Elena Inversetti
Inversamente
7 Dicembre Dic 2018 1227 07 dicembre 2018

Puoi conoscere davvero solo ciò che ami. Stoner, il padre ritrovato

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Uno dei ricordi che più hanno inciso nella mia vita e che, secondo me, ben rappresentano la chiave di volta per chi vive la letteratura come una continua generazione di sé, sono le venature del banco di legno a cui sta seduto Stoner, durante la sua prima lezione in università. Di quel banco si sente tutta la consistenza del materiale, tutta la trepidazione di Stoner, tutto l’odore di quell’aula… ti senti anche tu. Ti percepisci, lì, seduto accanto a lui.

Stoner è il protagonista dell’omonimo romanzo di John Williams, pubblicato nel 1965, diventato meritatamente famoso solo nel 2011, molto dopo la morte del suo geniale autore che in vita aveva ricevuto il National Book Award for Fiction per un altro libro, Augustus . Stoner scoperto per l’Italia da Gian Paolo Serino. Scrittore e critico letterario d’avanguardia, nel senso più ontologico del termine, e ideatore di Satisfiction.

Stoner racconta la vita del figlio di una coppia di contadini del Midwest che si iscrive all’università per studiare Agraria, ma che ben presto scopre la vocazione per la letteratura di cui diventa professore all’università del Missouri. Si sposa con Edith – a cui varrebbe la pena dedicare un altro romanzo – e ha una figlia. Un matrimonio infelice, una carriera universitaria senza lode e un breve idillio d’amore con una studentessa. Una vita ordinaria. Eppure, ad ogni pagina, la straordinaria ordinarietà di Stoner ti tiene incollato. Letteralmente avvinto. Come è possibile?

Apparentemente Stoner è un uomo qualunque in cui ogni uomo facilmente si può identificare. Eppure è eccezionalmente un uomo forte, resistente e resiliente. Una roccia. Dunque il nome Stoner, che rimanda appunto a stone (roccia), lo puoi leggere in riferimento al grigiore della vita del protagonista oppure alla solidità, alla fedeltà e all’impegno di essere un buon professore e un buon padre. A te la scelta. Il lettore è coprotagonista della vita di Stoner. Con i propri grigiori, ma anche con le proprie resistenze.

Un radicale, quasi ancestrale, realismo “granitico” che lo stesso autore ha spiegato così:

L’essenziale è l’amore per la cosa stessa. E se ami qualcosa, la capirai. E se la capirai, imparerai un sacco. La mancanza di amore è ciò che definisce un cattivo insegnante […] Non saprai mai quali saranno i risultati di quello che fai. Credo che a questo si riduca quello che cercavo di cogliere in Stoner. Devi continuare a credere. La cosa importante è far sì che la tradizione vada avanti, perché la tradizione è civiltà.

Un po’ come dire che puoi conoscere davvero solo ciò che ami. E lo puoi fare a partire dalla tua terra di origine, resa fertile dai tuoi avi e dove si è costituito il germoglio della tua identità. Accettazione dell’immanenza, senza trascendenza. Stoicismo che diventa umanesimo integrale di un uomo sempre innamorato e capace di cogliere il bene, fino al suo ultimo respiro. La morte come culmine della vita, descritta e “vissuta” nelle ultime, straordinarie, perfette, pagine del libro.

Stoner secondo la versione di Inversamente rappresenta una figura emblematica di padre con la P maiuscola. Un padre che accetta la vita nella sua contingenza, andando così oltre i luoghi comuni.

Come? Percorrendoli tutti senza farvisi imprigionare con la libertà dell’accettazione, l’accettazione dell’ordinarietà, l’ordinarietà nella sua straordinarietà umana di essere se stessi.

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