Alfredo Ferrante
Tantopremesso
13 Marzo Mar 2019 0324 13 marzo 2019

Elezioni europee e sistema Italia: piccolo vademecum

Pace Unione Europea Il Premio Nobel Per La Pace 12102012

Mancano ormai poco più di due mesi alle elezioni per il Parlamento europeo, che si annunciano tra le più significative – e combattute - degli ultimi anni. Sembra evidente, infatti, che attorno alle urne del vecchio continente si consumerà lo scontro fra il movimento sovranista, che intende allentare i vincoli dell’Ue per muoversi, piuttosto, in un’ottica intergovernativa, e i fautori della prosecuzione e del consolidamento del processo comunitario, sebbene riveduto e corretto. Aldilà del dibattito politico, nel quale, tuttavia, sarebbe bene che le due proposte alternative fossero esplicitate concretamente e nel dettaglio, accantonando gli slogan, appare importante che le elezioni siano affrontate nel modo migliore possibile dal Paese nel suo insieme. Proviamo a spiegare. Il contesto in cui a Bruxelles vengono negoziate e formate le diverse posizioni a livello comunitario è complesso e variegato. Entrano in gioco la Commissione, guardiana dei Trattati (pur con le sue quote nazionali), il Consiglio, in cui si rispecchiano i governi, e il Parlamento, oltre alle altre Istituzioni e alle tante lobby di diversa estrazione che gravitano nella capitale belga: partecipare efficacemente ad un simile processo richiede che la rappresentanza del Paese sia articolata e strutturata, con una presenza ed un lavorio che, come si usa dire, facciano sistema (si pensi, ad esempio, alla storica sottorappresentazione Italiana a livello di END, gli esperti nazionali distaccati) così da dar forza alle posizioni da portare avanti e, soprattutto, per dare e rafforzare l’immagine di un Paese che, sulle proprie proposte, riesce a muoversi con coerenza e continuità, giocando strategicamente tutte le proprie carte. In poche parole: il suo peso specifico e la sua autorevolezza. In questo quadro, uno degli anelli più delicati è, ovviamente, quello della scelta dei candidati al Parlamento europeo, in tempi non lontanissimi spesso visto come parcheggio di lusso in attesa di più prestigiosi incarichi nazionali. Oggi, fortunatamente, le cose sono in larga parte cambiate ma, quale summa di consigli non richiesti, tre sono gli aspetti che sarebbe cosa buona e giusta prendere in considerazione da parte delle forze politiche che si apprestano a presentare le liste per approdare a Bruxelles. Il primo, apparentemente banale, riguarda la conoscenza delle lingue. Se Inglese e Francese sono le lingue di lavoro dell’Unione (assieme al Tedesco, con più di qualche resistenza), la prima resta ad oggi la lingua veicolare per eccellenza e una conoscenza non superficiale è assolutamente richiesta. È noto che ai parlamentari è permesso esprimersi nella propria lingua madre in aula ma, sviluppandosi le vere discussioni fuori dall’emiciclo, essere in grado di interloquire efficacemente con alleati e avversari diviene fondamentale. Purché sia chiaro che se il livello è quello del genere “the pen is on the table” non ci siamo. Il secondo elemento investe l’adeguata familiarità col sistema comunitario. Essere a conoscenza dei ruoli, delle funzioni e delle competenze delle diverse Istituzioni è fondamentale per affrontare al meglio i diversi compiti che, come per il parlamentare nostrano, gravano sull’ufficio del membro dell’assemblea europea, tenendo conto che, come si sa, il processo legislativo comunitario differisce sensibilmente da quello classico in essere all’interno degli Stati membri, con Commissione, Consiglio e Parlamento che, a diverso titolo, vi partecipano. Qualche secchione in più non fa male, in questo caso, anche per non perder troppo tempo a farsi le ossa. L’ultimo consiglio attiene, infine, alla scelta di esclusività che deve necessariamente accompagnare il mandato di parlamentare europeo. Non si tratta solo di scegliere il seggio europeo come unica occupazione, dismettendo eventuali altri incarichi elettivi (pure ormai in un regime piuttosto severo di incompatibilità), ma di dedicarsi a tempo pieno al lavoro a Bruxelles, riservandovi le necessarie energie e non considerandolo come un’attività part-time di cui occuparsi qualche giorno al mese. Ha poco senso parlare di collegio di riferimento, in questo caso, e la regola principale da seguire è la seguente: avuta la bicicletta, si pedala. Questa lista non esaustiva non ha la pretesa di costituire il paniere dei requisiti per il patentino del perfetto europarlamentare, ovviamente. Sono elementi necessari ma non certamente sufficienti: in politica contano le idee e la convinzione di portarle avanti, oltre ai voti che si riescano a raggranellare. Pur tuttavia, essere in possesso di quelle indispensabili conoscenze e di quegli strumenti che permettano di far bene e al meglio il proprio lavoro quotidiano è parte di quel nucleo minimo di competenze che non dovrebbero mancare nella “cassetta degli attrezzi” di chi si appresti di essere protagonista del processo democratico europeo, ovunque esso possa dirigersi. Ne van di mezzo, alla fine dei giochi, la forza e la reputazione del Paese ed il suo interesse nazionale.

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