Andrea Cinalli
Serialità ignorata
22 Ottobre Ott 2018 2201 22 ottobre 2018

"Manifest", il mystery che vola e si schianta

Manifest

Una trama ricca, carica di possibilità narrative, che veleggia sicura verso i lidi dell'imprevedibilità. Un comparto attoriale composito col quale catturare quante più sfumature possibili della storia. Ma anche l'impossibilità di spingersi troppo sui sentieri del pruriginoso e del grottesco, perché così impone la rete pubblica. Tutto questo vuole essere "Manifest", il nuovo drama NBC partito a fine settembre.

L'abbrivo smuoverà qualcosa nei malati seriali - indignazione, stupore, gioia, tutto dipende dal rapporto con la serie citata: si comincia con un volo. E' lì la chiave del mistero, racchiusa in un manipolo di passeggeri. Ma non c'è di che arrabbiarsi, perché si imboccano subito direzioni diverse da quelle di Lost, anche se in qualche modo finiscono per riecheggiare strutture ed escamotage di mezzi fallimenti tv, che sulle nostre frequenze o sono sbarcate in seconda serata o non sono sbarcate affatto, e pardòn per il gioco di parole.

I passeggeri del volo dopo una turbolenza molto Lost si riprendono dallo spavento e arrivano a destinazione, ma con cinque anni di ritardo. Insomma, una spernacchiata a chi paventava l'imitazione, e subito un grande, macroscopico inciting incident che mette in gioco futuro, amore, lavoro e famiglia di ogni personaggio. Nell'incredulità di mezzo mondo, ognuno cerca di riappropriarsi della propria vita e di occupare il vuoto lasciato. Ma ci sono ancora altri ostacoli da fronteggiare, non di natura governativa, non di stampo apocalittico - non ancora, perlomeno: tra i passeggeri si è sviluppato un contatto telepatico e ognuno di loro riceve da una voce nella testa un compito da svolgere, come salvare ragazze rapite, trovare l'autore di un furto. L'entità sovrannaturale che li unisce e accartoccia le loro vite sembra puntare a un bene supremo, ma che sia davvero quello il suo scopo? E cos'è? E perché proprio loro, non sarà che nella casualità del viaggio si celi una predestinazione?

Tutti questi grandi quesiti ci vengono proposti attraverso il punto di vista di un pater familias, interpretato dal Principe Azzurro di Once Upon a Time, del figlio malato di cancro e della sorella poliziotto. Ognuno di loro dovrà trovare il modo di conciliare le tribolazioni da enigma cervellotico coi rattoppamenti alle vite disastrate.

Non solo Lost, quindi. C'è tutto un saccheggio sconsiderato ai mystery evento degli anni passati: Flashforward, The Event, Revolution. Un accaparrarsi e un combinare questa caratteristica con quell'altra, come se si andasse a cucire un vestito di arlecchino e si tentasse di farlo passare per nuovo, ardito e originale. In Manifest non ci sono né finezze registiche, né una studiata e precisa coreografia attoriale che riempia la scena di grazia. Ogni scelta - dall'inquadratura al dialogo asciutto - tradisce un cocciuto attaccamento al mezzo televisivo, senza decollare (ari-pardòn) verso l'opulenza espressiva che una maggiore apertura al cinema avrebbe assicurato. E tutto questo va a discapito dell'estetica generale del prodotto, che non è il vestito buono delle grande occasioni ma uno straccio rappezzato qua e là che, proprio in virtù della sua rodata tele-visibilità, punta sul gusto casalingo che evoca. Il timore è che con la copertina così poco addobbata, la sostanza del racconto non riesca a reggere più di una dozzina di puntate. Si può tutto sfaldare perché, bruciato il propellente delle storyline precipue, manca la grande visione artistica che macchi la mise en scene e irrori gli sviluppi narrativi. Come accaduto agli aspiranti Lost sopra menzionati. E neanche recitazione ed effetti speciali aiutano, per quel poco che potrebbero. Gli attori - colpa forse dei dialoghi un po' contenuti, tra televendita e teatrino di paese, mai all'altezza dello struggimento che una situazione simile suscita - non hanno modo di brillare. Le loro sono performance che non restano. Da vedere e buttare in un recesso della memoria. Non sono i monologhi emozionanti che su Youtube vengono commentati negli anni, né quelli che incendiano i social ascendendo a fenomeno virale. Poche battute tenute insieme da toni più misurati del necessario. Gli effetti speciali sono uno schiaffo evidente e lapalissiano all'intelligenza del telespettatore: un assortimento di trucchetti da computer troppo artificiosi per elevarsi alle soglie della verisimiglianza, più adatti a un teen drama CW che li impiega sullo sfondo mentre si risalta la solidità di quel pettorale o la bellezza di quella coscia tornita.

The Manifest è un elenco di tutti i difetti possibili che una serie possa avere. Proprio un manifesto.

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