Elisabetta Favale
E(li's)books
11 Febbraio Feb 2019 1700 11 febbraio 2019

Mai ci eravamo annoiati. Il diario peripatetico di Renata Adler

Mai Ci Eravamo Annoiati

Se dovessi descrivere in poche parole “Mai ci saremo annoiati” (Speedboat titolo originale) di Renata Adler, non avrei esitazioni a definirlo una sorta di diario peripatetico in cui il personaggio protagonista, Jen Fain, prova ad analizzare in modo introspettivo ciò che definisce il “senso del tutto”. Quel che ci appare chiaro è che la vita che ci viene descritta è assolutamente sgangherata e l’attesa di un qualche evento in grado di rimettere a posto i pezzi è un’attesa vana, l’unica alternativa che resta è farne un resoconto dettagliato senza arrivare a una analisi soddisfacente.

Jen Fain è una giornalista, per mestiere fa esattamente questo, racconta eventi in modo asettico, senza coinvolgimenti emotivi o considerazioni di natura morale.

Questo libro uscito per la prima volta credo nel 1976, non smette di essere citato e rispolverato e le motivazioni sono legate essenzialmente allo stile narrativo che ignora ogni convenzione come il tempo che non ha alcuna linearità, se un momento siamo a Manhattan in un ristorante e Jen è intenta ad osservare un topo che sfreccia davanti ai suoi occhi, un attimo dopo apprendiamo le considerazioni ironiche di una persona nel corso di un funerale e dopo ancora siamo catapultati in una questione lavorativa o in un ricordo d’infanzia.

Un taccuino compilato in modo frenetico in prima persona e la voce narrante si alterna occupando il ruolo di protagonista o di spettatrice impotente che solo può comunicare l’accaduto.

Jen ci dice che molte cose sono cambiate nella sua vita, che sono successe tante cose e tante ancora ne succederanno, le sembra di aver vissuto tante vite diverse e che il percorso non è ancora finito, cogliere le sfumature, gli indizi che possono accomunare tutte queste vite è complicato.

Gli sketch in cui il lettore viene coinvolto sono spesso una sorta di sedute di autoanalisi del personaggio che si psicanalizza da solo con ironia e disincanto. L’eccezionalità di questo romanzo risiede nelle profonde dissonanze che troviamo tra i pensieri manifestati e i sentimenti, tutti gli episodi che Renata Adler ci racconta se all’apparenza risultano slegati, di fatto a ben vedere sono connessi uno all’altro non tanto per il loro significato quanto piuttosto per il ritmo e il sentimento che vi sono sottesi e la consapevolezza di non essere in grado di tenere le fila di nulla.

La voce narrante è intrisa d’ansia, gli eventi si susseguono senza che si possa far nulla per cambiarli, errori ripetuti, amori sbagliati, psicanalisi, “Non fidatevi mai fino in fondo di me” avverte e il lettore non saprà mai fino alla fine quanta Renata Adler c’è nel libro e quanta fiction. Ho letto spesso di paragoni tra la Adler e la Didion ma non trovo siano possibili perché Joan Didion o scrive fiction o scrive memoir e in quest’ultimo caso siamo sicuri che a parlare è proprio lei, Joan.

La non-consequenzialità che caratterizza la narrazione trova una esauriente immagine nel titolo originale, Speedboat, fuoribordo, motoscafo. Il motoscafo suggerisce velocità, a bordo di un motoscafo si intravedono scorci di panorami ma non si ha modo di soffermarsi a meno che non ci si fermi. Come in McElroy le informazioni seguono prassi caotiche, come in Pynchon la quantità di particolari è sovrabbondante ma il mondo descritto è un mondo razionale popolato da persone irrazionali e incomprensibili.

Bella la metafora del disordine raccontata attraverso il disallineamento dei corsi organizzati dall’Università in cui Jen lavora:

La nostra sede universitaria, tuttavia, è abituata alle dispute di assegnazione.

