Elisabetta Favale
E(li's)books
26 Ottobre Ott 2018 1712 26 ottobre 2018

Un amore malato. La folie à deux in Il Confine del Paradiso - Esmé Weijun Wang. Anteprima

IL CONFINE DEL PARADISO WANG

Il confine del Paradiso è, di fatto, un “sovvertimento” della sacralizzazione della normalità, è la storia dell’incapacità di adattarsi ai bisogni di coesione di una società, la descrizione cruda di una esperienza mentale del tutto isolata dal mondo sociale, la dannazione di una persona che non riesce, in quanto schizoide, a inserirsi nei rapporti con gli altri.

Se essere normali equivale quasi ad essere mediocri, appiattiti nell’adesione a un modello sociale standardizzato, essere schizoidi significa sperimentare se stessi come vuoti, futili in alcuni casi. Le esigenze difensive dettate dall’insicurezza e dal terrore che il protagonista prova verso gli altri lo conducono alla rabbia, alla rivendicazione di una qualche libertà individuale impossibile da realizzare se non attraverso l’opposizione, l’indurimento, fino alla negazione della moralità stessa.

Ho capito molto presto di non essere come gli altri bambini […] impazzisco dalla preoccupazione perché l’occhio sinistro del mio coniglio di pezza Flopsy stava per staccarsi

Questo è Il confine del Paradiso di David Nowak, il protagonista del romanzo di Esmé Weijun Wang, attraverso il suo delirio e le sue allucinazioni l’autrice ci porta a sperimentare l’opera di distruzione del sé e la negazione della realtà.

“Mental illness” dunque, e nel romanzo di Esmé Weijun Wang la malattia mentale è affrontata con l’esperienza di chi da anni, come l’autrice, si sottopone a cure che hanno l’ambizione di contrastare la “perdita dell’essere”.

Un romanzo quello dell’autrice americana non straniante, doloroso più che altro, nei cui gangli il lettore rimane invischiato perché i temi trattati sono tanti e tutti maledettamente attuali.

Il tema del suicidio, dell’autoeliminazione, come unica risorsa e unica risposta possibile alla paura del male che il proprio disagio mentale può portare, il tema dell’immigrazione, del dolore di chi si sente perennemente “off limits”, ospite di una “Patria provvisoria”, c’è lo sdoganamento di alcuni tabù come l’incesto, c’è la storia dell’America che parte dal secondo dopoguerra e si mostra per quello che era allora, un Paese con una cultura oscurantista senza confronto tra nuove e vecchie generazioni.

Una parte della storia si svolge negli anni Cinquanta, gli anni di Grease, di Happy Days, quando gli americani sentivano il bisogno di nascondersi dietro un finto benessere, di ostentare una simulata felicità, come disse Pavese: “l’America era un sintomo di cose future, il grande teatro dove il dramma di tutti si inscenava con maggior franchezza” e le vicende della famiglia Nowak si portano dietro tutto questo.

I protagonisti di Il confine del Paradiso:

Peter Nowak, padre di David, polacco emigrato negli anni Trenta, arriva negli Stati Uniti che ha solo “una Bibbia, un diapason e un coltello” e realizza il sogno americano fondando la Nowak Piano Company che diventerà una delle aziende costruttrici di pianoforti più prestigiosa del Paese. David viene cresciuto “dentro” questo sogno, l’attività di Peter Nowak viene elevata al punto che, anche in tempo di guerra, sembra quasi essere qualcosa di cui la nazione non possa fare a meno e David sa di essere l’erede di tutto questo, unico e solo. Peter Nowak incarna perfettamente lo spirito dei tempi, il suo sogno americano prevede lo sfruttamento del prossimo, degli operai della sua fabbrica per esempio, nel desiderio di Peter Nowak di negare tutto ciò che di negativo la guerra aveva portato e lasciato troviamo la fine di qualunque ideologia, nessun patriottismo da tramandare al figlio.

Francice, moglie di Peter, la madre di David “Una donna snella con i capelli chiari […] si occupava principalmente di prendersi cura del suo unico figlio, e in secondo luogo di spendere soldi, anche in modo distratto e poco convinto

Matka sembrava non riuscire mai a stringere rapporti molto stretti con persone che non vivono sotto il suo stesso tetto”.

