Elisabetta Favale
E(li's)books
28 Gennaio Gen 2019 1615 28 gennaio 2019

Padrini fondatori. La sentenza sulla trattativa Stato-mafia che battezzò col sangue la Seconda Repubblica

PADRINI FONDATORI

Padrini fondatori. La sentenza sulla trattativa Stato-mafia che battezzò col sangue la Seconda Repubblica

Marco Lillo, Marco Travaglio

Editore: PaperFIRST

Anno edizione: 2018

In commercio dal: 6 dicembre 2018

Pagine: 646 p., Brossura

Quella del 20 aprile 2018 è una sentenza storica, un fondamentale passo in avanti nel processo di Norimberga allo Stato italiano. Che riscrive il finale della Prima Repubblica e l'inizio della Seconda. Leggendo questo libro, vedrete sfilare sotto i vostri occhi fotogramma dopo fotogramma l'intero film dell'orrore di quella stagione e quelle verità indicibili, che tutti nei palazzi del potere conoscevano da anni ma nessuno osava ammettere. Perché ricordare come andarono le cose un quarto di secolo fa è fondamentale per orientarsi nelle vicende politiche più attuali, che vedono l'Italia - oggi come allora - in bilico fra speranze di cambiamento e minacce di restaurazione.

ESTRATTO

MARCO TRAVAGLIO

Questo processo non s’aveva da fare. E, se si è fatto ed è finito così, almeno in primo grado, è anche un pochino merito nostro. “Nostro” di tutta la comunità del «Fatto Quotidiano», nato nel 2009 proprio per rompere il muro di omertà dei media di regime e delle lobby retrostanti intorno ai pochi PM coraggiosi e isolati che indagarono sulle verità indicibili della Seconda Repubblica. “Nostro” dei due curatori di questo libro, che hanno dedicato alle indagini e al processo sulla “trattativa Stato-mafia” centinaia di articoli, interviste, inchieste, uno spettacolo teatrale e un libro dal titolo È Stato la mafia. “Nostro” anche degli elettori che il 4 marzo, dopo 25 anni, hanno tolto la maggioranza a quel blocco di potere trasversale (la finta Destra e la finta Sinistra) che ha governato in una finta alternanza dal 1994 al 2018, traghettando e perpetuando il sistema marcio della Prima Repubblica nella cosiddetta Seconda. Che affonda le radici nel sangue delle stragi del 1992-1993 e nei liquami della trattativa fra Stato e mafia.

Questi sono stati i miei primi, istintivi e forse un po’ presuntuosi pensieri il 20 aprile 2018, quando il presidente della Corte d’Assise di Palermo, Alfredo Montalto, affiancato dalla giudice a latere Stefania Brambille e dai sei giudici popolari con la fascia tricolore, ha letto il dispositivo della sentenza che condanna il boss stragista Leoluca Bagarella, il medico mafioso Antonino Cinà, l’ex senatore e ideatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri; i massimi vertici del vecchio ROS dei Carabinieri, cioè i generali Antonio Subranni e Mario Mori e l’ex colonnello Giuseppe De Donno; il figlio d’arte Massimo Ciancimino (per un episodio collaterale di calunnia ai danni di Gianni De Gennaro); assolve l’ex Ministro, ex Presidente del Senato ed ex Vicepresidente del CSM Nicola Mancino; e dichiara prescritto il reato per il mafioso pentito Giovanni Brusca.

Forse è un caso che questa storica sentenza, così esplicita e liberatoria, sia arrivata 47 giorni dopo le elezioni del 4 marzo, che per la prima volta hanno spedito all’opposizione i figli del Centrosinistra che aveva avviato la trattativa nel 1992 e il partito berlusconiano che l’aveva chiusa nel 1994. O forse non lo è, visto che anche l’altro storico maxi processo al Potere italiano – l’inchiesta Mani pulite su Tangentopoli – si poté celebrare soltanto nel 1992-1993, quando la Prima Repubblica già agonizzava per cause interne e internazionali.

