Elisabetta Favale
E(li's)books
16 Gennaio Gen 2019 1710 16 gennaio 2019

L'emarginazione, lo spettro della pedofilia, il male di vivere. Il giorno in cui Lorenzo morì. Recensione

Paolo Marati

Leggendo Il giorno in cui Lorenzo morì le tematiche che emergono sono tante anche se tutte mi sembra finiscano per confluire nel dramma della stereotipizzazione e categorizzazione degli individui secondo stardard che portano al crollo della solidarietà collettiva e ad un isolamento senza via di scampo.

IL LIBRO

"In una grigia domenica di metà settembre, Lorenzo muore. Tra la sottile oppressione di una Roma indifferente e le ambigue atmosfere di passaggio tra l’estate e l’autunno, si snoda il dramma di una vittima ingenua ma non innocente, di un ragazzo indifeso di fronte alle brutalità che si celano nei rapporti umani e sprovveduto di fronte all’irrazionale egoismo che conduce a una solitudine senza prospettive. La sua vicenda s’intreccia con quella, altrettanto tragica, di Pippi, un attempato clochard oppresso da innominabili istinti sessuali, e con quella più crepuscolare di Manu, un ventenne affascinante ma tormentato dal desiderio morboso di evadere dalla gabbia del dover essere borghese. Nonostante l’inquietudine dei personaggi, costantemente in bilico tra purezza e dannazione, la scrittura procede rapida senza mai cedere al sentimentalismo e raggiunge, nelle ultime pagine, punte d’intensa liricità. Le scene si susseguono veloci e creano una sensazione di attesa continua. Il materiale narrativo, a volte scabroso, si rivela sempre di facile decifrabilità. L’autore, cosciente della relatività di ogni giudizio, si rifiuta sia di condannare che di compatire e lascia al lettore il compito di valutare personaggi e situazioni. D’altra parte, come afferma verso la fine del romanzo un’anziana salentina, «nui sapimu quiddu ca simu ma nun sapimu quiddu ca putimu essere”.

Tra tutti i personaggi emerge prepotente Pippi.

Pippi è un senzatetto, uno di quelli che i romani sono abituati a vedere nella zona di Via Giolitti, dietro la stazione Termini, in piazza Cinquecento a lavarsi alla fontanella al mattino mentre chi va al lavoro esce dalla metropolitana e si riversa per le strade indifferente.

Pippi non ha un posto dove tornare, è privo di quel luogo, la casa, che serve ad un individuo come riferimento sociale, per ricostruire se stesso ogni giorno, la vita di Pippi è un mosaico di desolazione e privazione fisica, morale, affettiva.

Pippi si strinse nelle spalle []aveva notato, vicino allo scaffale dei detersivi in offerta, un signore distinto guardarlo pieno di comprensione. Per questo si finse ancora più misero adattando il viso alla tipica espressione remissiva di un vedovo inconsolabile: sperava che quelluomo elegante intervenisse, che magari gli togliesse dalle mani la bottiglia di aceto e gli offrisse che so, un Tavernello. Ma niente

L’isolamento e la degradazione psico-fisica nel suo caso sono aggravati da pulsioni deprecabili e da condannare senza appello, l’autore ci trascina in una inarrestabile caduta e verso una condizione di morte civile, il processo di “désaffiliation” del personaggio è descritto in modo crudo e senza sconti.

Pippi e la sua paralisi biografica sono spesso disturbanti, lo sono stati per me, e confesso che non sono riuscita ad accettare le azioni del personaggio pur avendo compreso che si è trovato (posso immaginare che accade davvero nella realtà) privo di un copione of­ferto dalla coscienza colletti­va, un copione a cui attenersi.

Non era un fiore di ragazza, deturpata comera da dei brufoli giganteschi come se fosse stata colpita dallesantema della sifilide. Ma la pelle del corpo era liscia, elastica come quella di una bambina di otto anni. Peccato che Lucrezia avesse già dodici anni

Mi inquieta pensare che oggi nelle condizioni economiche in cui versa il nostro Paese la condizione e l’emarginazione di molte persone che entrano a far parte del popolo dei senza dimora è più fisiologica che patologica, in molti casi è il risultato dell’evoluzione e del progresso e non esagero.

Ma la società cosiddetta “dell’inclusione” miete molte vittime anche tra chi in teoria si crede parte del tutto. Lorenzo, Emanuele, Florin, Elena, Marta, Carolina di cui l’autore ci racconta, sono dei normali ventenni, sono amici che passano il tempo insieme tra i libri e che provano a divertirsi, a trovare il loro posto nel mondo. Lorenzo è un ragazzo gentile e sensibile che ama Carolina smisuratamente, il suo dramma sarà fare i conti con la perdita di questo amore, lei, come succede spesso tra ragazzi molto giovani, non vuole più saperne di lui, anzi, ci tiene a dirgli che non l’ha mai amato.

Ognuno di loro è incastonato in una Roma che respinge, che fagocita senza restituire nulla in cambio, una città triste, scenario di decadimento sociale ed economico, una città indifferente che ha scordato cosa vuol dire accogliere.

“Emanuele si rese conto che la sua vita era sgangherata come un sacchetto della spesa che sta per strapparsi e sta per spargere sulla strada tutto il suo contenuto eterogeneo”.

Eppure è un bel ragazzo della Roma bene ed Elena lo ama.

L’ipocrisia e la menzogna sono il magma in cui tutti si muovono, eccezion fatta forse per Lorenzo che vive in un mondo quasi irreale, intriso di un innato senso del dovere che tuttavia è turbato da un malessere, una inquietudine che gli fermentano dentro.

La malattia di Lorenzo e la sua morte portano il lettore a riflettere su due cose particolarmente dolorose. L’incapacità degli altri di gestire i sentimenti nei confronti di chi è malato (il padre iperprotettivo, gli amici che compatiscono) e ancor più di sopportarne la perdita, è descritta con un tono di incredibile disperazione, la prosa scorrevole e senza tanti orpelli porta il lettore fin nelle più intime paure ma attenzione, non mi riferisco alle paure dei personaggi, mi riferisco alle proprie.

“Credo sia meglio non avere amici che avere degli amici spietati» sentenziò Lorenzo scuotendo la testa, mentre dal salotto giungeva soffusa una banale musichetta da programma televisivo che rendeva la sua amarezza quasi grottesca.”

LAUTORE

Paolo Marati, giornalista pubblicista, docente di Italiano e di Latino presso il liceo classico Torquato Tasso di Roma. Ha pubblicato la raccolta di racconti L’assassino sedeva a tavola con noi (Aletti, 2007) e i romanzi L’intrusione delle onde anomale (Barbera, 2014, finalista al Premio letterario Chianti) e Gli indecenti (Melville, 2017).

PAOLO MARATI – IL GIORNO IN CUI LORENZO MORI – PONTE SISTO

nella foto l'autore

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