Claudio Scaccianoce
Ipse Dixit
4 Gennaio Gen 2019 1437 04 gennaio 2019

L'allenatore della felicità.

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Coach, coaching, programmazione neuro linguistica, ipnosi. Sono termini che appaiono con sempre maggior frequenza in ambiti diversi; dal mondo del lavoro allo sport. Ho chiesto - con una piccola dose di scetticismo congenito nelle tasche - alcuni chiarimenti sul tema ad uno dei più accreditati esperti del settore, Marco Valerio Ricci.

Marco Valerio Ricci è considerato uno dei Coach e Trainer in Programmazione Neuro Linguistica fonte di maggiore ispirazione nel panorama europeo, nonché un ottimo ipnotista. La Society of NLP e il Dr. Richard Bandler, gli hanno conferito come presidente e direttore scientifico della società Accademia Dei Coach, il titolo di Licensed Master Trainer of NLP, il più alto livello di specializzazione in PNL, riservato a meno di venti persone in tutto il mondo.

Marco Valerio Ricci

Se mi faccio una bella navigata online trovo diverse pagine su tale “Marco Valerio Ricci”. Chi è questo signore?

Sono un ricercatore, amo definirmi un ricercatore della vita. Come ogni essere umano ho una mia storia, particolare, con i suoi alti ed i suoi bassi, e sono alla ricerca della felicità; sono un ricercatore della felicità.

Sono nato a Roma nel 1972 - zona Aurelia - in una famiglia un po’ particolare; i miei genitori sono due astrofisici, ho una sorella down ed è proprio la mia famiglia ad avermi fatto diventare ciò che sono. Dopo la mia nascita i miei genitori decidono che la città di Roma non è il posto più adatto per far crescere dei figli e si trasferiscono ad Ardea, al mare. Vivevamo fuori dal paese, in piena campagna, dove sono cresciuto in mezzo ai cani; erano gli anni settanta e mio padre per difesa personale aveva alcuni mastini napoletani. Sono cresciuto con mia sorella Marzia Cecilia (*), una ragazza down, che mi ha insegnato tantissimo. Lei mi ha insegnato ad avere la pazienza di aspettare che gli altri imparino; mi spiego meglio raccontandoti un aneddoto. Mia mamma era un ricercatrice di fama internazionale, oggi si chiamano scienziati, ma lei preferiva la definizione di ricercatrice. Visto che mia sorella a quasi due anni non sapeva ancora gattonare, quando mamma rientrava ci metteva tutti a gattonare per casa. Con pazienza ed applicandoci tutti in prima persona abbiamo raggiunto il nostro obiettivo; Marzia Cecilia ha imparato a gattonare ed io ho imparato il valore della pazienza nell’insegnamento.

Mio padre invece è un militare mancato, dedicatosi alla professione di professore, un uomo dalla marcata mentalità militare, uno di quelli che ancora oggi dice “noi paracadutisti….”. Anche se gli ricordo che ha lasciato i paracadutisti nel 1962, lui si sente sempre un militare a tutti gli effetti.

Da ragazzo ho preso un diploma di scuola superiore americano, per un anno ho studiato negli Usa come exchange student. Poi sono tornato in Italia, presso un liceo scientifico di Aosta, dove i miei nel frattempo si erano trasferiti. Questo passaggio dalla scuola americana a quella italiana è stato davvero complicato. Qui infatti si erano convinti che il mio anno di studio oltre oceano fosse stato una specie di anno di vacanza, e mi hanno massacrato, lavorando in profondità sulla mia autostima che in quegli anni mancava totalmente.

Quando sono entrato all’università, anche se studiavo parecchio, al momento degli esami ero totalmente bloccato. E non per modo di dire, pensi che una volta davanti ad un professore che mi chiedeva “lei è il signor…?” non riuscii a spiccicare parola ed a dire semplicemente “ sono il signor Ricci”. L’emozione mi bloccava. Non riuscendo ad avere risultati che mi soddisfacessero, partii per il servizio militare. Feci il corso per ufficiale di complemento alla scuola militare alpina di Aosta, diventai sottotenente, e mi resi conto di non essere un “guerriero”. Pensi che per punizione il mio comandante di compagnia mi aveva assegnato come formatore al nucleo NBC, il nucleo batteriologico chimico, non propriamente il reparto d’assalto del battaglione! Nel suo modo di vedere le cose questo era un incarico punitivo, ed invece mi mise proprio a svolgere un’attività per la quale ero tagliato. Io in quel mondo mi trovavo a mio agio, parlare di energia nucleare era normale, si figuri che all’esame di terza media portai la poesia “Ode all’Atomo” di Pablo Neruda!

