Elisabetta Favale
E(li's)books
19 Ottobre Ott 2018 1744 19 ottobre 2018

Campanella, il filosofo calabrese visionario e amico dei briganti

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E’ appena uscita per Salerno Editrice una monografia su Campanella di Saverio Ricci, un tomo di ben 608 pagine che ha fatto brillare gli occhi a Nicola, mio marito (l’ho ordinato prontamente per regalarglielo ma non glielo diciamo … tanto lui i miei articoli non li legge!), con il filosofo domenicano abbiamo in comune entrambi qualcosa, io sono sua conterranea e Nicola è conterraneo di quelle cattive compagnie che l’hanno portato definitivamente in prigione e mi riferisco a quell’ambiente veneto spregiudicato di cui, verso la fine del 1500 e il primo decennio del 1600 faceva parte anche il pisano Galilei e Giovanni Battista Clario.

Il libro di Ricci:

“L’ ‘apocalisse’ come interpretazione della storia e strumento politico, e la necessità del governo mondiale, furono le istanze di Tommaso Campanella.
La vocazione filosofica gli aprì la strada alla riflessione politica, che gli costò la carcerazione più che ventennale, per un preteso disegno di congiura anti-spagnola, fino alla riconquistata libertà, prima nel seguito infido di papa Urbano VIII, e poi nella Francia di Richelieu. Mentre la storiografia ha nei suoi confronti enormi meriti: pazienti edizioni di opere, decisive scoperte di inediti, illustrazione puntuale di documenti, precisazione di fonti. Nel dibattito interpretativo predomina l’accusa di ‘ambiguità’ che ritiene inconciliabili il Campanella machiavellico ‘ateo devoto’, e il cattolico medievalizzante; il cospiratore e il cortigiano. In questo profilo biografico l’autore individua un filo conduttore nell’insofferenza verso il disordine del mondo, inteso come falsità, sperequazione, spreco, carestia, malattia, conflitto, e il programma di porvi rimedio una volta per tutte, attraverso un governo universale, risposta politica a quella prima globalizzazione, che parve essere a fine Cinquecento un mondo più unito da navigazione, economia e diffusione della fede cristiana, ma pieno di ingiustizia.
Campanella individuò nel cristianesimo e nella Chiesa cattolica, l’ideologia e la guida di questa trasformazione; mentre l’allarme per l’imminente apocalisse, suonato da calamità naturali e segni celesti, avrebbe dovuto persuadere dell’urgenza della trasformazione, dettarne i ritmi emergenziali, imporne le misure straordinarie: un linguaggio che in fondo ci è oggi piuttosto familiare.”

Qualcosa sul filosofo mio conterraneo:

Giovan Domenico Campanella era entrato nell’ordine dei domenicani nel 1582 e si cambiò il nome in Tommaso per ricordare Tommaso d’Aquino cosa che in verità non gli valse granché visto che circa nove anni dopo venne arrestato proprio con l’accusa di essere poco rispettoso della dottrina di San Tommaso.

Dal quel momento per Campanella si susseguirono numerosi altri arresti, l’accusa più grave che gli fu mossa fu quella di eresia.

Lo sventurato Campanella ad un certo punto incrocia sulla sua strada tale Ottavio Longo, un pugliese di Barletta che, denunciato per ateismo all'Inquisizione di Vicenza (ecco che entra in gioco anche la città dove viviamo io e Nic!), patteggiò la sua liberazione promettendo di denunciare a sua volta ben ventotto eretici. Per raggiungere la cifra promessa, Longo aggiunse all’elenco anche Campanella e Clario precisando perfino che Campanella stava lavorando alla stesura di un dialogo “nel quale parlavano Christo, Moisè et Macometo, et se diceva in esso che questi erano stati tre furbi che andavano per il mondo gabbando la gente”.

Troppe ne fece Campanella per aver salva la vita, bruciò il materasso della cella per fingersi matto (sopportò torture indicibili!), chiamò a testimoniare in suo favore due galeotti don Evagrio e don Gianbattista, condannati a dieci anni di galea per reati non gravi da scontare sulla trireme di Marino Gradenigo, armatore veneziano, ma di fatto rimase in carcere più di venticinque anni, mi sembra di aver letto, più precisamente, ventisette anni.

Dal carcere intervenne più volte con i suoi scritti, tra le mura del carcere ebbe modo di “ripensare” la sua filosofia e di scrivere La città del Sole.

Bambino precoce, il filosofo fu avviato allo studio della grammatica e del catechismo già a cinque anni, aveva una intelligenza viva, sempre pronto a confutare e ribattere ad ogni tipo di argomentazione tanto che uno dei suoi mastri sembra gli dicesse spesso: “Campanella, Campanella, tu non farai bon fine”.

La sua grande ambizione era “portare la luce” all’umanità che dormiva

“Stavamo tutti al buio. Altri sopiti

d’ignoranza nel sonno …” scriveva.

Altra curiosità: Campanella si racconta sia stato amico di un brigante calabrese, tale Marco Berardi, che tra il 1561 e il 1563, si attribuì il titolo di “Re Marcone”, cercando di fondare una specie di Stato autonomo. Campanella conosceva le imprese di quest’uomo, non nascondeva l’ammirazione per quello che stava cercando di fare, qualcuno ha addirittura ipotizzato che a lui si sarebbe ispirato per la sua città ideale.

In effetti Marco Berardi fu una presenza costante nella vita di Tommaso Campanella, tanto che, in una delle tante fughe si fece chiamare Lucio Berardi, prendendo quindi il cognome del brigante conterraneo, Lucio invece doveva ricordare simbolicamente la luce, da qui il rimando alla Città del sole ma non so se tutto questo sia frutto di leggende o ci sia qualcosa di vero... ma, visto che Berardi, riuscì a tenere a bada spagnoli e turchi, non stentiamo a credere che Campanella avesse una certa ammirazione per questo fuorilegge che aveva l’obiettivo di riuscire a far abolire l’Inquisizione!

Lo “Stato” di Re Marcone voleva essere una sorta di stato comunista ante-litteram dove ognuno poteva usufruire di tutto ciò di cui aveva bisogno e terre e feudi dovevano essere dei contadini e non invece dei signori.

Insomma, come si fa a non incuriosirsi? Questo filosofo “figlio di uno scarparo” calabrese ebbe una vita avventurosa assai che val la pena approfondire e ho l’impressione che il libro di Ricci possa essere un ottimo stimolo.

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