Elisabetta Favale
E(li's)books
28 Novembre Nov 2018 1155 28 novembre 2018

Le Coppie minime di Giulia Martini. Intervista

Giulia Martini Coppie Minime

Oggi voglio proporvi una intervista a cui tengo molto, lei è Giulia Martini, poetessa toscana secondo me bravissima. Leggendo Coppie minime (Interno Poesia editore), mi sono entusiasmata come non mi capitava da tempo, soprattutto perché Giulia “governa” l’italiano in modo ineccepibile. I versi di Giulia hanno scavato nella mia memoria riportando alla luce ricordi e anche nozioni che pensavo di aver dimenticato. E’ una intervista che fa riferimento a diversi termini “tecnici” per cui mi sono permessa di inserire le note a beneficio di chi volesse rispolverare, o scoprire, alcuni concetti.

Eccola.

  • Sono rimasta molto affascinata dalle tue poesie, da come “lavori” la lingua, la impasti e maneggi fino ad ottenere qualcosa di prelibato. Hai tirato fuori dalla mia memoria quel verso famoso di Catullo “Cùi donò lepidùm novùm libèllum” (1) m’e’ apparso improvvisamente leggendo i tuoi versi. Tu scrivi regolarmente? Ogni giorno? Quanto impieghi a scrivere una poesia nella versione definitiva?

Grazie Elisabetta, sono contenta – tra l’altro, quel componimento di Catullo fa riferimento a un lavoro di levigatura, («libèllum / àridà modo pùmice èxpolitùm»), che è stato molto importante in “Coppie minime”: non tanto in senso variantistico (le mie poesie hanno pochissime varianti), quanto in senso strutturale (ho cambiato l’ordine dei testi fino allo sfinimento). Hanno poche varianti perché le scrivo (le metto letteralmente ‘nero su bianco’) solo dopo un lungo, interno rimuginarci, a vari livelli di consapevolezza, che può durare anche mesi. Se quindi per ‘scrivere’ intendi l’operazione di stesura finale, no, non scrivo regolarmente – ma sotto un certo aspetto, non smetto mai di scrivere.

  • Mi hai fatto pensare anche a Ferdinand de Saussure, altro ricordo che mi viene dall’esame di sociologia generale. Tu Scrivi:

Tu che sei sempre nata a Todi

mi dici – Again, again: do it.”

Mi sono sentita fichissima a intercettare l’anagramma Todi/do it

Bello il tuo uso di «intercettare»! Questo distico prende spunto da un distico della Cavalli, tratto dalla sua prima raccolta, “Le mie poesie non cambieranno il mondo”: «again again again / fallo di nuovo» e ho sempre pensato che si stesse riferendo a un bacio. Mentre scrivevo la mia tesi sulla Cavalli, mi sono ritrovata con un tot di fonti che dicevano che è nata nel 1947 e altre fonti che riportavano la data 1949 – unica cosa certa, il fatto che fosse ‘sempre’ nata a Todi. Devo molto al linguaggio della Cavalli; il mio «do it» me lo immagino come una sorta di investitura poetica, come se lei mi dicesse: – Ti autorizzo a farlo, a scrivere poesie.

Allora ti faccio una domanda come se fossi Ferdinand de Saussure: ma l’anagramma, è “un procedimento cosciente dei poeti”? (2)

Dei poeti non so dirti, per me funziona a livello inconscio. So che la parola «tecnica» può sembrare almeno parzialmente in contraddizione con quello che sto per dire – ma la tecnica è una cosa naturale, un procedimento inconscio. Tutte le volte che leggo «Todi» dentro di me scatta un «do it», un «dito», un «ti do», un «doti» - ma anche un «ordito», un «antidoto»…

  • In poesia, Giulia, si può parlare di “semantic innocence”, di innocenza semantica? (3)

    Mi piace più intenzione semantica, anche perché la poesia ha la specificità di creare un effetto di senso al di là della tenuta del significato (che è ogni volta primitivo). Il gesto poetico è, per definizione, performativo: il senso della poesia non sta nel riferimento ma nel desiderio rispetto al riferimento. Che, super-interpretando, coincide col massimo della colpa possibile (Euridice che torna tra i vivi).

  • Parliamo invece d’amore. Tu attingi a testi e autori di letteratura importanti, li riscrivi, penso al Petrarca nei tuoi versi:

Erano i capei d’oro a Marta sparsi”. Questo è un altro aspetto della tua poesia che ho trovato affascinante. Ti domando: è più facile per un poeta/poetessa di oggi essere vicino all’amore cantato da Catullo o a quello di Dante e Petrarca?