“Tenente, lei quando ci parla ci lascia qualcosa di particolare”. Questa reazione dei miei alpini mi lasciava perplesso. Io avevo solo ventitrè anni e molti di loro erano più anziani di me; cosa avrò mai lasciato loro di così particolare? E così, per punizione del mio superiore, sono entrato nel mondo della formazione. Lasciai la carriera militare senza raffermarmi perché i miei ufficiali superiori mi dissero chiaramente “caro Ricci, lei non ha la stoffa per fare il militare di carriera. Se anche avesse i giusti appoggi per rimanere, noi la faremmo penare così a lungo da pentirsene”. Capii l’antifona e mi congedai a fine servizio.

Tornai quindi all’università, abbinando agli studi un lavoretto di vendita, dopo avere dato fondo a quanto guadagnato come ufficiale di complemento. Erano i primissimi anni in cui si poteva scegliere il proprio operatore telefonico in alternativa alla monopolista Telecom -Sip. Arrivavano in Italia per la prima volta le varie Wind, Infostrada eccetera. La gente mi seguiva e nel giro di poco tempo mi sono ritrovato ad essere il coordinatore responsabile di un gruppo di collaboratori; intanto sul fronte degli studi mi ero sbloccato ed avevo iniziato a passare un esame dietro l’altro. Provai a mettermi alla prova tentando di passarne anche due o tre in un’unica settimana; e vi riuscii con ottimi voti. Capito il meccanismo vincente, trovato il mio codice, mi resi conto che poi della facoltà che stavo frequentando non me ne fregava davvero nulla (economia e commercio a Torino). E così con diciotto esami superati alle spalle andai da mio padre (felice come non mai di vedermi finalmente andare come un treno negli studi) e gli dissi: “papà, smetto.” Non sostenni più alcun esame ma iniziai a seguire i corsi che mi attraevano maggiormente, essendo in regola con la retta potevo tranquillamente accedere alle diverse lezioni che si tenevano all’Ateneo. E così frequentai psicologia, scienza della comunicazione, lettere, semplicemente per saziare la mia sete di conoscenza.

Sul fronte lavorativo, la società per la quale operavo (prima di entrare in crisi e chiudere) mi fece frequentare dei corsi di coaching e di programmazione neurolinguistica. L’azienda che teneva questi corsi mi notò e mi invitò a lavorare con loro. All’inizio degli anni 2000 mi trasferii a Milano ed iniziai a lavorare con questa azienda che esiste ancora ed è molto nota e stimata nell’ambito dei corsi motivazionali ad ampio spettro. Dopo due anni di lavoro (dalle sei del mattino alla mezzanotte senza risparmiarmi mai) non trovandomi più in sintonia con i valori di questa società mi sono dimesso, sono tornato ad Aosta ed ho avviato la mia attività in proprio.

(*) Marzia Cecilia Ricci, co-protagonista del cortometraggio A proposito di Sentimenti, presente anche nel cartellone del Festival del Cinema di Venezia. https://www.youtube.com/watch?v=liYzCNpnMnA.

Lei è uno dei pochissimi assistenti internazionali di Richard Bandler; chi è questo signore? Confesso la mia ignoranza, non lo conosco.

Richard Bandler è il co-creatore della disciplina che chiamiamo Programmazione Neuro Linguistica. Personalmente lo ritengo un genio; nella mia vita penso di non avere incontrato più di due o tre persone davvero geniali, di quelle che quando ti parlano ti colpiscono. Lui è una di queste. Mi ha aperto un mondo. E’ una persona decisamente controversa, una persona totalmente fuori dagli schemi. O lo si ama o lo si odia. Impossibile ignorarlo. Ha sessantotto anni, ma ne dimostra molti di più, segno di una vita vissuta in modo molto intenso; diciamo che ha attraversato gli anni sessanta e gli anni settanta non risparmiandosi nulla. Non è una persona con cui è semplice relazionarsi, il suo approccio è condizionato dal fatto che è perfettamente conscio delle sue capacità e della sua genialità. Lui ha la capacità di vedere cose che la maggior parte delle persone non riesce a vedere.

All’inizio degli anni settanta, in California all’Università di Santa Cruz, venne creato un college nel quale far confluire i maggiori pensatori mondiali, specializzati in diversi ambiti accademici e scientifici, per poi metterli a disposizione di studenti considerati “geniali”, fuori dalla norma. C’erano uomini e donne come Richard Buckminster Fuller, Gregory Bateson, Virginia Satir ed altri; lì si era creato un melting pot di potenzialità, per quegli anni si trattava di un’operazione davvero di frontiera. Partecipando a questo progetto Bandler potè poi sfruttare questo filone, esponendosi anche a diverse critiche. Inizialmente anch’io, non conoscendolo, avevo alcune perplessità ma poi capii che il suo non è un metodo da seguire ma è uno strumento da utilizzare.

Se penso a Richard io penso ad un genio.

Come lo definirebbe? Un libero pensatore, un businessman, un filosofo?

