, in ogni discorso politico o culturale. È una materia di studio inesauribile, sia sui libri che nella realtà. Questa è la ragione che mi fa rispondere, d’impulso, Don DeLillo: credo che i suoi libri siano quelli a cui penso di più e che mi hanno insegnato di più. E James Ellroy. Trame ampie, complesse, oscure, rivelatrici.

3) quando dico che secondo me l’ultimo esordiente americano è più bravo di molti autori affermati europei tanti si arrabbiano. Tu cosa pensi di questa mia convinzione?

È un’affermazione un po’ forte, in effetti. Ma devo dire che in linea di massima la condivido. Negli Stati Uniti c’è un rapporto con la scrittura diverso dal nostro: meno compiaciuto, più concreto. Il compromesso con il proprio mestiere - perché di questo si tratta, il mestiere di scrivere.. come il mestiere di fare il pane o lavorare in banca - è totale ma non intellettuale: speculano meno, scrivono di più. E meglio: perché intendere la scrittura in senso pratico e concreto significa anche avere l’umiltà di andarla a imparare a scuola, di provarci e sbagliare diverse volte, di sperimentare soluzione diverse, di chiedere aiuto ai dei mentori o semplicemente a degli insegnanti. Io immagino la Letteratura Americana sempre vicino alla strada in mezzo alla gente; la nostra la immagino ancora sul tavolino di legno in mezzo a quattro pareti. Non so se mi spiego.

4) durante i tuoi book riders accompagni lettori e lettrici italiani hanno queste persone secondo te un qualcosa in comune oltre all’amore per i viaggi e i libri? Hai individuato un target preciso?

Oh sì! I Book Riders sono curiosi. Questa è la loro caratteristica comune: qualcuno legge di più, qualcuno di meno. Qualcuno ha a cuore l’America, qualcuno meno. Qualcuno è molto giovane, qualcuno meno. Eppure tutti sono ugualmente disponibili a farsi sorprendere, a stupirsi di fronte a quelle contraddizioni di cui dicevo prima, a fare domande, a condividere a voce alta le proprie riflessioni e ad ascoltare quelle degli altri. Per me la loro curiosità è una ricchezza incredibile, mi sento molto fortunata ad essere la loro guida.

5) hai notato differenze forti, sostanziali, tra l’offerta editoriale americana ed europea/italiana? Se si quali?

La mia risposta è già vecchia, credo. Almeno per chi lavora in questo settore. Due cose su tutte: racconti e non fiction. Sui racconti non mi dilungo, finalmente anche da noi iniziano a intravedersi segnali di maggiore diffusione. Sulla non fiction invece mi permetto una parola: ma sapete quante sezioni delle biblioteche o delle librerie sono dedicate alla non fiction? Almeno lo stesso numero della fiction. C’è non fiction di tutti i tipi: saggi politici o d’attualità, memoir, reportage, diari di viaggio, diari di vita, pagine di giornalismo culturale, riflessioni sull’alimentazione, ritratti. È veramente un genere in piena, molto libero e vario anche dal punto di vista della “difficoltà” della scrittura. La lettura è anche intrattenimento e in questo senso la non fiction si rende accessibile e piacevole su più livelli. La leggono davvero tutti.

6) in Italia quasi nessuno vive scrivendo, tutti fanno altri lavori. Che tu sappia negli USA la cultura paga?

No, a meno che tu non sia Paul Auster. Ma di certo c’è un buon sistema di autoalimentazione e di (scusa la brutalità) giro di soldi. Mi spiego riallacciandomi al discorso che ho fatto poco sopra a proposito della scrittura come “mestiere”. In questo paese la maggior parte degli scrittori è anche insegnante: quasi ogni università, dalla più prestigiosa alla meno conosciuta, ha un corso di creative writing tenuto da uno scrittore. Autoalimentazione: insegni se sei uno scrittore, hai la possibilità di scrivere se fai l’insegnante e hai una buona entrata mensile. A questo si aggiunge il contributo delle fondazioni private, come la McArthur Foundation che ogni anno elargisce una “genius grant” di parecchie centinaia di migliaia di dollari per far sì che gli scrittori più meritevoli possano dedicarsi per qualche anno esclusivamente al loro mestiere. Andate a sbirciare nelle biografie dei vostri scrittori preferiti, vedete quanti di loro ne ha usufruito e quanti di loro insegnano!

