Elisabetta Favale
E(li's)books
31 Gennaio Gen 2019 1703 31 gennaio 2019

La memoria della cenere di Chiara Marchelli. Recensione

Chiara Marchelli La Memoria Della Cenere 00 X59680

Avevo intuito, ancor prima di leggerlo, che quest’ultimo romanzo di Chiara Marchelli, La memoria della cenere (NN editore) mi avrebbe smosso qualcosa dentro e infatti non mi sbagliavo.

L’ho letto il giorno stesso in cui è uscito, il 24 gennaio scorso, di cosa parla:

Elena è una scrittrice, sa leggere le storie sui volti delle persone. Una notte, un aneurisma la colpisce nella sua casa di New York. Sopravvive, e insieme a Patrick decide di trasferirsi in Francia, nell'Auvergne, in un paesino ai piedi del vulcano Puy de Lúg. Durante la convalescenza, la mente di Elena arde di pensieri, di memorie interrotte, di sentimenti riscoperti, di attese e incertezze, come il magma che ribolle sottoterra, a pochi chilometri da lei. Quando i genitori vengono a trovarla per un breve soggiorno, il loro arrivo coincide con un'improvvisa eruzione del vulcano. E mentre una colonna di fumo, cenere e lava inizia a uscire dalla bocca del Puy de Lúg, i protagonisti si trovano bloccati tra le mura di casa, in un tempo sospeso che sovverte ruoli e sicurezze, paure e desideri. "La memoria della cenere" racconta di una rinascita, di un'anima che si rigenera, alla ricerca di un fragile, delicato equilibrio con le verità impassibili che governano la vita.”

Elena è di Aosta, in America ha trovato le opportunità che l’Italia le aveva negato e fino a quel momento, il momento in cui la malattia le sbarra la strada, aveva percorso questa strada, evitato di soffermarsi più di tanto su certe cose, quelle cose che dopo anni di vita all’estero non hanno smesso un attimo di fermentarle dentro, anche a livello inconscio.

Sto parlando dei sentimenti verso la propria famiglia, della gestione della mancanza e della nostalgia, struggenti “quanto basta”. I sentimenti di Elena verso le sue origini sono, come spesso accade, contrastanti e fonte di sensi di colpa che io stessa conosco bene, come conosco bene i “viaggi di ritorno temporanei” quelli che spingono a chiedere, appena arrivi: “quando parti?” perché hanno lo scopo unico di ricongiungerti alla famiglia e la tua presenza lì è un alternarsi tra mimetizzarsi o rappresentare “la differenza”.

Lo so, ne sto facendo una lettura molto personale ma i temi che ho colto io ne La memoria della cenere sono per me un nervo scoperto: i legami affettivo-simbolici spezzati dalla migrazione, quella sorta di “fragilità identitaria” strisciante che cerchi di ignorare perché sei figlia del mondo ma poi a volte esce fuori prepotente, a tradimento.

Sono fasulle le storie di chi va via e dopo anni torna e si dice felice. Meglio lontani, a struggerci per qualcosa che si è lasciato indietro, che stranieri a casa propria. Non saremo mai completamente parte del luogo verso cui andiamo, ma non saremo mai più parte intima e incontaminata di quello che abbiamo lasciato. Il peccato originale, l’innocenza perduta: l’irreparabile. Per sempre separati, per sempre altrove. Siamo partiti, diventati un’altra cosa.”

Nella percezione del luogo di origine si annidano profonde le divergenze tra rimanere fedeli al passato, alla famiglia, e affermarsi nel proprio “presente”, il ritorno, anche se temporaneo, diventa un pellegrinaggio e l’amore verso la propria famiglia non è più qualcosa di scontato, bisogna fornirne le prove.

Bellissimi i momenti in cui Elena torna ad essere figlia nella malattia, bisognosa di accudimento, nei suoi sentimenti di riconoscenza, nel ripercorrere momenti che non ha vissuto coscientemente, di cui le hanno raccontato, li rivede i genitori spaesati a New York dove non sanno comunicare, dove tutto è barriera, ostacolo da superare perché certi genitori sono efficienti soprattutto nel perimetro delle loro case, nei confini del proprio paese, lì possono dare il meglio, fuori sono vulnerabili, inadeguati.

Mi è venuta in mente mia madre nel periodo di una mia lunga e grave malattia, atterrita da quello che stava accadendo e da quello che la circondava.

Penso a mia madre, alle sua paure, alle mie assenze… La sua solitudine che una volta, quando era forte, sapeva ignorare e adesso, in agguato per tutti questi anni, le è piombata addosso intera, a esigere il suo scotto moltiplicato su un corpo diventato debole. La mia insofferenza, quando mi chiede troppo e invece è niente, una telefonata in più”.

Chiara ha scritto esattamente quel che io ho pensato mille volte negli anni, me la sento mia quella rabbia di Elena, reazione alle domande insistenti della madre lontana e la rabbia di scoprirla fragile eppure giudicante.

