Elisabetta Favale
E(li's)books
21 Febbraio Feb 2019 1243 21 febbraio 2019

Quella metà di noi - Paola Cereda. Recensione

Quella Metà Di Noi Cereda

Ho avuto l’opportunità di leggere Quella metà di noi di Paola Cereda in anteprima, esce oggi in tutte le librerie con Giulio Perrone editore.

Il libro

Matilde ha un segreto che condiziona in maniera irreversibile le sue scelte.

Maestra in pensione, contrae un debito importante e ricomincia a lavorare. Si reinventa badante. La sua vita si divide tra il quartiere periferico di Barriera, dove vive, e il centro di Torino, dove si reca ogni giorno per prendersi cura di un anziano ingegnere. Si ritrova così ad abitare nel mezzo: nel mezzo di due case,

nel mezzo di più lingue, nel mezzo di altre vite, nel mezzo di decisioni ancora da prendere, in una società che cambia e fa emergere nuovi bisogni e nuovi mestieri.

Porta sempre con sé un segreto e i segreti sono spazi di intimità da preservare, nascondigli per azioni incoerenti, fughe, ma anche regali senza mittente per le persone che amiamo. Cosa resta di autentico dunque nei rapporti quando si omette una parte di sé? Dove si sposta il confine tra sentimento e calcolo? Matilde lo scoprirà nel confronto con sua figlia, con l’ingegnere di cui si prende cura, con gli spaccati di

vite sempre in bilico del quartiere di periferia in cui vive: ogni rapporto ci trasforma, in una dimensione di reciprocità che, attraverso l’altro, ci permette di valutare quanto, alla fine, siamo disposti a cedere di quella metà di noi. Matilde scopre che qualsiasi lavoro che riguarda il noi – il me più l’altro – in qualche modo trasforma e il risultato è una dimensione di reciprocità che ha costi e benefici. I legami sono contratti dei quali non possiamo fare a meno.

Cosa ho pensato io

Ho riflettuto molto su quale fosse per me il fulcro di questo romanzo, Quella metà di noi , oltre al tema dei rapporti, della reciprocità, io ci ho visto una questione atavica che è quella dell’identità di una donna ( in verità di ogni donna di questa storia) rispetto all’intera sua vita.

Mi spiego.

Matilde ha “contratto il debito” di un segreto con chi la circonda solo a causa del fatto che, vedova da tanto, ha provato a ricostruirsi un destino individuale, la sua identità è qualcosa di inafferrabile, soggetta a continue negoziazioni su tutti i piani, Matilde vive secondo i doveri che la vita le ha riservato, nella fierezza della sua sofferenza.

Ci sono segreti che esistono per il piacere di non essere raccontati e altri che si trascinano appresso la vergogna.”

Pensando a Matilde mi è tornata in mente una frase del regista Antonioni che riferendosi ai legami e ai sentimenti disse in una intervista: “il dolore dei sentimenti che finiscono o dei quali si intravede la fine nel momento in cui nascono” e quando leggerete Quella metà di noi capirete perché, il personaggio di Paola Cereda, vittima scontata di una “truffa romantica”, recita la sua commedia umana in una società che la giudicherebbe senza appello.

L’inautenticità, il conformismo esistenziale prima che morale, trasformano i desideri legittimi di questa donna in qualcosa di patetico, si soffre con lei a sentirla ripassare a mente le aspettative che segnali presunti d’amore le avevano fatto crescere in petto.

Matilde ci parla delle sue rughe, dei capelli lasciati ingrigire, di un corpo avvolto goffamente in un accappatoio che io immagino troppo grande e questa fisicità di oggi, unita ai ricordi di giovinezza, ci svela una donna diversa da quella che intravediamo in alcuni suoi ricordi “di letto”.

Da ragazza il seno stava immobile sotto la camicetta, polposo eppure straordinariamente a punta. Quando i giovanotti e i padri di famiglia la fissavano per mettere a fuoco la scollatura, lei si allacciava fino all’ultimo bottone e appoggiava la mano destra alla spalla opposta, nel tentativo di mettere un ostacolo tra il proprio corpo e il desiderio degli uomini”.

Matilde è una mancata sognatrice, le sarebbe piaciuto sognare ma di fatto si accorge di aver vissuto una vita all’insegna della meccanicità disumanizzante che l’ha travolta perché non è riuscita a dare una sterzata compromettente, ha preferito rimanere incagliata in quel segreto ma ha di positivo che comunque “dove la maggior parte delle persone inciampava in un nuovo principio, Matilde trovava le possibilità dell’insolito, dello sconosciuto e dell’incerto. Così aveva fatto quando, già pensionata, si era presentata al colloquio per il lavoro di assistente familiare”.