7) mi è capitato di girare in piccoli paesi dello Utah e dell’Arizona, nessuna libreria, nessun cinema o piccolo teatro. La provincia americana può essere molto più straniante della nostra. Tu che idea ti sei fatta?

Di questo potremmo parlare per ore, è davvero il tema su cui ultimamente mi sono concentrata di più e su cui insisto sempre tanto durante i miei corsi e i viaggi (frequentiamo moltissimo la provincia durante i tour dei Book Riders). La provincia americana, uguale ovunque da est a ovest e nord a sud, è un luogo senza rimedio, è una zona di immense proporzioni e di sconcertante omologazione in cui le speranze del vecchio stile di vita (legato alla terra o agli stabilimenti industriali) si sono consumate e dove ancora non si riesce a crearne di nuove. Degrado, lontananza, povertà, ridondanza di informazioni che sono solo locali e mai nazionali (figuriamoci internazionali), azzeramento delle possibilità di realizzazione, tutto questo dà vita a realtà decisamente miserabili. Sono molto contraria a chi promulga un’idea lieta e nostalgica della provincia americana in Italia, e purtroppo succede spesso. In quelle ricche e prossime alle città si vive ancora bene, ma altre fanno davvero paura. E comunque, in generale, il loro essere remote le rende inespugnabili dal punto di vista della cultura e dell’informazione: voi andreste a un cinema a due ore da casa dovendo attraversare strade buie e deserte dove non esiste nulla se non campi, animali e wilderness? È uno stile di vita totalmente diverso dal nostro perché diverso è il concetto di spazio, sia mentale che fisico.

8) che progetti hai per i prossimi mesi?

Sono in partenza per due tour dei Book Riders tra Chicago e la California sulle orme dei grandi classici della letteratura americana, dai Beat a Steinbeck. In primavera ripeterò i tour in Louisiana e in Texas, e poi io e Xplore, il tour operator torinese con cui è nato il progetto Book Riders e con cui collaboro felicemente da ormai 4 anni, sveleremo i prossimi viaggi del 2019 (vi invito a pensare a Springsteen se volete un indizio..) e soprattutto ci metteremo al lavoro su una nuova offerta che vogliamo inaugurare nel 2020 (ma su cui ancora non voglio dire niente!). Nel frattempo mi fermerò un po’ a Los Angeles in autunno e in Texas in primavera, per portare avanti un progetto di scrittura che è in ballo da tanto. In inverno vorrei portare i miei corsi a Roma e a Venezia, ci sono tante persone che me lo chiedono da tempo e non voglio più rimandare. Insieme a tutto questo continua la preziosa collaborazione con Edizioni Black Coffee per cui realizzo un podcast mensile: siamo sempre più affiatati e condividiamo esattamente la stessa visione degli Stati Uniti.

9) Quanto tempo studi per prepararti ai tuoi book riders?

Mesi, più o meno due o tre per ogni tour. Oltre alla parte di studio sui libri e di organizzazione pratica con Xplore c’è quella sul campo: i tour vengono fatti esclusivamente in stati che ho esplorato precedentemente e questo rende necessaria una pianificazione (di risorse, tempo e contenuti) di almeno un anno. In generale, tuttavia, i Book Riders sono un progetto che ha bisogno di aggiornamento continuo, proprio in virtù di quella curiosità di cui accennavo prima: il mio proposito è far fare un’esperienza americana il più possibile autentica a chi viene con me negli States. Questo vuol dire leggere tanti articoli, restare costantemente informata, andare oltreoceano il più spesso possibile, rivedere e integrare i programmi. Fare i corsi in giro per l’Italia sicuramente mi aiuta a restare sempre update.

10) sogno nel cassetto

Il mio cassetto è molto aperto ultimamente e di questo risultato sono tanto fiera. Ho realizzato molti dei sogni che ci tenevo dentro e adesso mi sto godendo i frutti delle numerose fatiche. Però, lo confesso, sogno una casa country con i cavalli e la luce del Texas con cui iniziare e finire le giornate. Vicino a Austin, però. Io al cinema la sera ci voglio andare! E ai concerti pure. Voglio sentire come vibra quotidianamente questo paese e voglio farlo dal Lone Star State, un luogo così romantico e generoso da aver detto le cose giuste al mio cuore quando (e come) meno me lo aspettavo.

In questo momento Marta dovrebbe essere sul famoso California Zephyr, non posso che augurarle buon viaggio e vi invito a seguirla sul blog e sui vari social.

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