Elisabetta Favale
E(li's)books
28 Dicembre Dic 2018 1453 28 dicembre 2018

L’11 settembre di Safran Foer. Molto forte incredibilmente vicino. Recensione

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Jonathan Safran Foer quando ha scritto Molto forte incredibilmente vicino, è stato tra i primi a parlare dell’attentato dell’11 settembre al World Trade Center e lo ha fatto raccontando il punto di vista, le emozioni, il dolore di Oskar, un bambino di nove anni che in quella catastrofe perde il giovane padre.

Oskar è la sola persona che ha ascoltato i messaggi che suo padre Thomas Schell lasciò in segreteria telefonica, la madre era al lavoro, lui era appena tornato da scuola, non sapeva neppure che il suo adorato papà era in una delle torri per un appuntamento di lavoro, faceva il gioielliere.

A un anno dalla disgrazia Oskar è un bambino stressato, stanco delle lunghe notti insonni , distrutto dalla mille fobie come i luoghi chiusi: ascensori, metropolitane, treni e il lettore non può non provare tenerezza e tanta tristezza man mano che legge le oltre trecento pagine rimanendo attaccato a questo bambino un po’ speciale.

La famiglia Schell è una normale famiglia borghese con i suoi principi, la sua morale, Oskar tuttavia potrebbe essere un bambino di Dickensiana memoria, ha pochi amici, un carattere riflessivo, ama la compagnia degli adulti, passa molto tempo con la nonna che a sua volta è un personaggio sopra le righe, devolve tutto il suo affetto al cane Buckminster.

Oskar ha un tamburello che suona di continuo per esorcizzare le numerose paure e un quaderno con “Le cose che mi sono accadute”.

Il dolore di Oskar per la perdita del padre con cui divideva progetti e passatempi come cercare gli errori sul giornale, è tanto grande e la perdita incolmabile che, quando un giorno trova per caso in uno stanzino un vaso con dentro una chiave in una busta con la scritta Black, decide di scoprire cosa apre quella chiave e perché era nascosta in quel vaso. Questa ricerca per Oskar è il modo per tenere in vita il padre, il suo ricordo, vuole credere a tutti i costi che quella sia ancora una volta una cosa tra loro due.

Il pellegrinaggio attraverso i vari distretti di New York porta Oskar ad incontrare numerose persone, tutti quei possibili Black in grado di aiutarlo a svelare il mistero della chiave. Il libro è ricco di foto, le più disparate, porte, chiavi, finestre, tartarughe che si accoppiano, Stephen Hawking che appare in Tv e l’immagine di un sito internet portoghese che fa vedere un corpo che cade da una delle torri e Oskar pensa che quello possa essere suo padre, così la immagina la sua fine.

Bello il modo di scrivere i dialoghi, belli gli scambi laconici tra madre e figlio, qui la figura materna non ha un ruolo centrale, è messa in discussione dal bambino, il loro rapporto come tutta la storia, compresa quella della nonna, spesso viene raccontato in modo disordinato, scomposto è come se tutta la verbalizzazione fosse stata scritta tenendo conto dell’età del protagonista. Risultato eccellente.

Foer è uno scrittore che, se decide, è in grado di produrre effetti speciali, è in grado di mettere le briglie ai suoi lettori e qui ci riesce (non sempre in verità ma qui si), ho trovato straordinaria la figura di Oskar mentre, ammetto, avrei evitato una cinquantina di pagine in cui indugia sulla storia dei nonni, trovo che tolgono pathos e frenano i sentimenti dei lettori completamente protesi verso il protagonista.

Struggente il finale che lascia dentro un interrogativo: cosa farà a quel punto il nostro piccolo amico? Sono passati tanti anni da quel terribile 11 settembre eppure è un ricordo ancora molto vivido anche in noi che pure siamo molto lontani e vien da pensare ai tanti Oskar che da anni devono fare i conti con le loro perdite, le paure, i desideri infranti.

Molto forte incredibilmente vicino Jonathan Safran Foer Guanda

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