Elisabetta Favale
E(li's)books
4 Marzo Mar 2019 1622 04 marzo 2019

Intervista a Davide Grittani autore di La Rampicante. Romanzo candidato al Premio Strega 2019

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Tra le prime quattro segnalazioni per l’edizione del Premio Strega 2019, La rampicante è un romanzo di Davide Grittani, vi propongo la trama e una intervista di approfondimento.

Il libro

“Nelle Marche, sospese tra Medioevo e terzo Millennio, la storia di una famiglia apparentemente come tante. Riccardo è un figlio che si ribella alle logiche del branco; Edera è una “bambina rampicante” che sente delle voci (nella testa) e inconsapevolmente dispensa saggezza; Sor Cesare è un padre che esercita la propria egemonia comprando l’affetto di chi lo circonda.

“La rampicante” è un viaggio dentro sé stessi che sovrappone tutti gli strati della tragedia shakespeariana: la verità, l’amore, l’inganno, l’avidità, la paura, la vendetta. Un crescendo di emozioni che, spiando dentro la scatola nera di una famiglia qualsiasi, scortica le deformazioni di una società, fatta di ipocrisia, che ignora il proprio destino. Fino a quando “la rampicante” riporta le cose al loro posto.

Davide Grittani ha scritto un romanzo sull’importanza del dono, su com’è difficile riconoscerlo, su com’è arduo meritarlo e infine su com’è categorico dimenticarlo. Una trama fitta e avvincente sull’incapacità, degli uomini, di rendersi conto del privilegio che gli è stato concesso attraverso la vita: un argomento prezioso, espresso attraverso una scrittura autentica.”

L’intervista a Davide Grittani

La rampicante” è un romanzo che affronta diversi temi complessi: la donazione di organi, l’adozione, i pregiudizi verso chi è in qualche modo diverso dall’ordinario, la complessità della genitorialità quindi la famiglia. Qual è (perché c’è!) la cosa che accomuna tutti questi temi?

«Ciò che tiene insieme personaggi e storie de La rampicante, è la ferocia che impedisce agli uomini di accorgersi di ciò che hanno. La nostra tendenza a proiettarci oltre il tempo, a ignorare ciò che siamo adesso. La rampicante è un esplicito omaggio al dono, espresso nelle forme consapevoli (adozione, donazione degli organi) e nelle forme inconsapevoli (fare qualcosa per gli altri senza accorgersene, senza chiedere alcun risarcimento): alla riconoscenza che dovrebbe conseguirne e che, invece, fa fatica ad emergere proprio perché abbiamo la presunzione di considerare ciò che abbiamo come un atto dovuto. E’ curioso come alcuni critici abbiano fatto notare, come lei, la complessità di tenere insieme temi così differenti, mentre i lettori si sono lasciati sedurre da una trama così complice. La rampicante è innanzi tutto una storia, una storia circolare e compiuta, una storia che richiama alla insospettabile crudeltà della provincia: un invito a guardarsi meglio addosso, senza morale e senza etica. Un invito a stare più dentro le nostre vite, perché sfuggono via proprio quando cediamo nella presunzione di sapere come governarle, mentre la vita dimostra il contrario. Come La rampicante, pianta anarchica e resistente. Molto più che una pianta, per me. Una lezione».

I fatti sociali consistono in modi di agire, di pensare e di sentire esterni all’individuo, eppure dotati di un potere di coercizione in virtù del quale si impongono su di lui” ( Émile Durkheim). Pensando a Edera e sua madre, due dei personaggi più interessanti del romanzo, mi è venuto in mente Émile Durkheim. Cosa rappresentano Edera e sua madre nel romanzo? Sono l’emblema della coercizione sociale?

