Raja Elfani
Gloβ
11 Marzo Mar 2019 1625 11 marzo 2019

Salvate la Biennale di Venezia

Baratta Rugoff

Magistrale la diplomazia di Paolo Baratta alla presentazione dell’attesissima Biennale d’Arte di Venezia a due mesi dall’apertura. Nato nel 1939, laureato in Ingegneria e in Economia, più volte ministro, Baratta celebra il ventennale della sua presidenza con un’autorevolezza unica nel panorama culturale mondiale. Un incarico sempre rinnovato dal 1998 ma che scade a gennaio del 2020 (qui il decreto). La mostra quest’anno curata dal newyorchese Ralph Rugoff e intitolata May you live in interesting times dovrebbe quindi essere l’ultima Biennale d’arte di Baratta, un fatto rimasto sottinteso durante la conferenza stampa. Eppure i discorsi solitamente sempre esaustivi di Baratta sulla Biennale sono entrati negli annali dell’oratoria, hanno la forza convincente di un potere impersonato divinamente. Tanto che verrebbe quasi voglia di gettare la spugna quando spazza via le critiche che vorrebbero veder riformata la Biennale.

E in parte è vero, il problema della Biennale non è tanto nel format. Affiancare alla mostra principale una retroguardia di padiglioni nazionali potrebbe anche continuare ad essere valido se la missione del curatore fosse quella di dimostrare una teoria artistica, come va certificato un farmaco prima della commercializzazione. Ma nessuna delle biennali della presidenza Baratta è stata impostata come un rimedio contro la confusione dell’arte globale. Anzi, alla fine della conferenza stampa, Baratta dice che il ruolo del curatore della Biennale è di “saper mettere le opere in relazione e creare una mostra capace di coinvolgere”, promuovendo ulteriormente quella momentanea coesione stilistica che non ha influenza sulla realtà né sul mercato.

Di questo passo c’è il rischio di veder prima o poi scomparire il modello Biennale di Venezia se non si contrappone alle fiere una classificazione alternativa al mercato. Nelle fiere almeno una regola c’è ed è il mercato, in primo piano ci sono le grosse gallerie che sono quelle che vendono di più. Non è chiara invece la regola che sottende la Biennale di Venezia che fluttua tra il mercato e la ricerca.

La fiera, voluta dagli industriali per sostenere il mercato, nasce in contrapposizione con la biennale creata invece dai poteri pubblici per sostenere lo Stato. Ma oggi questa contrapposizione tra biennale e fiera, tra Stato e mercato, è finta: lo Stato non esiste più e il mercato non è in grado di sostituire lo Stato. La Biennale, perché è un’istituzione pubblica, ancora finanziata in maggior parte con fondi pubblici, finge di mantenersi super partes ma sostenendo l’arte favorita arbitrariamente dal mercato. Che la massima istituzione pubblica dell’arte abbia rinunciato alle sue competenze scientifiche indebolisce la cultura e disorienta anche il mercato danneggiandolo.

È a vantaggio del mercato puntare sugli artisti che accumulano prestigio con il tempo e non su bolle di sapone. Ma come può l’arte di punta, quella con la massima garanzia di valore, entrare nelle strutture di mercato se le istituzioni non servono più a riconoscerla?

Senza teorie, la Biennale di Venezia non è più capace di organizzare la cultura. Una mostra internazionale di questa portata dovrebbe funzionare come un algoritmo complesso capace di ordinare il caos. Dovrebbe essere predittiva e confutabile così che le biennali successive possano essere corrette e migliorate. Vent'anni che tra i Giardini e l’Arsenale vaghiamo in una galassia indefinita di opere “interessanti”. Vogliamo vedere opere che faranno la Storia.

Raja El Fani

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