Se penso a Richard io penso ad un genio. Un libero pensatore? Non saprei, ha le sue mancanze di libertà, ha alcune non libertà. Un businessman? Parzialmente, è solo parzialmente orientato al business, sicuramente business ne ha fatto ma il suo lavoro non è finalizzato al guadagno. Nel suo settore ci sono tante persone con gli occhi fissi sui dollari; lui non è così, fa il suo ma non è ossessionato dal business. Lo definirei un uomo un po’ folle, senza i confini del pensiero comune.

Un filosofo? Sotto certi punti di vista forse si. Ma anche un informatico, un fisico, un uomo molto pragmatico e difficilmente definibile. Un curioso, attratto da tante discipline e da tanti aspetti della vita umana. Ad esempio mi ha fatto entrare in contatto con il mondo sciamanico, un mondo che io prima di confrontarmi con lui vedevo come un ambito di ciarlatani.

Mi sveli cosa si nasconde dietro all’acronimo NLP, possibilmente italianizzando al massimo la sua risposta e limitando ove possibile i termini stranieri.

L’acronimo inglese NLP in italiano si traduce PNL; programmazione neuro linguistica. L’idea di base è questa: la nostra neurologia risponde ad una serie di programmi, di schemi ricorsivi, schemi che possono essere scoperti attraverso il linguaggio. Un linguaggio che non è necessariamente solo verbale, ma un linguaggio inteso in senso più ampio, ovvero la lettura di ogni forma di comportamento. Ogni atteggiamento, ogni pensiero, ogni modo di respirare fa parte di un linguaggio, che è strumento di conoscenza, conoscenza di se stessi.

Molto spesso all’inizio dei miei corsi io propongo questa domanda: “come fai a fare ciò che fai?” Ciascuno di noi è in grado di ottenere dei risultati, indipendentemente dal fatto che questi siano voluti o non voluti, ma spesso ci manca la consapevolezza di come replicarli. Faccio un esempio semplice. Io so nuotare e voglio insegnare il nuoto ad una persona che non è mai entrata in acqua, non sa stare a galla ed ha paura dell’acqua. Non è semplice. Io posso anche dirgli “rilassati, non tendere i muscoli, muoviti così, muovi le braccia, muovi le gambe…” Potrei parlare per ore ma non servirebbe a nulla. E’ necessario prima riuscire a spegnere la sua paura attivando la sua consapevolezza. Deve pensare “io non ho paura”. E come faccio ad aiutarlo a non avere paura? Attivando la sua consapevolezza su ciò che sta facendo e su come lo sta facendo.

Il primo punto su cui lavora la Programmazione Neuro Linguistica è l’autoconsapevolezza; “cosa stai facendo?”. Ciascuno di noi nel relazionarsi con gli altri (nella vita privata e nel lavoro) usa delle strategie, di cui spesso non è consapevole e cosciente, in pratica applica degli automatismi. La rivoluzione della PNL consiste nel fatto che non ti chiede di dare interpretazioni e giudizi; non ti spiega che “se fai così…significa x e se invece fai cosà vuol dire y…” Si parte da un concetto diverso, dove non è necessaria l’interpretazione, non è necessario il giudizio, ma ci si pone davanti al semplice quesito “come fai a fare ciò che fai?”

Io compio un gesto ed ottengo un risultato. E’ il risultato voluto? Si, bene allora prendi consapevolezza di come hai fatto a compiere quel gesto e continua così. Il risultato non è gradito? Allora dobbiamo capire come si è sviluppato il gesto, analizzandone la sequenza e modificando il comportamento. Ora funziona meglio? No. Allora modifichiamo nuovamente, sino a giungere ad ottenere il risultato che ci eravamo prefissi. E’ un approccio talmente pragmatico che a volte questo processo appare come qualcosa di molto mentale, in realtà invece si lavora pragmaticamente sul lato emotivo dell’individuo. Mi rendo conto che potrebbe apparire paradossale, ma è questo il meccanismo rivoluzionario della PNL. L’emotività della persona è ciò che ci fa percepire lo stato di vibrazione che ciascuno di noi provoca: pensiamoci, quando siamo emozionati o ci sentiamo eccitati, ci sentiamo vibrare.

La programmazione neuro linguistica è piena di falsi miti, miti fasulli che io amo smontare.

Da questo approccio iniziale “conoscere i processi interni”, si sono sviluppati diversi filoni; quello maggiormente conosciuto è quello più tecnico, ovvero quello che insegna la tecnica per entrare in rapporto con un’altra persona. E’ quello tanto in voga nel mondo della vendita; lo chiamano il “ricalco”, io con una certo disprezzo lo chiamo “lo scimmiottamento”. Tu stai seduto a gambe incrociate ed il venditore si siede anch’egli a gambe incrociate pensando così di creare repport. No, no, no, non va fatto. Tanto la controparte vi becca subito e questo scimmiottamento di certo non lo gradisce e non vi serve.

