Alessandro Paris
Margini
29 Novembre Nov 2018 2320 29 novembre 2018

Social e hate speech, che fare?

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Se la politica è questa cosa qui, scambio di reciproche accuse attraversate da odio (quello che in rete si chiama hatespeech), beh allora non mi interessa più. Leggendo i messaggi sui sociali, soprattutto su Twitter, quello più direttamente implicato nella politica attuale, si è costantemente bombardati da offese, parolacce, argumenta ad hominem. Sarà anche la istantanea brevità del mezzo, ma sembra quasi suscitare questo odio, risvegliarla questa aggressività tra perfetti sconosciti. Che senso può avere ancora rimanere sui social?
Nella presentazione del libro di Jaron Lanier Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social (il Saggiatore 2018), leggiamo:


«Google e Facebook, insieme a Instagram, WhatsApp – cioè di nuovo Facebook –, Twitter e gli altri social, costituiscono l’impero della modificazione comportamentale di massa. Tirano fuori il peggio di te, spingendoti a manifestazioni d’odio di cui non ti pensavi neppure capace; ti ingannano con una popolarità puramente illusoria; ti spacciano dopamina a suon di like, intrappolandoti nella schiavitù della dipendenza. Distorcono il tuo rapporto con la verità e degradano la tua capacità di empatia, disconnettendoti dagli altri esseri umani anche se ti senti più connesso che mai. Corrompono qualsiasi politica che ambisca a dirsi democratica e devastano qualsiasi modello economico che non sia fondato sul lavoro gratuito. Inoltre – e questa è la cosa che ti scoccia di più, se ci pensi – si arricchiscono infinitamente vendendo tutti questi dati agli inserzionisti (che sarebbe più corretto chiamare manipolatori attivi della società e della natura umana), plasmando la tua volontà attraverso pubblicità targettizzate; e lo fanno attraverso algoritmi che spiano e registrano qualunque cosa tu faccia. I benefici che ti danno i social media non controbilanceranno mai le perdite che subisci in termini di dignità personale, felicità e libertà di scelta.»


Probabilmente altri studi,come L'odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete di Giovanni Ziccardi approfondiscono ulteriormente la questione, ma devo ancora leggerlo e non posso dirne altro.
Certo è che la percezione è quella di una induzione deliberata allo scatenamento dell'aggressività, sicché talvolta viene quasi spontaneo utilizzare una postura inutilmente polemica, quasi che altrimenti non si avrebbe nulla da dire. Che questo sia voluto, che cioè i social siano dispositivi di soggettivazione che lavorano sugli istinti aggressivi, li plasmano e li assecondano per scopi commerciali, può ben essere, anzi sembra quasi certo, ma sul fatto che tali essi debbano restare in futuro, lo stesso Lanier si mostra ottimista nel negarlo, o almeno possibilista.
Dunque che fare? Andarsene? O non piuttosto assumere provocatoriamente una postura irenistica (col rischio di sembrare naïf), o ancora - cosa forse più difficile - usare un registro discorsivo ironico/ellittico?
A meno che, beninteso, non ci si riduca a postare gattini o sfoghi intimistici di natura sanitaria, luttuosa, o d'amore deluso. Forse queste ultime potrebbero essere pratiche ancor più interessanti, nel senso che i social diverrebbero raccolte di frammenti aforistici di diaristica esistenziale, diari en plain air, chissà.

Il discorso è aperto, si accettano suggerimenti.

Ps. Rileggendo il testo, mi sono ricordato di aver già visto su Linkiesta.it un post analogo qualche tempo fa. Poco male, talvolta ripetere aiuta a riflettere meglio.

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