Siamo tornati indietro, penso ogni tanto. O forse soltanto io, che nella convalescenza devo ridurre tutto all'essenziale. Dicono sia imprevedibile. Non doveva succedere a me, quindi potrebbe riaccadere con la medesima illogicità. Ma io so perché. Credo che esista una misura di saturazione oltre la quale non si può andare. Nei sentimenti, nei pensieri. Colmi quella misura e, se non ti fermi, il corpo si ferma per te. Quando lo dico Patrick annuisce, ma lo so che ascolta a metà e chiama la neurologa di nascosto. Le racconta le mie giornate, si assicura che la guarigione proceda normalmente. Gli ho scaricato sulle spalle una responsabilità inumana: mi ha salvato la vita, e adesso se ne sente responsabile «Smettila o mi butto dalla finestra» gli ho detto un giorno. La cura, la delicatezza, il silenzio, l’andare felpato per casa: non ne potevo più. Datemi il rumore, il caos, gli squilli, i rombi e le urla. Toccatemi, spingetemi, buttatemi a terra. Patrick non si è scomposto, come sempre quando capisce che non ce l’ho con lui. «Non puoi» ha detto «siamo al piano terra».”

Quanto è destabilizzante accettarsi dopo un evento che ti cambia per sempre.

Bellissimi i pensieri rivolti al compagno Patrick che ha caricato il suo amore di quella responsabilità in più arrivata e non prevista, l’incertezza del futuro:

“L’incidente ha ridimensionato le nostre illusioni, e ci muoviamo ancora frastornati”,

insicurezze che Elena sente addosso, ne vede i segni tangibili:

“L’effetto di quando ci si trova a sorpresa dentro lo specchio di una vetrina: le rughe sotto gli occhi, i lineamenti allentati. Succede di colpo, dicono, invecchiare. Ci si stupisce. Non sapevo che avrei perso il viso che davo per scontato. Si sta guastando prima di essere ciò che avrei voluto.”

Dolorosa la guarigione che impone attenzione verso se stessi e indifferenza verso gli altri:

Ogni tanto si volta, mi fa l’occhiolino, non si dimentica mai che ci sono. Io di lui mi dimentico, invece. Ci sono momenti in cui sono completamente sola, o immersa in qualcosa che non lo riguarda. Deve essere così anche per lui, in fondo.”

La prima persona che Chiara Marchelli ha usato per raccontarci la storia di Elena ha reso tutto molto intimo, le storie di Chiara sono storie emotive, ci trovi dentro sempre qualcosa che il lettore pensa la riguardi, come per Le notti blu (Giulio Perrone editore) che lessi in anteprima, mi sono domandata quanto c’è dell’autrice nei suoi personaggi e se per questa domanda non ho una risposta, so per certo quanto di me c’è in Elena, nella sua famiglia, nelle scelte di coppia.

Tanto.

Una prosa avvolgente, un linguaggio che nella fragilità e nei sentimenti trova la strada per imporsi al lettore, impeccabile il modo in cui descrive l’aneurisma di Elena, in modo semplice ed efficace tanto da impaurire chi si immedesima.

Le tre vite di Elena: quella di Aosta, quella di New York e questa in Francia, nell'Auvergne , in un posto che non è suo, ai piedi di un vulcano che erutta e minaccia:

Non ci stavamo trasferendo per quello: la carriera, l’ambizione, i gomiti larghi a creare uno spazio che portasse il nostro nome. E’ più difficile scegliere così, si è capiti di meno”.

Un romanzo per chi deve recuperare, tirare i fili della propria vita, fare i conti con il fatto che ci si può ritrovare a vivere una situazione in cui è evidente la “perdita di solidarietà” a livello sociale perché si è sradicati, a livello famigliare perché è venuta meno la confidenza che dovrebbe legare genitori e figli e la malattia è cassa di risonanza per certe cose.

Ho consigliato questo libro a tutti quelli che sono partiti, a tutti quelli che non hanno il coraggio di dire alla propria famiglia cosa si aspettano davvero dalla vita perché quelle aspettative non prevedono una loro presenza costante, l’ho consigliato a chi ogni giorno fa i conti con il “lutto delle origini” che la migrazione si porta dietro e lo dedico a chi ha capito che quel lutto è impossibile da elaborare perché vorrebbe dire sciogliere un legame.

Ci lascia con una speranza Elena, quando arriviamo all’ultima pagina è occupata nella sua rifondazione identitaria, la vediamo muoversi su un crinale sottile e alla “perdita dell’ovvietà” della vita newyorkese che ben conosceva e che le manca, risponde con una nuova esperienza quotidiana fatta di segni da interpretare, la lasciamo a rinegoziare la propria presenza in un contesto sconosciuto, a ridefinire i propri confini fisici.

Brava Chiara Marchelli che ha saputo emozionarmi, vi lascio con due citazioni, due brani tra i tanti in cui mi sono riconosciuta:

E’ generico, indefinito. Dire “Mi manca New York” non ha un senso preciso. La realtà sta nell’insieme degli elementi, non nell’astratto. […] solo quando viviamo a lungo in un luogo pensiamo ai dettagli che a quel luogo hanno dato un valore. Le abitudini, la familiarità. Per una visione globale c’è tempo, per il distacco da un tutto confinabile dentro un perimetro geografico che non ha più significati o altre funzioni. Che non è più la tua casa, il tuo presente…

Mi manca il microcosmo nel quale mi muovevo. […] l’attesa della metropolitana sul marciapiede […] cose che magari lì mi pesavano. Quando mai mi sarebbe venuto in mente di dire che non vedevo l’ora di aspettare la metropolitana?”

Chiara Marchelli, La memoria della cenere, NN Editore, 2019, pp. 296, euro 18,00

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