Martina Carone
Politica & popcorn
22 Ottobre Ott 2018 1740 22 ottobre 2018

Minniti dovrebbe aprire profili social. E se li ha già, iniziare ad usarli.

Schermata 2018 10 22 Alle 17

Negli ultimi tempi si è animato su Twitter un presunto account di Marco Minniti, probabile candidato alle Primarie del Partito Democratico. L'ex Ministro aveva dichiarato in più occasioni di non avere canali social attivi e, in un’intervista al Foglio, di non volerli aprire “per evitare l’inganno dello specchio deformante” della “democrazia bonsai”. Un profilo, quindi, che potrebbe essere fake e rientrare così nella categoria degli account fintamente satirici che cercano di imitare il più possibile i politici reali con conseguenze poco satiriche.

Tuttavia, questo account, aperto da due anni, ha iniziato da qualche giorno ad avere un seguito consistente. Ha ricevuto nei giorni scorsi il following del profilo ufficiale del Partito Democratico, di alcuni esponenti PD e di alcuni giornalisti. La totale assenza di attività del profilo induce però a pensare che questo sia stato considerato ufficiale proprio grazie al following del profilo del PD. Che questa svolta anticipi la discesa in campo di Minniti è infatti difficile dirlo, soprattutto con il forte sospetto che, con l’ex braccio destro di Massimo D’Alema, questo profilo c’entri poco.

Da tempo si discute della scelta di Minniti (e di pochi altri politici di primo piano) di non esistere sui social.

Eppure ormai i social sono parte integrante del dibattito pubblico: le dichiarazioni sono tweet, le polemiche viaggiano sui 280 caratteri (prima 140), le squadre di Governo si annunciano in diretta Facebook. La decisione di non essere lì è importante, in particolare modo per un Ministro, perché dimostra di non credere che il consenso sulla sua persona sia dovuto (in parte) a ciò che viene detto, analizzato, commentato e dichiarato sui social network, e che comunque non intende ricercare un apprezzamento con questo mezzo. Non è Minniti l’unico a pensarlo, e in questa direzione vanno molte dichiarazioni di esponenti del PD ad uscire dai social e a confrontarsi di più con le persone. “Dobbiamo tornare in mezzo alla gente”, si sente dire.

Ma non esistere sui social è una scelta che può rivelarsi controproducente, per due motivi.

Per prima cosa, è una scelta di chi ragiona in ottica minoritaria. Non si può più fare politica come se sui social non ci fossero 34 milioni di italiani, come se ormai questi non fossero la piazza del nuovo millennio. Evitarli rischia di accentuare l’elitismo di cui il Pd è stato accusato negli ultimi tempi. Di rintanarsi nelle ZTL, di parlare ad una intellighenzia che ha il tempo, la voglia e l’abitudine di leggere i giornali, di approfondire ogni argomento, e che prende le proprie scelte politiche basandosi su una valutazione razionale dell’offerta politica.

Una realtà, che piaccia o meno, lontana dalla maggioranza delle persone.

Ed è una scelta suicida, in secondo luogo, per una motivo strategico: la campagna elettorale, la politica stessa, vive di posizionamento. Di occupare uno spazio, di definire un messaggio chiaro con cui parlare al segmento (grande o piccolo che sia) di elettori che in quello spazio si ritrova, riconosce i propri valori e le politiche che gli interessano. E i social, con il loro ruolo fondamentale nella formazione dell'opinione pubblica (e, quindi, per la politica), sono uno spazio grande.

Insomma, per un politico, decidere di non occupare uno spazio ormai onnipresente nel dibattito pubblico, è un problema. Perché rischia di essere occupato da qualcun altro. Magari un fake.

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