Ci sono state cattive interpretazioni degli scritti di Richard Bandler e di John Grinder (il co-creatore della PNL con Bandler). Nel loro primissimo libro dedicato ai terapeuti, quando ancora la PNL si chiamava Meta, loro scrivono: se un terapeuta deve creare un repport con una persona e non ci riuscisse altrimenti, tenga presente che quando le persone sono in sintonia tra di loro tendono a rispecchiarsi nella postura del corpo o nella terminologia usata. Qualcuno ha inteso questa indicazione come una tecnica da replicare: usate il “ricalco” e catturerete il cliente. No, vi prego no. Non funziona ed è una interpretazione non genuina del pensiero di Bandler e Grinder. Il fenomeno è reale; pensate a due amici che parlano camminando per strada, quasi certamente terranno il medesimo passo e lo stesso ritmo. Ma non è detto che per diventare amico di un’altra persona sia sufficiente camminare replicando il suo stesso passo. La programmazione neuro linguistica è piena di falsi miti, miti fasulli che io amo smontare.

Se le chiedessi una definizione secca della Programmazione Neuro Linguistica, lei cosa mi direbbe?

Lo studio dell’esperienza soggettiva delle persone.

Vorrei riprendere l’esempio che lei ha scelto poco fa, quello del neofita che vuole imparare a nuotare. Lei suggerisce di analizzare il proprio stato d’animo, prendere consapevolezza della propria paura per l’acqua per poterla vincere. A mio avviso, probabilmente, se anche questa consapevolezza non venisse raggiunta, magari a fatica il neofita galleggerebbe ugualmente, in quanto nella sua psiche esiste l’archetipo del galleggiamento. Non voglio tirare la coda a Jung, ma temo che anche senza PNL si possa non affondare.

Assolutamente si. Però esistono alcune persone, particolarmente timorose dell’acqua, che nonostante tutto non riescono ad imparare a fare un determinata cosa nel mondo giusto, o meglio la imparano in maniera dolorosa. Le faccio un altro esempio, un esempio che utilizzo spesso con gli atleti che seguo come mental coach. Molto spesso l’atleta ha una consapevolezza parziale del suo corpo. In particolare gli atleti di alto livello per migliorasi devono studiare tutti i propri processi interni, essendo già ad altissimo livello, lo spazio di miglioramento è piccolo e va cercato con una minuzia particolare.

Io dico loro: sei capace di alzarti dalla sedia ed andare a chiudere quella porta laggiù in fondo? Mi guardano come se fossi un matto, ma lo fanno. Si alzano e vanno a chiudere la porta. Ora spiegami come hai fatto ad andare a chiudere la porta. “Mi sono alzato, ho fatto qualche passo ed ho chiuso la porta”. Bene, allora adesso immagina che io sia una persona che non si è mai alzata in vita sua e spiegami con parole tue come si fa ad alzarsi. In questo momento l’atleta si rende conto dell’enorme quantità di cose scontate che diamo per assodate e che non analizziamo nel dettaglio. Possiamo sostituire l’archetipo del galleggiamento con quello della camminata, rimane il fatto che una camminata è comunque l’insieme di una serie di processi.

Lei mi sta dicendo che l’archetipo mi consente di fare un determinato gesto ma per farlo ad un alto livello devo andare oltre?

Si, è necessario averne consapevolezza. Devo capire che cosa c’è dietro a quel movimento, anche se è ormai nel patrimonio genetico dell’uomo. La PNL è anche un insieme di domande che porta a raggiungere un elevato livello di consapevolezza.

Nel suo sito internet trovo un passaggio che riporto: Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto…è speciale…Vivetelo con passione! Marco Valerio Ricci. Lei non si offende se le ricordo che una deduzione del genere era già stata elaborata secoli e secoli fa dal poeta latino Orazio che, nelle sue Odi, la sintetizza nella locuzione Carpe Diem, sia pur con una amara chiusura?

«Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero» —- «Mentre si parla, il tempo è già in fuga, come se ci odiasse! Così cogli la giornata, non credere al domani.»

Non mi offendo, anzi. Io parto da un concetto che deriva dalla fisica, nel mio caso da ciò che mi hanno insegnato i miei genitori. Il tempo non esiste. E’ una nostra illusione; noi usiamo una terminologia spaziale, perché ciò che definiamo minuti primi e minuti secondi sono solo delle misurazioni di arco. Il concetto di tempo è puramente fittizio. Bisogna vivere il presente con passione; o meglio bisogna vivere con compassione, vivere sentendo insieme agli altri. Tempo fa scrissi una poesia, forse non proprio una grande opera; la scrissi in un momento particolarmente malinconico della mia vita, quando mi sentivo uno sfigato. Ero nel giardino della casa dei miei genitori in montagna e mi venne in mente questo verso: non vedo, ma sento meravigliosamente la bellezza intorno. Non la vedevo, ma la sentivo, la percepivo perfettamente.