«Rappresentano una madre e una figlia, un modo per raccontare dentro una storia come la mia… come non riescano a trovarsi, pur stando una accanto all’altra, una madre e una figlia. Due donne spaventate dalla vita, ma a loro modo anche forti e sagge. Non credo siano l’emblema della coercizione sociale, tutt’altro. Sono l’emblema della indipendenza e dell’anarchia che caratterizza le persone, giacché ognuna va per conto suo: Costanza (la madre di Edera) resiste a tutti gli abbandoni che ha subito; Edera (questa bambina straordinariamente strega e fata, magica e reale) tenta invece di aggrapparsi agli abbandoni, per capirne le ragioni e darsi altra speranza. Inoltre le confesso che, individuare romanzi con frasi o citazioni di poeti, filosofi o altri scrittori, trovo sia un esercizio di stile che non restituisce giustizia né al critico né allo scrittore. Ma è solo la mia opinione …».

Si può essere figli in tanti modi, ma noi dobbiamo esserle genitori nell’unico possibile” lo dice Sara a Riccardo, il protagonista. Ma c’è davvero un modo giusto di essere genitori? Se si qual è?

«Assolutamente no. I genitori sono imperfetti per natura. Votati all’errore, condannati a non saper interpretare esigenze e bisogni dei figli. Per questo io sono innamorato di sor Cesare Graziosi, padre adottivo di Riccardo (protagonista del romanzo). Perché nella sua brutalità e nella sua arroganza, è e resta comunque un uomo: uno che ci prova; uno che prova ogni giorno, sebbene alla sua maniera, a condurre una esistenza, per quanto spietata e illegale sia quella che conduce lui. Non esiste un manuale del genitore perfetto, ma proprio per questo la letteratura dovrebbe analizzare le irregolarità di questo rapporto, dovrebbe sorvegliare le asperità di questa intesa così semplice ma anche così a rischio. La frase a cui fa riferimento lei, non a caso non è pronunciata da un genitore naturale (Sara, moglie di Riccardo, in riferimento a Edera): è pronunciata da una donna, che ci sta provando e che decide di provarci, con tutti i limiti e le paure del caso. Questo romanzo credo sia proprio una occasione riflettere su questa condizione, sulla crisi di un ruolo – quello dei genitori – che è entrato nell’ombra proprio per l’incapacità di mettersi in discussione, di accettare i molti errori commessi».

Riccardo, figlio adottivo, sente che l’amore nei suoi confronti è un “amore residuale”, molto diverso da quello riservato ad un figlio “naturale”. La scelta di trattare in questi termini i sentimenti di Riccardo figlio adottivo è stata una esigenza di trama?

«Sì, è dettata da un’esigenza di trama. Ovviamente. Ci sono rapporti tra figli adottivi e genitori che sono idilliaci, autentici, splendidi. E sono, a quanto mi risulta, l’assoluta maggior parte. Ma esistono anche casi di difficili inserimenti, di ritorsioni e di scossoni reali all’interno delle famiglie. E anche in questo caso, esattamente come la sua domanda che sul fondo del bicchiere contiene un po’ di incredulità e diffidenza, facciamo fatica a crederlo, ad accettarlo. Non ci riusciamo. Non riusciamo a pensare che la realtà arrivi a tanta crudeltà, a tanto conflitto. E questo vuol dire non saper guardare in faccia alla realtà, perché i casi di cronaca di ogni giorno… nel mondo, dicono il contrario».

Riccardo sente un bisogno fortissimo di cercare il donatore che ha salvato la vita a Cesare, il suo odiato padre. Perché? Qual è il vero sentimento che lo spinge?

«L’istinto di dare una spiegazione a un gesto, a un miracolo. La necessità di dover motivare una cosa straordinaria come quella della donazione degli organi, a beneficio di chi invece non la meriterebbe. Ma La rampicante è proprio questo, un contraddittorio molto forte tra ciò che sarebbe semplice e ciò che invece è semplicemente vero. Inseguire il donatore risponde a questa contraddizione, saperne di più sulla matrice della fortuna, sulla sorgente del dono. Per capire… solo per capire».

Le donne di “La rampicante” sono tutte donne problematiche, deboli, possiamo dire che ha raccontato una storia al maschile?