Certo, in 35 anni di giornalismo, non mi era mai capitato un muro di gomma così impenetrabile alla verità come quello che ha impedito agli italiani di sapere anche il minimo sindacale di questo processo: il processo ai “padrini fondatori” della Seconda Repubblica, che dovrebbe essere patrimonio comune di conoscenza e di dibattito, per capire il presente e immaginare un futuro diverso partendo dal recente passato. Di questo sudario di omertà e complicità mediatica ricordo un solo precedente: quello al sette volte Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, spacciato per assolto mentre risultò – in appello e in Cassazione – colpevole di associazione per delinquere con la mafia fino al 1980, reato “commesso” ma estinto per prescrizione. Da questo punto di vista, il sistema politico-informativo è stato coerente: come non poteva consentire che i cittadini venissero a sapere dei rapporti fra Cosa Nostra e il leader (qualcuno lo chiamava addirittura “statista”) più importante, potente e longevo della Prima Repubblica, così oggi non può permettere che trapelino le prove dell’immondo baratto che ha messo anche la Seconda nelle mani e sotto scacco della mafia. Per oltre dieci anni, da quando nel 1996 Brusca svelò per primo la “trattativa Stato-mafia”, costringendo Mori e De Donno a confermarla (e a chiamarla proprio così: “trattativa”) dinanzi alla Corte d’Assise di Firenze, si è continuato a negare quel fatto storico indiscutibile, ormai consacrato da varie sentenze, alcune definitive. E, non potendo trasformare una prescrizione in assoluzione perché il processo non si era ancora celebrato, si è fatto ricorso a tutto l’armamentario lessicale del Partito del Negazionismo e dell’Impunità: la presunta, la pretesa, la fantomatica, la cosiddetta, la supposta trattativa.

Intanto i pochi magistrati che indagavano trovavano ogni giorno nuove prove: testimonianze, documenti, confessioni di pentiti, ammissioni di politici e uomini delle istituzioni smemorati costretti ad ammettere ciò che non potevano più negare, circostanze clamorose rimaste clandestine ed emerse vent’anni dopo (come la revoca di 334 provvedimenti di 41-bis disposta in un solo giorno, nel novembre 1993, dall’allora Ministro della Giustizia Giovanni Conso). Ma la politica e i media sottostanti seguitavano con la litania della presunta trattativa. Mentendo, depistando, minimizzando, ostacolando le indagini, processando in edicola, in Parlamento, al governo e al CSM i magistrati che osavano ficcare il naso dove non dovevano. Finché il puzzle dei fatti si fece così completo, esaustivo e illuminante che qualcuno pensò bene di saltare a piè pari dal negazionismo al giustificazionismo: la trattativa non era più presunta, ma certa, però veniva descritta come un atto dovuto, necessario, sacrosanto, benemerito a opera di fedeli servitori dello Stato che la condussero per il nostro bene, cioè per fermare le stragi (e pazienza se, trattando, finirono con l’incoraggiarle e il moltiplicarle). Altri invece, compresi illustri (si fa per dire) giuristi e storici, riuscirono addirittura a negarla e al contempo a giustificarla, come se si potesse affermare che una cosa non è mai stata fatta e contemporaneamente che è stato giusto farla.

Per questo il 20 aprile 2018 è una data storica, da segnare sul calendario. Storica per una sentenza che ha chiuso il processo forse più importante e drammatico della storia repubblicana, ancor più del maxi processo istruito da Falcone e Borsellino (che vedeva sul banco degli imputati i rappresentanti di Cosa Nostra, fino ad allora sostanzialmente impuniti, ma non i loro complici nelle istituzioni). Il processo di Norimberga allo Stato italiano ha riscritto la storia della fine della Prima Repubblica e dell’inizio della Seconda. Ha condannato per lo stesso reato – violenza o minaccia a Corpo politico – tanto gli uomini di mafia (Bagarella e Cinà, unici picciotti superstiti fra gli imputati dopo la morte di Provenzano e Riina) quanto gli uomini dello Stato (Subranni, Mori, De Donno e Dell’Utri, e chissà che ne sarebbe stato dell’allora presidente Oscar Luigi Scalfaro, dell’allora ministro Conso, dell’allora Capo della Polizia Vincenzo Parisi, se non fossero prematuramente scomparsi). E ha messo nero su bianco, in nome del Popolo Italiano, quello che un pugno di magistrati e di giornalisti avevano sempre detto sul patto neppure tanto occulto fra Stato e mafia che nel 1992-94 salvò la vita ai politici collusi e “traditori” di Cosa Nostra in cambio di quelle di Paolo Borsellino, dei cinque agenti della sua scorta e dei dieci caduti inermi (più trenta feriti) nelle stragi di Firenze, Roma e Milano. …

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