Quindi il carpe diem legato alla dimensione del tempo è un inganno verbale?

Questa interpretazione del carpe diem mi fa ripensare alla comune sindrome dell’immortalità, che ci porta a non fare oggi qualcosa perché si pensa sempre che ci sarà comunque un domani per realizzarla. Confortante, ma se il tempo è un’illusione bisogna sforzarsi di vivere al meglio il proprio presente.

Noi siamo emozioni allo stato solido

“Noi siamo Emozioni allo stato solido. Il vero repport consiste nel vibrare in risonanza con gli altri esseri umani”. Personalmente trovo questo pensiero molto profondo e lo condivido pienamente. Aggiungerei se me lo permette “vibrare in risonanza anche con la Natura”, intesa nella sua accezione più ampia. Mi spiega in termini semplici e fruibili a tutti come il vostro metodo interagisce con le fonti dei queste vibrazioni, ovvero le energie?

Sto entrando in un terreno minato. Come detto in passato mi sono avvicinato anche a mondi che erano per me molto lontani, come quello degli sciamani. Perché ho accettato questo genere di esperienze? Nella mia vita ho avuto varie esperienze non spiegabili con la scienza, o meglio con la spiegazione scientifica che sino ad oggi è stata data a determinati fatti. Ho vissuto in un mondo fortemente basato sul realismo e sul materialismo; mio padre ha studiato fisica ed astrofisica perché si è innamorato di mia madre, pur avendo un’anima decisamente poetica. Ha deciso però di abiurare questa parte poetica di se stesso ed è entrato a piè pari nel mondo della scienza ed ancora oggi interpreta ogni cosa da un punto di vista puramente scientifico.

Nonostante questa sua inclinazione, non mi ha mai nascosto la presenza nella sua vita di esperienze non ancora spiegabili con criteri scientifici. Ad esempio dopo la morte di sua mamma, per moltissimo tempo ha ricevuto la visita della mamma nel cuore della notte, sino a quando non si è spaventato ed allora la mia nonna gli ha detto “ se ti faccio paura, non verrò mai più”. Da quel momento mio padre non ha più sognato sua madre. Mi raccontò anche della sua capacità di trovare gli oggetti perduti: mia madre perdeva un anello e lui aveva una visione esatta di dove fosse finito; si andava dove diceva lui e lo si trovava. Ma quando io parlavo di qualcosa che non fosse basato su evidenze almeno percettive se non proprio scientifiche, mi bloccava e si arroccava dietro al suo “non esiste nulla di tutto ciò”.

Tutto questo mi ha abituato a leggere quanto accade nella vita in chiave di riscontrabilità. Noi siamo emozioni allo stato solido; quando coniai quella frase stavo parlando con una persona che aveva un approccio molto molto razionale e per dare un senso alla mia frase gli esposi un mio ragionamento. Einstein ci ha offerto una splendida equazione: E= mc² - ovvero l'energia è uguale alla massa moltiplicata per il quadrato della velocità della luce. Noi siamo massa e nel contempo siamo energia. Noi siamo emozione, la parola emozione deriva dal latino emovère (ex = fuori + movere = muovere) letteralmente portare fuori, smuovere, e per poter far ciò dobbiamo utilizzare la nostra energia. Se io metto una mano sul tavolo io lo percepisco come un unicum solido, in realtà non esistono due soli atomi che si stiano toccando, ma stanno vibrando tutti insieme in campi elettromagnetici ed è questa vibrazione a farmi percepire la sensazione della solidità. Siamo immersi nella percezione, in senso più esteso, nella Natura.

Sempre nel suo sito leggo: il coach è allenatore della felicità. Personalmente negli incontri di coaching a Roma o ad Aosta ho l’obiettivo di aiutare chiunque abbia bisogno di allenarsi alla felicità. Pensi, quando ero ragazzino qualcosa di molto simile mi veniva detto dal giovane prete che seguiva i ragazzi in oratorio; il suo metodo si basava sull’applicazione del “metodo Vangelo” Qual è il suo rapporto con le religioni?