L’altra figura femminile del romanzo è Laura la moglie dell’ingegnere a cui Matilde va a fare la badante. Laura è una donna che consuma la sua esistenza divorata da dipendenze che hanno sostituito i desideri.

Laura si è scontrata con un malessere interiore e ne ha dato la sua personale lettura; brutale e scortese non nasconde il suo disprezzo per il marito che la costringe ad attenzioni non preventivate. Laura ha vissuto rimanendo ai margini della sua stessa vita e non è disposta a prendere coscienza di quelle cose che si vengono a sapere se si rimane completamente soli.

Ma se la compostezza di Matilde è quasi inumana, la grettezza di Laura è simbolo di una solitudine esasperata, lei è sempre stata sola con il suo ingegnere accanto, fantasma di un marito.

E c’è Emanuela, la figlia di Matilde, altra donna le cui asperità altro non sono che il risultato della “reversibilità” delle emozioni e dei legami che vive.

Emanuela ha la cattiveria di chi avrebbe voluto “essere” e si è trovata invece a “esistere”. La solitudine che prova nella sua stessa famiglia, l’inautenticità dei rapporti con la famiglia del marito, non le permettono di vivere secondo il comune “divertissement” e fa scontare il prezzo delle sue delusioni alla madre, le fa pagare un prezzo.

Quel che accomuna queste tre donne è secondo me il mentire a se stesse e agli altri sui propri sentimenti, sulle proprie debolezze e lo scopo è quello imposto dalla società, dare alla propria esistenza un senso più “nobile” rispetto a quello che avrebbe se si mettessero a nudo veramente. Sartre direbbe che queste donne vivono in malafede perché le bugie più grandi le raccontano a loro stesse e “perché sia possibile la malafede, occorre che la sincerità stessa sia in malafede” (Sartre – L’essere e il nulla).

“Abbiamo tante vite quante sono le persone che incrociamo e alle quali concediamo la possibilità di determinare un cambio di direzione o una svolta […] il passaporto valido nel cassetto del comodino e una borsa di vestiti nell’armadio la aspettavano in camera da letto…”

I personaggi di Paola Cereda sono tutti soli, anche l’ingegnere, come sua moglie Laura, come Matilde che lo assiste e Dora la rumena che vive in casa con loro da sempre, lui è un uomo che ha offerto come ricompensa a Laura per quel loro rapporto “asimmetrico” su cui si è fondato il matrimonio, una libertà completa e dura da gestire. Difficile stabilire nella loro relazione chi è vittima e chi carnefice, il dramma risiede nell’assenza di reciprocità che l’autrice descrive chiaramente, senza obbligare il lettore a interpretare .

Con una prosa “diretta” Paola Cereda ha raccontato le vite dei vari personaggi mostrandoli in tutte le loro umane debolezze descrivendo egregiamente le dinamiche che si annidano in tutte le “relazioni di aiuto”, mi riferisco al rapporto tra l’ingegnere infermo e Matilde e Dora ma anche alle dinamiche relazionali tra Matilde, sua figlia, i vicini di casa e tutti quelli che gravitano nel suo mondo. Paola Cereda racconta gli incontri tra individui e in seconda battuta i bisogni di questi individui che, volenti o nolenti, li portano a riconoscere i vincoli esistenti e a crearne di nuovi.

La famiglia è luogo privilegiato degli affetti, luogo dove nascono e si sperimentano i primi sentimenti d’amore quindi ha come funzione anche lo sviluppo delle espressioni affettive e sessuali.

La famiglia è luogo primario dell’amore, dell’accoglienza, dell’abbraccio, della carezza, della rassicurazione, della sollecitudine, è un mondo affettivo ma anche economico allora, la domanda che lascia dentro Quella metà di noi, la domanda che ha lasciato a me è: la “sussidiarietà” può non essere intesa semplicemente come “surrogato in caso di bisogno”?

“Allora, hai deciso? Passo da te o mi fai subito un bonifico? Mi stai ascoltando? Ti dicevo che mi servono quei soldi. Sono solo settantamila. Euro! Se non vuoi sbloccare i tuoi investimenti, puoi vendere l’alloggio. Significa che non venderai? E’ un no? Non puoi aiutarmi? Non vuoi?

Tu esisti per soddisfare i miei bisogni, per vivere una vita secondaria. E’ a questo che servono le madri.

E aveva riattaccato.”

Quella metà di noi di Paola Cereda – GIULIO PERRONE EDITORE 2019

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