Elisabetta Favale
E(li's)books
29 Dicembre Dic 2018 1906 29 dicembre 2018

Il prete ebreo di Mariastella Eisenberg. Recensione

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“Sono in limine vitae. Lo so, lo sento, non mi dispiace.

Mi sono rappacificato con me stesso e con gli altri; il cammino è stato lungo, sofferto, disperato. […] Per me è stato necessario liberarmi dai fantasmi, gli spettri di una madre naturale mai conosciuta, di genitori adottivi assenti, di una sorellastra amata e persa per sempre, di un fratello incontrato per caso o provvidenza, di un sentiero esistenziale tracciato da altri, mio malgrado, scosceso e accidentato. Anche la verità ha seguito vie impervie prima di incrociare me, ebreo clandestino, prete e poi frate, creatura fragile e nuda”.

A pagina 13 del romanzo di Mariastella Eisenberg, Il prete ebreo, troviamo in poche righe una anticipazione della storia che ci verrà raccontata. Il romanzo comincia con una lettera che Miriam, la destinataria, riceve da uno sconosciuto che scoprirà essere stato suo zio, Simone Rosenberg.

Il tema centrale è, come è facile intuire, la ricerca delle proprie origini e di una identità da parte di un uomo che fin dalla nascita ha avuto in sorte una vita che non avrebbe dovuto essere la sua, una vita imposta da altri e nella quale si è perso.

Ogni capitolo del romanzo porta il titolo del personaggio di cui ascoltiamo la voce, Simone è la voce principale che ricostruisce passo passo la sua vita contestualizzandola ai diversi periodi, sappiamo che nasce in Romania ai primi del Novecento da una ragazza ebrea di buona famiglia e abbandonato in un orfanotrofio nei pressi di Lione. Simone fu adottato da Leon e Marguerite ignari delle sue origini.

Il primo grande shock per Simone fu proprio quando, ancora bambino, scopre di essere ebreo e adottato, non sa esattamente cosa voglia dire, si credeva figlio di quelli che considerava genitori e soprattutto si credeva uguale a loro invece deve imparare a fare i conti con il fatto di essere considerato figlio del “popolo che ha ucciso Gesù”: “ Io sono molto religiosa come sai e gli ebrei, i giudei chiamali come vuoi mi fanno orrore”. Ecco cosa sentì dire Simone a sua madre adottiva.

L’acqua del battesimo non bastò a lavare via la macchia delle origini, i genitori vollero Simone prete, un prete ebreo e li accontentò per racimolare amore, perché non voleva essere considerato dalla sua famiglia un traditore.

Con una prosa asciutta e una grande capacità di sintesi, Mariastella Eisenberg riesce a ripercorrere, attraverso la vita di Simone (che lascia la tonaca per vestire il saio di frate francescano) e della sua sorellastra Joséphine, tutto l’orrore del nazismo e della guerra, ci racconta della resistenza francese, del giornale clandestino di contropropaganda che si avvaleva di collaboratori come Sartre e Camus.

Brava Mariastella Eisenberg a descrivere il tormento e il dolore che quest’uomo può aver provato ad assistere a certe barbarie, assistervi con un punto di vista fuori dal comune, da vittima e da carnefice (in senso figurato naturalmente) :

“ La verità è che due anime abitavano allora nel mio petto: l’ebreo che è in me inquietava il cattolico che è in me, e viceversa. […] Ho avuto tutta la vita dentro di me due fratelli litigiosi, della stessa razza di Caino e Abele; di Isacco e Ismaele, rivali, vicini solo alla sepoltura del comune padre Abramo […]”.

Interessante la parte in cui Simone è in Israele, siamo nel 1973, troviamo i riferimenti alla Guerra dello Yom Kippur tra Israele, Egitto e Siria, suggestivo il momento di pacificazione per Simone che finalmente scelse spontaneamente di rinnovare il battesimo nelle acque del Giordano in Samaria, proprio dove Gesù (ebreo e circonciso) venne battezzato da Giovanni.

Ma il sogno di Simone di vedere unite le sue due anime si realizza simbolicamente grazie a Papa Giovanni Paolo II che il 13 aprile del 1986 si reca alla sinagoga di Roma dal rabbino capo: “ gli ebrei sono i nostri fratelli maggiori prediletti”, così disse Papa Wojtyla e questa è storia vera.

Mariastella Eisenberg vuole dare al suo protagonista l’opportunità di capire l’amore, compreso quello fisico e lo fa con delicatezza e senza che il lettore debba “prendere posizioni” contro quest’uomo di chiesa perché di fatto quello che ha di fronte è prima di tutto un uomo a cui la storia cerca di restituire qualcosa di tutto quello che gli ha tolto.

“Una persona anziana capisce che l’inferno è non amare e non essere amati per quello che si è. […] Nessuno vede la vecchiaia come un divenire tranne i vecchi. […] Non ho mai avuto un Paese in cui tornare, sono entrato nel mondo dalla porta di servizio e ho continuato a entrare e uscire sempre dalle porte sbagliate, esercitando di volta in volta l’arte di un esilio non voluto”.

Mariastella Eisenberg Il prete ebreo Edizioni Spartaco

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