Teatro e Cinema nacque molti anni fa, da un laboratorio in cui si migliorava l’accento delle ragazze di città intelligenti che non potevano permettersi di andare al college altrove. Quando programmi come quello passarono di moda, il personale scelse di dividersi in due facoltà: Drammatistica e Prospettive nei Mass Media. Di lì a un anno, i docenti di Media decisero di unirsi al nuovo dipartimento di Minoranze e Cambiamenti Sociali, che offriva già Storia delle Radiotrasmissioni 204, 301 e Seminario, oltre a un corso su Prostituzione, Cause e Origini che veniva trasmesso in Tv. Quelli di Drammatistica non credevano di poter attirare studenti o stanziare fondi da soli. Aggiunsero Cinema. Il nostro dipartimento cambiò nome, e diventò quello che è adesso. I docenti di Teatro vogliono togliere al dipartimento di Inglese il corso di Scrittura Creativa 101 - Drammaturgia A. Quelli di Letteratura Inglese sono assediati anche da un altro lato. Hanno avuto per vent’anni I fratelli Karamazov (tradotto, compendiato). Il dipartimento di Letteratura Russa, che adesso tiene tutti i corsi in traduzione, rivuole indietro Dostoevskij.”

Il linguaggio, altro punto molto interessante

«Così, a questi fini, digitale, serafino, melograno, gonorrea, labirinto, gran

bastardo, voli aerei, bar di Duffy, stella alpina, compleanno, xenofobo sono tutti

sinonimi» disse il grande professore. «Sinonimi dal punto di vista metrico, cioè.»

«Capisco.»

«E le parole che rimano» proseguì «sono sinonimi, dal punto di vista della

rima, di tutte le parole con cui fanno rima. Grillo, squillo, birillo. Dente, niente,

divertente, capite.»

«Sì.»

«Sicché nello studio della poetica abbiamo. Sinonimi per rima. E sinonimi per

metro. Tralascio i sinonimi di significato puri. In realtà non ce ne sono molti. E

ci sono altri fattori, naturalmente.»

«Naturalmente.»

«Nei test di libera associazione verbale, alcuni rispondono in modi che

riflettono quella che potremmo chiamare la struttura mentale dei sinonimi. Tu

dici trappola. Loro dicono laccio. Dici cane. Loro dicono gatto. Più o meno

equivalenti, vedete.

«Altri hanno quella che chiamiamo la mentalità del contesto. Tu dici trappola.

Loro dicono botola. Dici gatto. Loro dicono peli. Associazioni contestuali. Può

dirmi un altro sinonimo per rima di piatto, signorina Miller?»

«Spratto.»

«Sì. E un altro sinonimo per metro di melograno, signor Elkin?»

«Vigilante.»

«E una libera associazione verbale, nell’ambito dei sinonimi, per chiesa,

signorina Wheelock?»

«Tempio.»

«E una risposta contestuale a chiesa, signor Cook?»

«Abside.»

«Perfetto. Molto bene. Vi accorgerete subito che le scelte linguistiche sono

determinate a ogni livello – di rima, metro, significato e altro – da un fattore di sinonimia. E da un fattore di contestualità. Se non ve ne accorgete, vi rimando ai

vostri Jakobson e Halle.

«Da principio pensavamo che questa distinzione non avesse alcuna importanza pratica. Poi abbiamo scoperto che, in casi di gravi disturbi del linguaggio, i due estremi opposti sono rappresentati, da un lato, da casi di pura sinonimia, e dall’altro da casi di pura contestualità. Nei disturbi di sinonimia, la stessa parola viene ripetuta all’infinito. Ripetizione. All’estremo del contesto, abbiamo parole vaganti senza alcuna apparente coerenza. Quello che siamo arrivati a definire un coacervo di parole.»

«Un coacervo di parole.»

E poi, ovviamente, c’è la noia, da cui il titolo in italiano ha preso spunto:

“Alcuni, in un accesso di repulsione e noia, cercavano nellalcol

unestrema approssimazione del desiderio di compagnia. Scambi di numeri telefonici, inviti a pranzo, proposte di condivisione di appartamenti: quellescalation di cordialità somigliava a unasta finale, alla grintosa versione adulta di un gioco di carte per bambini, alla cambiale di una società finanziaria,

al tentativo di comprare, con un grande debito festoso da saldare in futuro, la via duscita immediata dalla compagnia reciproca.”

Destrutturare la struttura narrativa, non so se fosse un obiettivo ma di sicuro è stato il risultato e ancora oggi per chi si avvicina a questo testo l’effetto è di sorpresa, di stupore per il risultato che Renata Adler (oggi ultraottantenne) ha ottenuto perché questo non è uno stream of consciousness, è proprio un diario peripatetico, come dicevo all’inizio.

Provare per credere.

Mai ci eravamo annoiati – Renata Adler – Mondadori

Traduzione di Silvia Pareschi.

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