Francine vive una vita in funzione del figlio e del marito, alla morte del quale si ripiega su se stessa “come un fiore che sboccia al rovescio e alla fine lascia la sua gemma”.

George Pawlowski, braccio destro di Peter Nowak e sua moglie Vicky, “Vicky Pawlowski era la migliore amica di mia madre […] quando lei e Mrs Pawlowski chiacchieravano a casa nostra le loro conversazioni erano piene di pause esitanti che mi facevano contorcere dall’imbarazzo. Ma per mia madre era chiaro che Mrs Pawlowski svolgesse un ruolo cruciale: era il suo collegamento con la società.

Gli Orlich: Benjamin e Caroline, vicini di casa, ultimi arrivati, i figli sono Marianne e Marty.

Marty aveva la mia età […] divenne presto noto per il suo linguaggio sboccato […] aveva il volto affilato, con il mento e il naso a punta e le sopracciglia dritte, e quando sorrideva sembrava che guardasse il mondo in modo malizioso

Marianne […] eccola lì, una quattordicenne simile a una silfide, con un maglione rosso d’angora […] e il suo sorriso largo che le riempiva tutto il viso rotondo.

Jia-Hui Chen (Daisy, moglie di David)

E’ stato David a cambiarmi il nome, sono stata Jia-Hui Chen fino a diciannove anni […] sono molto più vecchia della Daisy Nowak che entrò nei grandi magazzini Saks Fifth Avenue nell’estate del 1956 […] accanto al mio nuovo marito bianco, pronto a spendere come minimo duemila dollari per sua moglie […] guardai la commessa […] i suoi occhi accusatori dicevano Ma chi si crede di essere”.

Non ci capivamo mai, a parte quando ci toccavamo, e nessuno dei due riusciva a mettersi nei panni dell’altro […] Il bambino non vuole cibo americano […] e cosa vuole? Cibo taiwanese? Annuii. […] L’Hotel Grande Royal distava sei isolati da Chinatown […] rifiutai di vedere quel fac-simile orientale per paura che il mio cuore e il mio fegato venissero sedotti dall’antico sogno. […] La prima cosa che mi portò fu un cestino di bambù con dentro dei ravioli al vapore […] gli occhi mi si riempirono di lacrime.”

William e Gillian

A quattordici anni cominciai a guardare mia sorella in modo diverso. […] Anche se lo sognavo, avevo visto il corpo nudo e pubescente di Gillian solo una volta. […] Una serie di altri ricordi, in origine innocente, hanno assunto una sfumatura sessuale. […] Quando avevo sei anni […] a otto anni […] Come ho fatto a innamorarmi di lei in modo così totale e improvviso, come gettarsi da una scogliera? Buon Dio, come farò ad avvicinarmi a lei per questo atto così intimo?” William

Lui è bravissimo a togliermi la biancheria con una mano o con i denti, a spogliarmi, ma negli ultimi giorni non gli do questa soddisfazione […] aspetto che William metta la mia mano dove vuole lui. E quando finisce posso andare nel nostro bagno e infilarmi la mano nelle mutandine e muovere le dita […] il sesso è questo” Gillian

I diversi punti di vista di tutta la storia devono, a mio avviso, essere letti “accoppiati”:

David/Jia-Hui-Daisy - William/Gillian - Marianne/Marty

Nella società della famiglia Nowak la classe è la base della realtà sociale, invece l’etnicità appare come forma di falsa coscienza. Il linguaggio usato da Esmé Weijun Wang è in questo romanzo fondamentale per comprendere il “senso di appartenenza a un popolo” dei protagonisti. David per esempio quando si riferisce alla famiglia usa il polacco, quindi il padre è Ojciec, la madre è Matka, sua moglie, taiwanese di origine (come i genitori dell’autrice), usa il mandarino per esprimere i suoi pensieri più reconditi e alcune frasi nel romanzo sono proprio in mandarino, non sono tradotte né riportate in caratteri latini comprensibili. Questa scelta di non tradurre alcune frasi è molto di impatto, fa capire quanto, secondo Esmé Weijun Wang, il punto di vista di Jia-Hui-Daisy fosse impossibile da comprendere per gli altri, intraducibile per una cultura così lontana dalla sua. Analogamente, ciò che Daisy non capisce (quando arriva in America conosce appena l’inglese) viene riportato nel romanzo come uno spazio bianco.

