Elisabetta Favale
E(li's)books
24 Gennaio Gen 2019 1155 24 gennaio 2019

Da oggi in libreria Foschia di Anna Luisa Pignatelli. Recensione in anteprima

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Da oggi in tutte le librerie FOSCHIA il romanzo di Anna Luisa Pignatelli, Fazi editore.

Il libro:

Ambientato in una Toscana appartata e solitaria, tra boschi incontaminati e vigneti, Foschia è il racconto di una storia familiare dai contorni decisi, intenso e conturbante.
Adulta e già malata, Marta decide di ripercorrere con la memoria il rapporto teso e tormentato vissuto con il padre Lapo, un affermato critico d’arte, uomo carismatico di grande fascino e talento. Nel ricordo, l’ammirazione da parte di lei bambina si trasforma dapprima in infatuazione e poi, via via, in una forma di attrazione più subdola e pericolosa. Dopo l’infanzia passata a Lupaia, luogo affascinante e misterioso, Marta si trasferisce con il padre e il fratello nella più austera Torre al Salto, dove, preda di pulsioni che coincidono con un naturale risveglio dei sensi e delle inevitabili trasformazioni dovute all’adolescenza, vive un momento delicato all’interno di una famiglia che non sente più come sua. Sono lontani i giorni in cui Marta cresceva accanto alla madre, donna anticonformista e inquieta, dal carattere quasi selvaggio ma profondamente legato alla natura, e lontano è il ricordo delle gite fatte insieme a Lapo nei dintorni di Lupaia per vedere le opere di Piero della Francesca o del Pontormo. Avvolti da una densa foschia sono anche gli anni in cui Marta aveva esaltato la figura del padre, legandola a ideali di purezza e bellezza, che lo scontro con la realtà porterà irrimediabilmente a rinnegare, non senza uno strascico di dolorose conseguenze.
Con uno stile affilato e allo stesso tempo avvolgente, Anna Luisa Pignatelli, già definita da Tabucchi «una voce insolita nella letteratura italiana di oggi», rivela gli aspetti più nebulosi e le ambiguità delle relazioni familiari in un gioco delle parti in cui i ruoli della vittima e del carnefice, dell’uomo e della donna, si alternano e si confondono per una storia forte, difficile da dimenticare.

La mia lettura

E’ la storia di una famiglia disfunzionale che ha al centro la figura di un padre narcisista e una madre che nell’essere vittima esercita a sua volta, con la sofferenza, il suo potere di manipolazione nei confronti dei figli. Lapo e Teresa i genitori, Marta e Antonio i figli.

La protagonista, Marta, passa l’infanzia e l’adolescenza a compiacere suo padre nella speranza di riceverne amore e di essere apprezzata. Marta non comprende come sua madre Teresa possa scontrarsi con il padre, ai suoi occhi è un uomo talmente desiderabile e affascinante che non capisce come si possa non amarlo o rinunciarvi. La manipolazione raffinatissima di Lapo incatena azioni e sentimenti della figlia che arriva perfino a offrirsi a lui come donna pur di compiacerlo.

“ Non provavo più disagio di fronte a lui per le mie forme, com’era successo nella mia prima adolescenza, anzi le esibivo, mettendole in evidenza con abiti aderenti e leggeri”.

“Disconfermata” come bambina (il padre prende a trattarla da adulta già a dieci anni) Marta assume il ruolo di “ninfetta” che il padre le proietta addosso, da notare che entrambi i figli chiamano i genitori per nome, lui è Lapo dunque, non papà.

“ Nonostante in collegio mi trovassi fra tante ragazze, dovevo fare uno sforzo per adeguarmi ai loro discorsi tanto mi parevano diverse da me […] Le vicine di camera si vantavano delle conquiste fatte […] Una di loro, Agata, dopo avermi descritto a lungo il suo ultimo spasimante, mi chiese: “E tu?, non ci hai mai nessuno?”. “Ci ho Lapo”, risposi lanciandole uno sguardo di sfida carico di significato, che lei mi restituì sospettoso e indagatore: sapeva che così si chiamava mio padre e che mi legava a lui un rapporto che quella mia risposta l’autorizzava a supporre inquietante e strano“.

Lapo fin da subito mostra di essere una persona che si identifica con la sua immagine di critico d’arte brillante, ha perso del tutto il contatto con il suo sé reale, la sua personalità è totalmente autoreferenziale, prende le distanze da ogni limite e da qualunque atteggiamento di vulnerabilità, passa ore a studiare i suoi quadri, a fare ricerche, nega del tutto la necessità di vivere una dimensione relazionale. Anna Luisa Pignatelli ci fa conoscere ogni “bassezza” di Lapo come ogni dolore di Teresa.

Il rapporto dei figli, Marta e Antonio, con la madre Teresa è un rapporto invertito, sono loro che accudiscono e ad un certo punto cominciano ad evitarla, probabilmente perché la sua condizione di persona non più presente a se stessa avrebbe solo amplificato il dolore del vuoto.

“ Da bambina, per contrastare il pessimismo di Teresa, presi così a inventarmi delle storie a lieto fine, che recitavo da sola, in camera mia, calandomi nel ruolo dei vari personaggi che, il più delle volte, erano quelli dei dipinti che mio padre mi portava a vedere”.

Ho trovato molto interessante il pensiero di Lapo sull’arte vista come mezzo privilegiato per rendere l’umanità migliore, un pensiero illuministico, se non addirittura marxiano, arte dunque come “fine in sé”. L’attività di critico di Lapo ben si attaglia alla sua natura di narcisista dal momento che il critico d’arte è colui che si arroga il diritto di svelare la "decrepitudine" dell’opera d’arte per dirla con Manet. Se l’artista si crede “creatore” e genio, il critico è colui che “battezza” l’opera d’arte e Lapo si sente “profeta” di questo mondo fatto di madonne e tesori dal valore inestimabile.

Una storia dolorosa, una presa di coscienza che porta alla perdita e alla solitudine, un racconto esplicito di pensieri difficili da gestire e una prosa priva di espedienti che scadono nel voyerismo.

FOSCHIA di Anna Luisa Pignatelli, Fazi editore

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