Io sono figlio di una mamma astrofisica estremamente cristiana e cattolica e di un padre che si professa ateo, anche se a me sembra una delle persone più religiose al mondo. Sono cresciuto andando all’asilo ed al doposcuola delle elementari dalle suore, e prima dell’inizio del doposcuola leggevo la Bibbia a mia sorella. Arrivato alle medie ho iniziato a fare domande alla mia insegnante di religione e l’insegnante ha iniziato a mandare delle letterine a mia madre “signora preghi suo figlio di farmi fare lezione, pone domande alle quali non posso rispondere”. Non erano domande insensate… del tipo “ ma se un mussulmano ed un cristiano vivono da brave persone la loro vita e poi muoiono, vanno in due paradisi differenti o nello stesso?” Io ero curioso, ma per l’insegnante queste erano domande sovversive. Al momento della cresima, quando capii che stavo diventando un soldato di Cristo, io dissi a mia mamma “non me la sento, non voglio diventare un soldato di Cristo”. E da quel momento mi sono creato una mia religione, assemblando una serie di credenze, un mix un po’ animistico. Non credevo a ciò che diceva mio padre, ovvero che non ci fosse nulla, ma nel medesimo tempo non trovavo un senso compiuto negli insegnamenti della chiesa cattolica. Oggi penso di vivere una vita molto spirituale, una vita non codificata secondo i canoni standard, molto legata al sentire e non abbinata ad una specifica ritualità, ma legata ad una sorta di connessione con il creato. Non sono ateo, non credo nelle religioni codificate nel mondo odierno e non voglio essere etichettato.

Lei è stato consulente della Guardia di Finanza e, nel corpo degli Alpini in qualità di ufficiale, è diventato esperto di leadership militare. Come si applica il vostro metodo di coaching all’interno di strutture che sono tradizionalmente caratterizzate da disciplina e rispetto tassativo della piramide gerarchica di comando?

Il coaching va adattato a seconda del cliente. Per cliente intendo l’organizzazione che richiede il mio intervento e non il singolo sul quale opero. Il coaching deve essere funzionale allo scopo che quell’ente deve ottenere, quindi quando opero con una struttura di tipo militare non mi concentro sulle necessità del singolo soldato, ma sul comportamento che il Corpo di appartenenza vuole che sia raggiunto dai propri militari, aiutando i singoli a comprendere il corretto posizionamento all’interno della struttura gerarchica e militare.

Nel corso di un combattimento o di un’azione militare che causa forte stress, il singolo soldato non può pensare, perché se pensa muore. Deve seguire degli automatismi comportamentali e tutta l’organizzazione deve seguire i medesimi automatismi. L’ufficiale superiore deve sapere esattamente cosa faranno i propri sottoposti ed ogni singolo militare deve sapere esattamente cosa farà il ragazzo in divisa che sta di fianco a lui. Solo così si evitano perdite inutili e si evita di cadere sotto il famigerato fuoco amico. Il mio compito è quello di aiutare le persone a funzionare al meglio nel contesto in cui operano.

se sai incontrarti con il Successo e la Sconfitta e trattare questi due impostori allo stesso modo.

RUDYARD KIPLING - Se (Lettera al figlio) - Rewards and Fairies (1910).

Quale atteggiamento suggerisce un mental coach come lei a coloro che nello sport, nel lavoro, nella vita, si trovano ad affrontare non la vittoria ma la sconfitta?

Esiste una poesia di Kipling che si intitola Se (lettera la figlio), è una sorta di testamento che invita a trattare sia la sconfitta sia la vittoria come due impostori. La vittoria e la sconfitta sono due risultati, ma ciò che conta è la performance. Se io ho realizzato la mia migliore prestazione devo essere soddisfatto a prescindere, anche se sono arrivato ultimo. Se ha dato il meglio di sé il mio atleta deve essere soddisfatto; nessuno lo ha sconfitto se lui ha gareggiato contro se stesso. Il mio primissimo contatto con la PNL lo ebbi da ragazzino alla scuola americana. Il nostro allenatore di nuoto in occasione del primo incontro a bordo vasca ci disse “tutti in acqua e nuotate”. Dopo un quarto d’ora ci fece uscire dall’acqua e ci fece sedere per terra.

“Tra di voi non c’è nessun campione, quindi non vi chiederò di vincere nessuna gara. Da questo momento potrete uscire dall’acqua solo quando avrete battuto il vostro record personale, e non mi interessa se siete in gara oppure in allenamento.” Una squadra di non campioni - 17/18 anni - è giunta imbattuta alle finali della Contea e seconda assoluta a fine stagione. A noi non interessava mai chi nuotava nella corsia di fianco alla nostra, eravamo sempre focalizzati su noi stessi. Avendo una sede ad Aosta mi capita talvolta di lavorare con i giovani atleti dello sci e di sentire cose assurde dette dagli allenatori, tipo “questa gara la devi vincere ad ogni costo”. E’ un atteggiamento che non condivido.

2007

Marco Valerio Ricci con la sua bella maglietta sportiva scende a bordo campo con la Nazionale di Rugby. Non mi dirà che anche quegli omaccioni hanno bisogno di un Mental Coach…

E’ una collaborazione nata in modo un po’ particolare, nel 2007. Fui invitato dal medico ortopedico che era al seguito della Nazionale azzurra a vedere Italia-Argentina nel 2006, si giocava a Roma. Primo tempo avanti bene l’Italia e nel secondo naufragio assoluto. A fine partita dissi a questo medico “ la partita mi è piaciuta e so perché abbiamo perso”.