A parlare in inglese mi faceva male la bocca. I muscoli attorno alle labbra e alle guance erano indolenziti. Nei miei sogni le voci si allungavano in parole stupide e complicate che non volevano dire nulla”.

Ecco dunque che la metafora del “melting pot” americano qui viene “smontata”, il “pluralismo forzato” della società americana presenta notevoli falle, gli yankees sono sempre arroccati nelle grandi case sulle colline, più in basso gli irlandesi e i tedeschi, invece polacchi (come i Nowak), ungheresi e italiani sono destinati al fondovalle.

Il dolore della “marginalità” è palpabile ma David Nowak non fa nulla per aiutare la moglie ad integrarsi, così come suo padre, pur immigrato, non nasconde il suo disprezzo per chi non considera suo pari.

Ogni volta che una nuova famiglia si trasferisce qui, è come lanciare un dado” riferendosi agli Orlich. Lo stesso David, innamorato di Marianne, ne sottolineava l’inferiorità intellettuale e di classe:

La sua conoscenza della grammatica era pessima, e le riusciva difficile ricordare anche una minima quantità di vocaboli”, considerazione che faceva quando cercava di giustificare il suo interesse per qualcuno così diverso.

Il romanzo è diviso in quattro parti in ognuna delle quali i vari protagonisti raccontano i fatti secondo il loro punto di vista e fanno riferimenti precisi ad un determinato lasso di tempo talvolta lungo, addirittura più di un decennio, altre volte ad un anno specifico. Ogni vita è incagliata nella “personalità in frantumi” di David (così direbbe Patrick McGrath), lo conosciamo bambino di tredici anni e lo vediamo crescere schizoide (alla malattia di David non viene mai dato un nome), vive in balia di sublimazione, regressione, rimozione, lo osserviamo mentre “sta morendo di sete in un mondo pieno d’acqua” per dirla con Ronald Laing. Il desiderio di completezza di David, per una somma di variabili riscontrabili nell’interazione con la famiglia e la realtà socio-culturale, finisce nel vicolo cieco della “follia” e questa follia la lascia in eredità alla moglie, ai figli, a chiunque lo abbia amato.

Il matrimonio di David e Daisy è una “folie à deux”, si innesca un meccanismo patologico tra i due coniugi, c’è collusione e dietro l’apparente concordanza tra i due si cela l’ostacolo che l’uno rappresenta per l’altro. Quando Daisy era ancora Jia-Hui, pur vivendo con una madre e un padre fuorilegge in un lurido bordello, pur giovanissima, aveva un carattere e un equilibrio di tutto rispetto all’interno della sua comunità, da brava orientale mostrava meno preoccupazioni nevrotiche. Molto bella la parte in cui David si riavvicina alla religione, torna a frequentare la Chiesa con la moglie e il figlio piccolo, ciò che per un orientale è certezza, il Tao, con i due principi dello Yang e dello Yin che, nonostante siano opposti, non prevedono mai il concetto di scissione e frazionamento, nella religione cattolica non solo si “smembra” la divinità in tre figure (la Trinità) ma sembra non si riesca a fare a meno di tutto ciò che è mistero, questo marito occidentale vaneggia di cose poco chiare, e tutto questo Jia-Hui non può proprio arrivare a comprenderlo. Alla morte di David quindi Daisy torna ad essere Jia-Hui, parla mandarino con i figli e attraverso loro riscatta la sua identità.

Così, l’accettazione totale di Gillian, figlia del tradimento di David, diventa possibile immolandola a William la cui voce è, indubbiamente, eco della voce di David.

Si arriva in fondo a questo romanzo che non esito a definire “New Gothic” e ci si chiede: dov’è la linea che separa i sani dai malati? A che punto si spezza questa linea? E l’interrogativo rimane senza risposta, suono allungato di un diapason .

Esmé WeijunWang, già “best young american novelist “ nel 2017, The border of paradise/Il confine del paradiso, già miglior libro per NPR nel 2016.

IL CONFINE DEL PARADISO - Esmé Weijun Wang – LINDAU (collana Contemporanea)

Pubblicazione: 31 ottobre 2018 Pagine: 416 Traduzione: Thais Siciliano

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