«Anche questa è una sua più che rispettabile impressione. Sono donne in alcuni casi dotate di straordinaria forza silenziosa, di un equilibrio e di una personalità molto importanti, basti pensare al ruolo che sceglie consapevolmente di interpretare Isabella (la sorellastra di Riccardo, figlia natura di sor Cesare e Giovanna) all’interno del romanzo e della sua famiglia. Basti pensare al ruolo chiave che in assoluto silenzio recita Sara, la moglie di Riccardo: quando piega la sua volontà a quella del suo tempo, quando accetta la presenza di Edera come un dono – per l’appunto – e non più come un castigo. Ogni lettore possiede un proprio stato d’animo e una propria sensibilità, che ovviamente vanno rispettate. Ma le indicazioni che le ho riportato, mi paiono oggettive».

Arrivando in fondo al romanzo mi sono resa conto che non ho trovato amore, tutti i sentimenti, anche quelli in teoria positivi, hanno in realtà una grossa dose di egoismo. Mi sbaglio?

«Sì, si sbaglia. La rampicante è un romanzo pieno di sentimento e attaccamento alla vita. Ribadisco, ogni lettore possiede un proprio stato d’animo e una propria sensibilità, ma La rampicante è un inno alla vita e ai rapporti che la tengono ancora in piedi: bisogna sapersene accorgere, altrimenti diventa un romanzo … pieno di egoismo come dice lei».

Il suo romanzo è stato candidato da Giulia Ciarapica per il Premio Strega 2019. Che cosa si aspetta da questa esperienza?

«Io, l’Editore Giorgia Antonelli e la presentatrice Giulia Ciarapica abbiamo deciso, fin dal principo, di viverla così come verrà. Con grande serenità, senza drammi e senza patemi. Convinti come siamo, che lo Strega sia una grande vetrina, una opportunità e una occasione di felicità collettiva… ma pur sempre un premio, con i suoi limiti e le sue dinamiche».

Io chiedo sempre agli scrittori cosa leggono e a chi si ispirano quando scrivono, è una domanda che voglio fare anche a lei.

«Nella certezza di deluderla, le dico che il romanzo più bello e popolare che ho letto ripetutamente durante la stesura de La rampicante è stato Un giorno in Pretura: la trasmissione di Rai Tre che, a cicli stagionali, mandano in onda il sabato sera a orari impossibili. In quelle trame e in quelle storie così luride e così truci alle volte … si nasconde molta più letteratura di quella che crediamo. Solo che, anche lì, abbiamo difficoltà ad ammettere che quella vita, quelle trame, quel tipo di rampicante… ci assomigli così tanto. Ci inorridisce, quindi la ignoriamo. Per il resto ho letto, ho letto tanti romanzi ma non di ambientazione famigliare. Vivo in una casa molto caotica fatta di bambini, chiasso e tanto altro, l’ispirazione delle dinamiche tra genitori e bambini, al netto degli inevitabili errori, è quotidianamente sotto i miei occhi».

Un romanzo deve avere una morale secondo lei?

«No, deve avere un senso. Una sua logica. Una sua identità, soprattutto una sua spietata ed evidente ferocia. Altrimenti non è un romanzo. Non ho scritto La rampicante con l’ambizione di fare la morale a nessuno, l’ho scritto con l’idea di raccontare una storia compiuta, riconoscibile, una storia se vuole di altri tempi, ma una storia che sta dentro le cose e le persone del nostro tempo. Questo mi sembra il dovere di uno scrittore, continuare a fare il testimone del proprio tempo. Ecco perché non credo nella distopia, ecco perché non credo nei romanzi ambientati due o trecento anni prima o dopo di noi. La più grande lezione del narratore me l’ha fornita chi non fa corsi di scrittura, anzi chi ne rifugge… cioè Niccolò Ammaniti. Che dice sempre “mettiti nelle scarpe di chi vuoi raccontare”, un modo come un altro per dire “racconta di ciò che sai, del carattere e del tempo delle persone”. Poi chi vuole a tutti i costi trarre una morale da una storia, può farlo. Io volevo lasciare una storia, e a giudicare dal sentimento di chi legge La rampicante credo di esserci riuscito».

La rampicante – Davide Grittani - Liberaria 2018

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