Un poeta deve essere facilmente vicino all’amore (o almeno facilmente vicino alla mancanza). Per quanto mi riguarda, la scelta non è tra Catullo e Dante/Petrarca (che poi li scambio sempre) ma tra Catullo e Giulia, Dante e Giulia, Petrarca e Giulia…

  • La silloge presentata qui in Coppie minime ha una protagonista, è Marta.

Non credo che Marta sia una protagonista. Più volentieri, è protagonista l’edificio verbale che Marta crea o è protagonista l’antagonismo tra questo edificio verbale e Marta stessa. Inoltre, guardando spesso alla poesia dei trovatori, non potevo non rifarmi a uno stilema tipico del trobar clus (4): quello del senhal (5). C’è un altro nome in “Coppie minime”, più o meno nascosto: a volte spunta fuori un piede o un gomito ma questo nome non raggiunge mai la dicibilità – come fa invece il nome «Marta», che esplode al punto da diventare barzelletta.

“Di quel tuo passo in allontanamento

non mi dimentico le calzature

Vans, e che va di moda la texture

sulle Dottor Martins – e non commento

il tuo seguire la moda e la morte.

Marta che muore della nostra morte

come una martire preraffaellita

e che mi disse – Tra di noi è finita –

usandomi una voce aspra e forte

quasi fosse una voce buona e giusta.

È veramente cosa buona e giusta

a queste vie simmetriche e deserte

rimettere le rime che ci ha inferte

la nostra ingiusta vita incombusta.

Pur Iulio suona ancora di lontano…

Marta non m’ama ed io non pure l’amo.”

Il “taeter morbus”(6), per dirla con Catullo, rappresenta una forte spinta creativa per un poeta, raccontare la melancolia è più facile? E qual è invece la poesia d’amore (felice) che consideri bellissima, la più bella mai scritta?

Non credo sia questione di facilità, piuttosto, di nuovo (scusami se mi ripeto) di intenzione (direzionalità, desiderio). In un’intervista, dissi che se il tu fosse qui-ora, non starei a scrivere poesie: c’è sempre bisogno di una donna morta – o in alternativa lontana, infedele, cattiva, ma che sia almeno malaticcia, almeno un po’ antipatica. La parentesi «(felice)» mi mette in difficoltà, comunque risponderei questa, tratta da “Pigre divinità e pigra sorte”:

Butta la pasta, arrivo!

Ah che gioia, mi dànno da mangiare.

L’acqua però non bolle, non ancora.

Che qualcuno stia lì a scaldare

l’acqua e poi arrivare in tempo

prima che la pasta scuocia

o che magari sia diventata fredda,

in quel momento esatto sempre

un po’ isterico, sì proprio in quel momento

quasi sacro della scolatura,

quella fretta felice prima o poi,

anche ai più disgraziati, a tutti tocca.

In questa poesia “non-d’amore” c’è una tensione desiderativa, uno stare per arrivare, un pregustarsi della gioia che mi sembra quanto di meglio si possa fare in termini di felicità. Inoltre, il problema principale di chi dice «io» è quello di arrivare nel momento giusto, a metà fra la pasta scotta e la pasta fredda. Che poi è un problema di temperatura e quindi un problema tipicamente amoroso: la Cavalli mette l’eros nella pasta…

  • Se tu fossi una pittrice chi saresti?

    Non so dirti.

  • Gli artisti rivendicano, più di chiunque altro, la loro libertà di espressione. Ma a volte questa libertà diventa una sorta di esilio intellettuale, un qualcosa di autoreferenziale e staccato dalla realtà. Tu cosa ne pensi?

    Sono d’accordo, le cose migliori nascono in un contesto di gabbie. Una mia poesia dice: «Non ero che una spina in mezzo ai nespoli / prima che tu nascessi a Bagno a Ripoli / il dieci marzo trecentodue»: il dieci marzo trecentodue è la data in cui Dante fu esiliato da Firenze.

  • Leggendo le tue poesie mi hai fatto pensare a Sanguineti, a questi versi per esempio

[…] siamo un romanzo d’appendice in atto: (anzi,

siamo un romanzo nazional-popolare, ma calibraticamente camuffato

[da romanzetto rosa): (anzi, siamo un romanzo osè): (un rosè): […]

Pensa che Sanguineti è stato uno dei primi che ho letto dopo aver congedato “Coppie minime”: i veri riconoscimenti sono sempre “a posteriori”.