Lui mi portò dal tecnico della Nazionale Pierre Berbizier e mi disse… dillo a lui. Parlai con lui per un po’ e successivamente iniziai a collaborare con Berbizier, che aveva fatto dopo la fine della sua carriera agonistica anche formazione aziendale, e quindi era molto interessato. Da questa collaborazione uscì fuori il nostro miglior Sei Nazioni, dove battemmo Irlanda e Scozia, rischiando addirittura di vincere il torneo in seguito ad un incrocio di risultati. Con lo staff della Nazionale seguii tutta la preparazione oltre oceano ed i Mondiali 2007. In quell’ambiente alcuni ragazzi mi accolsero con molto scetticismo: “ma tu sai giocare a rugby?” fu la prima cosa che mi chiesero. Io mi ero studiato tutte le regole ma non avevo mai giocato in vita mia, riuscii comunque a conquistare la loro fiducia dimostrando anche di conoscere le regole complesse del gioco meglio di tanti di loro. Certo un prezzo lo pagai; un giorno mi issarono sull’attrezzo che serve ad allenare la mischia e mi spinsero via… atterrai cento metri dopo, fui il mio battesimo del campo.

A dire il vero la maggior parte del mio lavoro non fu orientata a motivare i giocatori, ma fu indirizzata verso lo staff tecnico, che andava amalgamato a dovere. La comunicazione dello staff nei confronti della squadra era tremenda e su questo aspetto ho dovuto lavorare parecchio. Gli input scoordinati che arrivavano ai giocatori - spesso ragazzi molto giovani - mettevano a disagio il team. Alcune scelte federali convinsero Berbizier a lasciare la guida della Nazionale dopo i Mondiali ed io lasciai con lui.

Esiste poi il mondo dell’ipnosi da palcoscenico, per intenderci quella de “a me gli occhi, please”, con le persone che cadono a terra eccetera eccetera. Baggianate.

Lei utilizza l’ipnosi. Ad uno scettico pervicace come me viene subito in mente una malignità: questo signore esegue una sorta di lavaggio del cervello. Mi faccia cambiare idea… ma non mi dica di guardarla fisso negli occhi.

Si, l’ipnosi è un lavaggio del cervello. Noi subiamo l’influenza del mondo esterno costantemente; quando cambiamo idea dopo avere visto qualcosa che proviene dall’esterno, noi subiamo un vero e proprio lavaggio del cervello. Solo che noi lo definiamo “cambio di idea”. Ipnosi deriva dal greco ὕπνος e significa «sonno» perché durante lo stato ipnotico si ha una sorta di flaccidità della muscolatura del viso che somiglia a quella che si ha mentre si dorme. In realtà noi siamo costantemente ipnotizzati: basti pensare ai cartelloni pubblicitari - ipnosi collettiva - che sono strutturati per alterare lo stato di coscienza delle persone instillando un’idea nuova nelle loro menti. Il mio obiettivo è quello di aiutare le persone a liberarsi delle ipnosi collettive, tanto che alcuni registi di spot pubblicitari mi dicono “tu insegni alle persone a liberarsi del mio lavoro”. L’ipnosi serve per uscire dall’ipnosi collettiva, serve a prendere consapevolezza, aiutato da una persona che il soggetto stesso ha scelto e della quale ha piena fiducia.

Esiste poi il mondo dell’ipnosi da palcoscenico, per intenderci quella de “a me gli occhi, please”, con le persone che cadono a terra eccetera eccetera. Baggianate. I giochini da Maga Magò sono semplicemente manovre di suggestione; percentualmente funzionano su una parte minima dei soggetti trattati, ma funzionano. Nulla più che una manovra di suggestione, nulla a che vedere con l’ipnosi. Non bisogna nasconderci che la capacità del nostro cervello di credere a cose inesistenti è molto sviluppata, ed il nostro organismo è programmato per reagire e rispondere alle nostre convinzioni. Esiste un bel libro del dottor Enzo Soresi (psico-neuro-endo-neurologo) che si intitola Il Cervello Anarchico, nel quale si afferma che ogni medico (in base alla cultura di provenienza del paziente) dovrebbe essere affiancato da un’altra figura: uno psicanalista, un religioso, uno sciamano … perché l’effetto della cura e della medicina è maggiore in stretta relazione con la convinzione del paziente che la assume. Più ci si crede, più funziona. La fiducia e la convinzione attivano maggiormente l’organismo.

L’ipnosi deve essere praticata da un medico ed è pericolosa se viene praticata al di fuori dello stretto ambito clinico?

