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11 Gennaio Gen 2019 0800 11 gennaio 2019

Millennials allo specchio: ambizione, futuro e la storia contro

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Alessio Mazzucco

Oltre che un amico, Stefano Leanza è un giovane pensatore – azzardo una parola in disuso: intellettuale - perché ha la capacità di raccogliere scintille di pensiero nella soffocante oscurità del dibattito politico. Milita in +Europa, ma si sa: non tutti sono perfetti.

E così, quasi per caso, abbiamo deciso di farci una chiacchiera – più domande e risposte in realtà – e parlare un po’ di noi, Millennials.

Un punto di vista da Millennials: cosa rappresenta la politica per te?

Semplicemente la passione “intellettuale” più importante della mia vita, non c’è altro tema che mi interessi di più. Una passione che nel mio caso si accompagna a quella per le scienze sociali, ed è del tutto distinguibile dall’impegno in prima persona. Il mio professore di diritto tributario, Raffaello Lupi, diceva che forse arriverà un giorno in cui gli scienziati col microscopio o col telescopio riusciranno a spiegare i misteri fondamentali della nostra vita, responsabilità che abbiamo in quanto essere coscienti, ma nel frattempo abbiamo bisogno delle scienze sociali proprio per consentire alle scienze fisiche e alle arti di avere gli strumenti necessari alla loro indagine, alla comunità umana di organizzarsi per continuare la propria ricerca. A questo interesse intellettuale accompagno l’impegno attivo da qualche anno, per portare avanti la mia idea di società, con persone fra le più care conosciute sul campo. Più che il tanto citato “spirito di servizio” direi che nel mio caso è una malattia.

La partecipazione politica giovanile è ai minimi storici. Cosa pensi del rapporto tra l’Impegno (nel senso di Responsabilità individuale) e i giovani: è logoro, ammaccato forse o semplicemente immaturo?

Penso che in gran parte la retorica dei giovani di oggi viziati e bamboccioni sia un falso mito. Da molti punti di vista le generazioni più capricciose sono quelle anziane: anche senza limitarsi allo scandaloso furto generazionale delle pensioni, alle spese folli, alle tutele sul lavoro... illudersi per esempio di poter avere una società senza immigrati, con tutti i disagi sociali che possono comportare, è un capriccio irrazionale più tipico dei vecchi. I giovani d’oggi fanno molti lavori sottopagati, sono abituati a convivere in pochi metri quadri, sono abituati alla precarietà del non riuscire ad accumulare. Il problema che impedisce di ribellarsi a questo sistema, oltre al nostro lassismo, è spesso la dipendenza economica. Capita di sentirmi dire anche da molti under 40 “ma col retributivo gli anziani mantengono i giovani”; come se in risposta alla disoccupazione femminile dicessimo che le donne non si devono lamentare perché tanto i mariti le mantengono. Se mai riusciremo a creare un nuovo welfare e una diversa rete di opportunità sarà più facile convincere i giovani di ciò che Pannella disse della pensione a 50 anni: “la mancetta del nonno è una coglionata”.

Cambiamo punto di vista. I nostri coetanei e le aspirazioni: siamo una generazione senza sogni? O forse solo sognatrice e poco ambiziosa?

C’è una pericolosa, per quanto comprensibile, diffusione di una mentalità “sconfittista” all’interno della società. Spesso facciamo l’errore di addebitarla solo agli anziani e al generale invecchiamento della popolazione ma purtroppo non è così. La nostra è una generazione per lo più rassegnata, poco combattiva, del tutto estranea all’idea che diritti e migliori condizioni di partenza non vengono concessi: te li prendi e, dopo che li hai conquistati, li difendi. Questo vale dai temi macroeconomici fino alle più specifiche condizioni di lavoro. Una scarsa autostima che nasce dalla percezione di essere pochi, deboli, dipendenti da altri.

Secondo te perché l’ambizione viene ricacciata così tanto dalla nostra cultura, nonostante ricchezza, successo e potere siano tanto invidiati?

In parte perché si scontra con la nostra società: in un contesto frustrante è naturale smettere di credere che il proprio impegno porterà lontano. Contemporaneamente però un giovane è ancora più bombardato oggi rispetto a ieri da modelli di perfezione (bellezza, popolarità, ricchezza) divenuti ancora più “status” nell’epoca dei social. È continuamente misurato nella sua popolarità con like, follower, commenti e incentivato ad apparire sempre più e riscuotere più micropopolarità. Una sorta di droga sostitutiva per molti, che però rischia di soffocare ulteriormente chi si sente tagliato fuori anche dall’economia dei like. Da qui la reazione di molti diventa una rinuncia alla socialità: il proliferare di pagine del tipo “stare in casa is the new uscire”, il costante umorismo dei meme volti a sottolineare la differenza fra “gli altri” (fighi) e “io” (sfigato e pacioccone), l’esaltazione delle nicchie nerd che diventano delle oasi protettive. In generale il senso di vaga depressione che deriva dal costante contatto con modelli perfetti rispetto ai quali ci si sente destinati a non poterli raggiungere.

