Elisabetta Favale
E(li's)books
20 Novembre Nov 2018 1330 20 novembre 2018

L'irriverente Dürrenmatt sui falsi miti e le debolezze umane. La morte della Pizia. Recensione

Durrenmatt

"La Pizia profetava a casaccio, vaticinava alla cieca,
e poiché altrettanto ciecamente veniva creduta,
nessuno ci faceva caso se le sue profezie non si avveravano quasi mai,
o solo qualche rara volta…
"

Friedrich Dürrenmatt "La morte della Pizia"

Risvolto

«Stizzita per la scemenza dei suoi stessi oracoli e per l’ingenua credulità dei Greci, la sacerdotessa di Delfi Pannychis XI, lunga e secca come quasi tutte le Pizie che l’avevano preceduta, ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro». Con queste parole spigolose e beffarde ha inizio La morte della Pizia e subito il racconto investe alcuni dei più augusti miti greci, senza risparmiarsi irriverenze e furia grottesca. Ma Dürrenmatt è troppo buono scrittore per appagarsi di una irrisione del mito. Procedendo nella narrazione, vedremo le storie di Delfi addensarsi in un «nodo immane di accadimenti inverosimili che danno luogo, nelle loro intricatissime connessioni, alle coincidenze più scellerate, mentre noi mortali che ci troviamo nel mezzo di un simile tremendo scompiglio brancoliamo disperatamente nel buio». L’insolenza di Dürrenmatt non mira a cancellare, ma a esaltare la presenza del vero sovrano di Delfi: l’enigma."

Nella mitologia greca, la Pizia era l’eletta sacerdotessa del dio Apollo a Delfi che, seduta sul suo tripode e avvolta dal vapore, profetizzava agli uomini il volere degli dei, sembra che la Pizia emettesse questi vaticini in uno stato di alterazione mentale che era indotta o dalla masticazione di piante allucinogene o a causa dei vapori che uscivano dal sottosuolo. Quel che è certo è che aveva un ruolo di grande prestigio per essere una donna in una società fortemente maschilista come quella greca.

In questo bellissimo racconto di Dürrenmatt, l’antropomorfizzazione del mito della Pizia è ancor più accentuata anche grazie al linguaggio e agli atteggiamenti, la Pizia è anziana, torna a casa dopo il suo “turno di lavoro” e si fa un semolino che non ha neppure la forza di mangiare…

Ma qual è il punto su cui Dürrenmatt ci spinge a riflettere?

Partendo da Edipo e dalle vicende che ne hanno segnato la sorte, la Pizia Pannychis XI e il suo antagonista di una vita, Tiresia, entrambi sul punto di morire, tirano le fila cercando di comprendere come siano potuti arrivare fino a quel punto, in una sorta di resa dei conti vogliono cercare di lasciare il mondo con maggiore consapevolezza.

Dice Tiresia:

Solo la non conoscenza del futuro ci rende sopportabile il presente. Mi sono sempre stupito e continuo a stupirmi immensamente che gli uomini siano tanto smaniosi di conoscere il futuro. Sembra quasi che preferiscano l’infelicità alla felicità”.

Interrogativo interessante, Dürrenmatt ci mostra come in un garbuglio di verità e menzogne il desiderio umano di modificare il corso degli eventi arriva a far accadere ciò che mai si credeva possibile:

La Pizia

“Ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro. […] Quel giorno però l’intera faccenda le parve di un’idiozia veramente intollerabile, forse perché quando il pallido giovanotto arrivò claudicando al santuario erano ormai le cinque passate, invece di starlo a sentire Pannychis avrebbe dovuto chiudere, e allora […] la Pizia gli fece una profezia che più insensata e inverosimile non avrebbe potuto essere, la quale, pensò, non si sarebbe certamente mai avverata, perché nessuno al mondo può ammazzare il proprio padre e andare a letto con la propria madre.”

E ancora chiede Tiresia:

Perché mai Pannychis ,la gente dice sempre verità approssimative, come se la verità non risiedesse soprattutto nei singoli dettagli? Forse perché gli uomini stessi sono soltanto qualcosa di approssimativo. Maledetta imprecisione.

E’ chiaro, ad un certo punto, che ognuno dei personaggi coinvolti nella vicenda: Edipo, Giocasta, Mnesippo, Polifonte, la Sfinge, e Tiresia stesso conosce i fatti eppure ha convenienza a far finta di non sapere.

“In realtà, Pannychis, se c’è una cosa che mi preoccupa […] è che non esistono storie irrilevanti. Tutto è connesso con tutto. Dovunque si cambi qualcosa, il cambiamento riguarda il tutto. Perché, Pannychis, […] perché con il tuo oracolo hai inventato la verità! (p. 48).”

Ma quel che mi ha conquistata nel racconto di Dürrenmatt è l’efficacia con cui il linguaggio riesce a degradare il mito e la vicenda di Edipo in qualcosa di molto materiale oltre che umano, dice Giocasta:

«[…] un figlio che sale su un letto accanto a sua madre (…), credevo di svenire dall’orrore e sono invece svenuta dal piacere, mai in vita mia ho goduto con tanta violenza come quando mi sono data a Edipo; e dal mio ventre schizzarono il magnifico Polinice, e Antigone (…), e la tenera Ismaele, ed Eteocle, l’eroe.

E ancora

«Innumerevoli uomini sono venuti sopra di me, ma io ho amato solamente Edipo, destinato dagli dei a diventare mio sposo affinché io, unica tra le donne mortali, soggiacessi non già ad un uomo estraneo, bensì a colui che avevo generato, e dunque a me stessa».

Ma Edipo non è da meno:

«Volevo diventare il re di Tebe, e questa era anche la volontà degli dei, e allora trionfalmente mi accoppiai con mia madre, molte, moltissime volte, e con astio scellerato le piantai quattro figli nella pancia, perché questo volevano gli dei, quegli dei che odiavo ancor più dei miei genitori, e ogni volta che montavo mia madre il mio odio per loro diventava più grande».

E non finisce qui perché il lettore si troverà a fare i conti con un incredibile colpo di scena, i personaggi appariranno alla Pizia e tutti avranno una personale versione dei fatti, non una ma diverse verità possibili.

Sarà ancora Tiresia a tirare le fila del discorso:

“Non preoccuparti di ciò che può essere diverso da come ce lo hanno raccontato e che non smetterà di cambiare faccia se noi continueremo a indagare. […] La verità resiste in quanto tale soltanto se non la si tormenta”.

E se lo dice lui… che ha vissuto fingendosi cieco!

Ho trovato particolarmente esilaranti le parti in cui la Pizia descrive il santuario di Delfi come un posto con un “paesaggio schifosamente kitsch”, divertente quando va nell’archivio delle richieste dei vaticini a cercare la “pratica Edipo”, dice: “la sciatteria più spensierata regna sovrana” e definisce l’attività di Apollo (la nascita e il tramonto del sole portato sul carro dallo stesso dio) come “il solito, sempiterno spettacolo kitsch”.

Che dire? 68 pagine che si leggono con grande piacere e spingono sicuramente a leggere e approfondire Dürrenmatt

Friedrich Dürrenmatt "La morte della Pizia"

Traduzione di Renata Colorni
Piccola Biblioteca Adelphi
1988, 27ª ediz., pp. 68

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