Stefano Grazioli
Gorky Park
21 Febbraio Feb 2019 1445 21 febbraio 2019

Ucraina, cinque anni dopo Euromaidan

Il 21 febbraio 2014 è una data fondamentale nei rapporti tra Russia e Occidente. E’ il giorno in cui, dopo il bagno di sangue di Maidan, viene firmato il compromesso tra il presidente Victor Yanukovich e l’opposizione, guidata dai tre leader Arseni Yatseniuk, Vitaly Klitschko e Oleg Tyahnibok. Controfirmato dai ministri degli Esteri di Germania (Steinmeier) e Polonia (Sikorski) e dall’inviato francese Fournier (il ministro Fabius aveva fretta di saltare su un aereo e andare in Cina) e con il rifiuto del rappresentate russo alle trattative (Lukin), prevedeva una serie di misure per la normalizzazione della crisi, tra cui la promulgazione di una legge speciale per la modifica della Costituzione e il ritorno al sistema misto parlamentare-presidenziale, la costituzione di un governo di unità nazionale, le elezioni presidenziali anticipate.

Siglato alla mattina, alla sera, dopo che la troika dell’opposizione aveva presentato il compromesso in piazza e l’ala radicale (Pravy Sektor e simili) l’aveva rifiutato chiedendo le dimissioni immediate di Yanukovich e dando un ultimatum al presidente per il giorno dopo, era già carta straccia. Yanukovich, per evitare di essere appeso in piazza a testa in giù si diede alla fuga; il parlamento (dove fino al giorno prima la maggioranza era pro Yanukovich, improvvisamente diventò tutto europeista) avviò l’iter per la formazione di un governo con l’esclusione dell’opposizione che venne affidato a Yatseniuk, definito già all’inizio delle proteste dal vice segretario di Stato americano Victoria Nuland “il nostro uomo”.

Per il Cremlino la vicenda non poté essere vista che come un colpo di stato vero e proprio, nato sì da una limitata protesta popolare ucraina, ma nella quale intervenne l’Occidente, avallando non solo la rivoluzione, ma disattendendo gli impegni presi. Unione Europea e Stati Uniti sostennero così un regime change, che invece dal loro punto di vista non era altro che l’esito naturale di un processo democratico spontaneo interno finito purtroppo in un bagno di sangue.

La realtà, al di là delle interpretazioni, è che da quel giorno l’Ucraina, prima più o meno saldamente nell’orbita russa, è passata nell’orbita occidentale. Almeno sulla carta. Il problema è che lo scontro tra Russia e Washington ha trasformato l’ex repubblica sovietica nel teatro di una proxy war da Guerra fredda. L’Ucraina ha sì firmato il trattato di Associazione con l’Unione Europea, ma ha perso la Crimea, è devastata dalla guerra nel Donbass e a livello economico sopravvive grazie agli aiuti internazionali. A livello interno il sistema oligarchico è a tutt’oggi quello su cui poggia ancora l’establishment politico-economico e non si vedono cambiamenti all’orizzonte.

Dopo la rivoluzione arancione del 2004, quella del 2014 è stato un altro disastro per gli ucraini. C’è chi si consola sventolando un presunto ritorno della coscienza e della società civile, che, pur vero, è comunque parziale e limitato, non certo decisivo per il cambiamento radicale di un paese dove comandano le stesse sporche facce di prima. Meno quella di Yanukovich, ma a questo punto è un dettaglio.

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