. Come si fa a scrivere un “calembour”, un gioco di parole, c’è una tecnica?

Forse a questa domanda ho già risposto sopra: la tecnica c’è ma è naturale. A volte per esempio vengono solo calembour la vera fatica sta nel respingerli.

  • “Scrivere poesia equivale a condensare, «poetry […] is the most concentrated form of verbal expression» (POUND 1934)” Detta così è come se dicessimo che il poeta è come il copywriter che scrive un claim concentrando in poche parole i concetti che vuole esprimere . Tu cosa pensi cos’è la poesia?

    Io non credo che la scrittura debba ridursi allo scheletro come non credo che debba andare all’ingrasso – si tratta di trovare il punto giusto, (a metà fra la pasta fredda e la posta scotta, mi verrebbe da ridire), e che questo punto non consista nel “concetto espresso” ma nel modo in cui se ne è fatto uso, nel suo residuato.

  • Farai presentazioni prossimamente? Se si dove?

    Credo di sì, a Genova, Milano e Roma – ma non so ancora le date.

  • Ti va di salutarci con un tuo verso? Uno che rappresenta il tuo stato d’animo nel momento in cui lo scrivi.

    Secondo me, bari.

    Il mio, Giulia, sarebbe questo:

Io rime, tu rimedi.

Tu vai verso quello che credi,

io verso quello che rimane.

(*) Coppie minime – Giulia Martini. Interno Poesia

(*) Il titolo si riferisce al metodo per individuare i fonemi di una lingua che consiste nella prova delle coppie minime o prova di commutazione. Una coppia minima è una coppia di parole che si distingue per un solo fonema. Es. cane /’kane/ - pane /’pane/ oppure via/’via/- mia/’mia/

NOTE

  1. Cito Catullo perchè Giulia ricorre alla stessa figura retorica, l’omotelèuto, che si ha quando due parole finiscono allo stesso modo o in modo simile. Faccio un esempio forse più famoso: “non c’era venticello e sopra un autobello che andava a vol d’uccello incontro un giovincello dal volto furboncello con acne e pedicello ed un cappello, tutto avviluppatello da un buffo funicello. Un altro cialtroncello gli dà uno spintoncello ed uno schiacciatello sull’occhio pernicello e quello furiosello gli grida «moscardello!»; quindi iracondello gli fa uno spalloncello, gli mostra il culatello, e va a seder bel bello su un sedello.” Sono gli “Esercizi di stile” di Raymond Queneau, tradotti e adattati all’italiano da Umberto Eco nel 1983.

  2. Ferdinand de Saussure si è occupato a lungo degli anagrammi in riferimento ai componimenti poetici indoeuropei. Il linguista di Ginevra avrebbe ‘scoperto’ il significante (elemento linguistico individuato in contrapposizione alla figura vocale) e le serie paradigmatiche proprio a partire dalla sua ricerca sulle associazioni foniche presenti nelle strutture anagrammatiche del linguaggio (poetico). Saussure condusse una ricerca arrivando a scrivere oltre 3700 pagine (che come era solito fare non pubblicò!). Quel che voleva a tutti i costi capire era se gli anagrammi venissero applicati in modo cosciente dal poeta sia nella poesia latina sia in quella dei suoi contemporanei.

  3. Quando dico “innocenza semantica” mi riferisco al fatto che esiste una “classe” di contesti linguistici in cui una determinata espressione non può essere sostituita con un’espressione sinonima.

  4. Trobar clus: uno stile di scrittura difficile, ermetico, chiuso (pensate alle liriche dei trovatori). Il contrario è il trobar leu o plan.

  5. Senhal: è il nome fittizio con cui nella poesia provenzale si indicava una persona, per esempio “la dama”.

  6. Taeter morbus: è come dire la malattia terribile, nera. E’ la melancolia, la sofferenza creata da un amore infelice.

Giulia Martini (Pistoia, 1993) vive a Firenze, dove si è laureata in Letteratura italiana contemporanea con una tesi su Patrizia Cavalli. Ha pubblicato Manuale d’Istruzioni (Albatros, 2015). Sue poesie sono state ospitate sulle riviste «Poesia» e «Gradiva» e sulle antologie Secolo donna 2017: Almanacco di poesia italiana al femminile (Macabor, 2017) e Un verde più nuovo dell’erba. Poetesse “Millennial” degli anni ‘90 (LietoColle, 2018).

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