Allarghiamo lo sguardo. Come sai, io ritengo che l’Occidente abbia perso la pulsione propulsiva ad espandersi (culturalmente e territorialmente) e si stia richiudendo su sé stesso in una conseguente dinamica di litigio e frustrazione: tu pensi che la cultura dell’auto-accusa (l’Occidente fonte di tutti i mali) sia una miccia pericolosa, soprattutto in relazione all’immigrazione di massa e, di conseguenza, all’arrivo di nuove culture?

Come sai condivido l’analisi sull’Occidente ma non la relazionerei tanto all’’immigrazione, pur senza voler negare i rischi di questo fenomeno, così come i suoi costi. È un pericolo che vedo molto forte soprattutto rispetto ai nuovi imperialismi che sottovalutiamo e che rischiano di avere effetti devastanti: quello cinese in primo luogo, ma anche quello russo con cui abbiamo avuto a che fare più direttamente, e in futuro altri grandi paesi emergenti. In un libro illuminante, “Factfulness”, Hans Rosling ci mostrava come la nostra concezione del mondo sia ferma agli anni ‘60: ma nel frattempo è cambiato, divenuto molto più piatto, gli “altri” sono molto più simili a “noi” come mezzi e ambizioni. Noi siamo ancora fermi con la sinistra alla Chomsky a una mentalità del secolo scorso in cui c’erano gli americani a fare il bello e il cattivo tempo e il resto del mondo per lo più subiva, mentre a destra abbiamo la diffusione di idee isolazioniste dove le “civilità” (secondo blocchi “geopolitici” spesso arbitrari) dovrebbero semplicemente essere lasciate in pace dal nostro interventismo. Un “provincialismo occidentale” come mi piace chiamarlo, dal quale un giorno ci sveglieremo scoprendo che non eravamo soli e gli altri marciavano a passo spedito. E che se a guidare il mondo non sono le forze occidentali lo saranno Paesi perfino peggiori di noi.

Pensi che sia necessaria, in politica, una narrazione propositiva, ambiziosa, tragica o meglio evitarla in ricordo dei disastri novecenteschi?

Come scrisse qualcuno, noi siamo “immersi nelle storie”. Senza l’idea di appartenere a una storia siamo sperduti nella vastità del mondo. Da questo punto di vista nulla è cambiato e credo che la causa dei disastri novecenteschi stesse nella qualità di quelle narrazioni, non nel fatto che ne venissero proposte. Penso che un punto di partenza importante sia quanto tracciato da Jonathan Haidt nel suo “Menti tribali”: gli umani generalmente prima si schierano e poi cercano giustificazioni razionali al proprio schierarsi, agendo quasi sempre in base al principio di lealtà. Se torneremo a costruire una narrazione del mondo con i temi della società aperta ma sul principio di lealtà, il liberalismo avrà maggiori margini di successo rispetto alla crisi attuale.

Europa e giovani. Tu militi in +Europa, ma indipendentemente dall’impegno, il tuo cuore è rivolto all’Europa: la stiamo perdendo? Era un bel sogno? Può essere recuperato? Cosa leggi negli altri quando parli di Europa?

Si trattava certamente anche di un sogno, ma è uno degli esempi tipici in cui la narrazione (per tornare al tema di prima) progressista ha finito talvolta per oscurare stringenti ragioni pratiche. La comunità europea, sia pure in un contesto di straordinaria riconquista di democrazia e diritti umani, non è nata semplicemente da belle idealità: era in primo luogo un patto tra Francia e Germania con cui la prima puntava a controllare la seconda. Ad aggregarsi furono inevitabilmente i Paesi del Benelux, confinanti, piccoli, neutrali e già uniti. In questo scenario si inserì l’Italia con tutta la levatura di De Gasperi, che colse nell’Europa l’occasione per riportare l’Italia al tavolo delle grandi potenze. Nel mezzo secolo successivo la retorica della “irreversibilità” del progetto europeo è scaduta in un fatalismo che ha portato allo stallo attuale. La crisi come noto ha gravemente riacceso i nazionalismi e inasprito i rapporti: il problema non è “l’Europa delle banche” ma l’Europa dei governi, che impedisce un governo europeo. Abbiamo perso la spinta idealistica, ma il progetto potrebbe ripartire da una nuova “piccola Europa”, per le sue evidenti opportunità, che diventano sempre più necessità. Il rischio è che stavolta non ci sarà l’Italia e questa è la spinta più forte a battermi per Più Europa. Serve forse meno retorica sulla “generazione Erasmus” e più senso di urgenza storica, a partire dai giovani.

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