Elisabetta Favale
E(li's)books
15 Marzo Mar 2019 1450 15 marzo 2019

Adozione. Una famiglia che nasce - Intervista a Francesca Mineo

19F222 Adozione

Del libro di Francesca Mineo ho già parlato qualche settimana fa, si intitola “Adozione. Una famiglia che nasce” edito da Edizioni San Paolo, ho voluto approfondire i temi trattati facendo qualche domanda a Francesca, spero che la sua esperienza possa essere di supporto ad altri genitori.

Francesca ci sono stati alcuni passi del tuo libro/testimonianza che mi hanno commossa quindi ti ringrazio intanto per le emozioni che mi hai regalato. Nel tuo libro hai messo a fattor comune la tua esperienza di adozione e ti sei rivolta soprattutto ai nonni adottivi.

Io ti voglio chiedere, qual è il modo (se c’è un modo) di “decodificare” le emozioni e i pensieri dei nonni adottivi per aiutarli in questo percorso?

Non è in effetti semplice decodificare o intercettare emozioni nei nonni, principalmente perché da un lato i nonni si sentono forti della loro esperienza di genitori o di nonni di altri nipoti; dall’altro la scelta adottiva spiazza, in un primo momento. I futuri nonni alla notizia tendono a ritirarsi nel loro guscio o a lasciarsi andare a eccessivo entusiasmo. Ma l’aspetto positivo c’è: l’adozione di uno o più bambini diventa occasione - da non sprecare - di rinnovato dialogo per figli (futuri genitori adottivi) e genitori (futuri nonni).

Adottare significa anche rendere noto a un pubblico più ampio della volontà di diventare genitore. Non è una scelta che si può nascondere o tenere discreta per le molte implicazioni che nei fatti questo comporta: si pensi solo alle molte carte da compilare o alle analisi mediche cui sottoporsi.

L’adozione ti insegna a comunicare ancora di più i tuoi sentimenti, a non raccontarsi notizie di comodo: a se stessi, ai genitori, alla cerchia dei familiari, alla società.

Direi quindi che parlare liberamente e senza filtri, aprirsi alle emozioni è l’unico modo per intercettarle, comprenderle e condividerle. Un esercizio che sarà utile anche quando arriverà il bambino.

Ti cito: “ L’adozione di un bambino è qualcosa di bellissimo e stravolgente, un modo di essere genitori uguale e diverso dal percorso naturale delle coppie, con un grande vantaggio: apre le porte a un’esperienza irripetibile per tutti quanti, direi quasi a una conversione nel senso etimologico del termine, una trasformazione, un dirigersi su altre strade e direzioni, un viaggio da cui tutti potranno trovare occasione di crescita. “
Questa “conversazione”, questa “trasformazione”, in cosa ti ha cambiata in particolare? E come sono cambiati i nonni del tuo bambino?

Il cambiamento principale è stato vissuto da me e mio marito, iniziato soprattutto durante il percorso di formazione e attesa fino all’incontro con nostro figlio. E siamo cambiati ancora dopo essere diventati genitori. Pur non avendo esperienza diretta di genitorialità biologica, credo che vi siano differenze indiscutibili innanzitutto per la strada che si percorre, dove il fattore tempo è sempre presente e che per buona parte non di può definire con precisione. In questo tempo si riflette molto, si osserva e ci si osserva in profondità, ci si apre a qualcosa di dichiaratamente diverso.

Anche i nonni senz’altro sono cambiati: per quello che posso riscontrare, non è tanto il loro essere nonni che è diverso quanto il loro porsi di fronte a un nipote che, come loro ha un vissuto - non parte insomma da zero -, ma che porta sulle spalle uno ‘zainetto’ pesante - emotivo, psicologico, di esperienze - da rendere più leggero.

Ho appreso leggendo il tuo libro che la procedura adottiva prevede anche una “lettera di consenso” da parte dei nonni. Quanto pesa, psicologicamente, questo “nulla osta” al desiderio di genitorialità?

Su un piano affettivo e psicologico potrebbe pesare perché la mancata apertura dei nonni all’adozione in prospettiva potrebbe significare un contesto poco accogliente per il bambino. E’ su questo, che, nel caso, si lavora insieme - futuri genitori, nonni, assistenti sociali - nel tempo che è dato fino al decreto di idoneità. A quanto so si tratta di preoccupazioni o pregiudizi che svaniscono con una conoscenza più approfondita del tema.

Come avete spiegato ai futuri nonni che vi apprestavate ad adottare un bambino proveniente da una lista cosiddetta “special needs” ? Un genitore immagino cerchi di proteggere i figli per cui il pensiero di saperli alle prese di un’avventura complicata deve averli agitati…

Si è probabile che siano cresciute le preoccupazioni ma anche in questo caso sono stati posti - soprattutto da me! - di fronte alla cruda evidenza dei fatti: tutti i bambini che vanno in adozione sono special needs per il semplice motivo che si portano dietro l’esperienza dell’abbandono, classificato dagli esperti come un trauma e come tale deve essere osservato e considerato: quando sono bambini, quando diventano adolescenti e quando saranno adulti. Un trauma che l’adozione ripara ma la ferita, in fondo in fondo, resta. Che poi si aggiungano dei problemi sanitari o altri problemi psicologici - lo dico anche con il senno del poi - è un di più ma non sposta di una virgola rispetto alla maturazione che i genitori per primi devono compiere e accettare. Come dicevo l’adozione è riparativa di questo trauma - e infatti la quasi totalità delle adozioni, hanno successo e portano felicità e benessere nei figli - ma, a meno di gravi patologie per cui occorre essere disponibili, è l’abbandono e le sue conseguenze il tema su cui occorre essere pronti. Anche quando si accoglie in famiglia un neonato lasciato in ospedale: anche lui, il suo corpo, la sua anima hanno memoria di questo strappo.