Milton Hyland Erickson (uno dei più importanti psicoterapeuti e ipnoterapeuti del Novecento) diceva che l’ipnosi non esiste perché tutto è ipnosi. Tradizionalmente e legalmente l’ipnosi usata a scopo terapeutico è ad appannaggio di medici, psicoterapeuti abilitati e dentisti. E’ una forma di terapia che deve essere praticata solo da professionisti abilitati. Ogni nazione ha poi delle regole legislative differenti, ma in Italia è così ed è giusto rispettare la legge.

Ti è mai capitato di rivedere un vecchio amico che non vedevi più magari dai tempi della scuola e di dirgli “ma ti ricordi di quel professore di lettere di quaranta anni fa….”. L’amico si perde per un attimo e si concentra sul tuo input, deconcentrandosi per qualche istante. In quel momento tu hai alterato il suo stato di coscienza, il tuo amico si è assentato perdendo il contatto con il presente ed ha fatto una regressione temporale. Lo hai letteralmente ipnotizzato. E’ grave? E’ pericoloso? La forza della comunicazione è nelle mani di ciascuno di noi ma pochi si dedicano a conoscere in profondità la tecnica della comunicazione. L’ipnotista conosce, studia ed approfondisce il tema della comunicazione. L’idea della pericolosità dell’ipnosi scaturisce spesso da una mancanza di fiducia, ma normalmente l’ipnosi non crea pericolo. Due amanti si ipnotizzano a vicenda in continuazione…

Il coach non è un risolutore di problemi

Che società è la nostra e perché un ruolo come il suo è diventato accettato, consueto, strategico ed economicamente rilevante?

All’inizio di questa estate ho conosciuto tramite internet un mio lontano parente; aveva creato un sito che parlava della famiglia di origine della mamma di mio padre. Abbiamo scoperto di essere lontani parenti, abbiamo un quadrisnonno in comune. Lui ha una quindicina di anni più di me. Ad un certo punto nel parlare mi ha detto “ ma tu quindi vendi aria fritta?”. Si, se fossimo ancora in Italia anni 60-70’, io potrei definirmi un venditore di aria fritta. Alle persone che oggi vengono da me, a quei tempi avrebbero detto “falla finita di farti sti problemi, agisci e datti da fare”. La professione del coach è una professione di lusso. Quando non abbiamo più grossi problemi, spesso ci domandiamo “come posso stare ancora meglio, come posso essere più felice?”

Il coach non è un risolutore di problemi, per questo genere di necessità esistono lo psicologo ed il terapeuta. Il coach è un ottimizzatore. Quando una persona dice - sto benino ma potrei stare meglio - ecco che entra in gioco il coach. E’ una professione remunerativa perché fondamentalmente la persona che si rivolge al coach sta bene, ha una discreta o buona disponibilità economica, ed ha un desiderio da soddisfare. E’ disposto ad investire per risolvere quella sua situazione di non agio (non uso il termine disagio per non confonderlo con il problema psicologico): del tipo… arrivo bene a fine mese ma perché non provare a migliorarmi e magari a diventare ricco… oppure diventare più felice nella mie relazioni, con i miei figli, con il mio datore di lavoro. Desiderio di ottenere risultati diversi.

Il problema nasce quando si vuole sfruttare questo genere di approccio. Oggi come oggi c’è più business nel creare scuole per coach piuttosto che nel fare coaching. Il mercato ha più offerta che domanda, e pullula di persone arrivate nel mondo del coaching con l’illusione di fare guadagni facili, senza essere preparati e senza saper stare sul mercato. Ci vuole spirito imprenditoriale, visione del marketing ed una buona parte delle scuole di coaching ti insegnano solo a fare le classiche domandine ed a relazionarsi con le persone; spesso faccio da mentore ai coach e noto che si compiono grossi errori di impostazione nella professione.

Il coach non soddisfa un bisogno, il coach è un lusso. A mio avviso il boom del coaching è destinato ad avere una nuova involuzione (già una l’abbiamo vista tra il 2008-2009); adesso va di moda il “cambia professione, diventa un coach”. Ma io dico, sei stato un dipendente alle Poste sino a ieri ed ora pensi di avviare un’attività professionale di colpo? E magari di ottenere e di far ottenere risultati in sei mesi?

Ecco allora fiorire le promesse farlocche “ti risolvo la vita…vieni da me…”. La gente poi crede di andare a fare psicoterapia a buon mercato. E’ giusto far sapere che il costo di un coach è decisamente più elevato di quello di uno psicoterapeuta; il bravo coach deve avere il coraggio di farsi pagare al raggiungimento del risultato. Si individua con l’assistito un risultato da raggiungere e si valuta quanto possa essere il costo che l’assistito è disponibile a pagare per arrivarci. Se ci si mette una settimana o due anni dipende dalla competenza e della capacità del coach. L’applicazione di una tariffa oraria non ha senso.

Ottimo. Ho le idee decisamente più chiare. Grazie Ricci, buon lavoro e buona vita.

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