Questo passaggio, se compreso nel profondo, dà a tutti quanti una grande forza. Anche quella di accettare una patologia sanitaria. Nel nostro caso ormai mi dimentico che nostro figlio è ipovedente, avendo lui trovato mille compensazioni alle limitazioni che la sua patologia comporta, ma non cala l’allerta mai quando sorgono tormenti interiori, il (legittimo) richiamo della Cina e le domande cui non si sa dare un perché.

La tua è una esperienza di adozione internazionale, per un bambino, chiudere con il contesto relazionale di provenienza comporta psicologicamente (come racconti anche tu) una “scissione” con la parte del Sé legata alla sua storia “fondativa”. Tuo figlio è cinese, voi genitori e i nonni quanto conoscevate di questo Paese?

Non moltissimo, essendo basata la nostra conoscenza su quanto potevo aver letto o visto al cinema. Come ripeto sempre, gli unici segni premonitori che la Cina sarebbe entrata nelle nostre vite riguardano mio nonno materno: era capitano di mercantili, viaggiava per tutti i mari ed era andato molte volte in Cina. Ancora oggi ho un tappeto, un abito di seta e alcuni ricordi che aveva portato a mia nonna negli anni Sessanta.

L’Italia sta vivendo un momento di forte oscurantismo, la chiusura verso chi arriva da altri Paesi è molto forte. Secondo te un bambino straniero adottato è considerato “meno straniero” rispetto a un bambino che invece arriva in Italia con la sua famiglia? C’è meno pregiudizio?

In realtà no, il momento è difficile per tutti, per gli stranieri che arrivano, per gli stranieri di seconda generazione e anche per gli adottivi anche se questi ultimi sono forse un po’ più protetti dalla famiglia. Finché sono piccoli vengono solito accolti con sorrisi, caramelle e buffetti sulle guance e noi genitori siamo considerati eroi; ma con l’adolescenza e l’età adulta questi ragazzi sono considerati alla stregua di altri stranieri (parola che non amo molto, ma tant’è)… Dirò di più: confrontandomi con altre famiglie adottive, i casi di razzismo variano a seconda del paese di provenienza dei ragazzi. E purtroppo bisogna ammettere che anche nelle grandi città come Milano, il pigmento della pelle per qualcuno è ancora fonte di irritazione. Figli di amici sono spesso fermati da polizia o carabinieri e sottoposti a domande, richiesta di documenti come se non fosse possibile che quei ragazzi con la pelle ambrata, scura o con i tratti orientali siano a tutti gli effetti italiani. Tuttavia, viaggiando per presentare il libro, ho incontrato un’Italia molto variegata e fortunatamente più bella e accogliente di quella che a volte è presentata da una certa propaganda.


Tu “metti in guardia” nonni e genitori adottivi sulle dinamiche che si innescano una volta che il bambino arriva in famiglia: il desiderio di trovare somiglianze, la voglia di abbracci spontanei, il bisogno dell’empatia immediata, poi arriva il “bambino reale” con i suoi sentimenti e… di quali supporti si ha bisogno? Chi può aiutare nonni e genitori in questa fase?

Senz’altro oggi gli enti per le adozioni le associazioni familiari possono essere di aiuto non solo perché organizzano momenti di incontro per famiglie e bambini (pic nic, merende etc) ma anche seminari o giornate di confronto con esperti dedicati ai nonni.

Un bambino con “special needs” può soffrire di “analfabetismo emotivo”, tu fai diversi esempi mettendo in evidenza che la personalità di un bambino adottato la famiglia la scopre piano piano, che il suo vissuto invece potrebbe non scoprirlo mai.

Ti faccio una domanda sgradevole. Secondo te, quanto contano, nel successo di una adozione, il ceto e la cultura delle famiglie adottive?

Da un lato c’è la cultura del paese del bambino che, specie se è arrivato grandicello, ha molto peso nella sua vita. Dall’altro c’è la storia del bambino, più o meno nota a lui stesso e agli operatori, sempre a secondo del paese o dall’istituto di provenienza che può aver monitorato o meno, negli anni, tutte le informazioni a disposizione. Di norma chi adotta è preparato per accogliere tutto questo, anche l’inevitabile vuoto di informazioni o buio che può riguardare la vita di un figlio prima dell’incontro con la famiglia adottiva. E spesso se la cultura, l’istruzione, l’educazione ricevuta aiuta i genitori per una comprensione razionale è con il cuore che si accoglie qualsiasi storia di qualsiasi bambino.

Il supporto familiare e sociale reale e/o percepito dal genitore adottivo quanto influisce sul bambino secondo te?

Non saprei rispondere a dire il vero :-) intendi la rete di supporto intorno alla famiglia? questi bambini di solito non hanno paura a sentirsi aiutati, possono manifestare all’inizio diffidenza ma la mia esperienza in tal senso è positiva.

Tu parli di elaborazione del lutto dell’infertilità, io ho conosciuto donne che hanno rischiato la vita pur di generare un figlio. Da donna che non ha figli (il perché te lo racconterò in privato) ti domando, avevi valutato la possibilità di rimanere senza?

Sì lo avevo valutato, anche al termine di percorsi con psicologi e di riflessioni personali. Quando abbiamo deciso per l’adozione mi sentivo libera di accettare anche una condizione opposta, senza figli, Questo perché, credo, ero serena rispetto a questo argomento, avendo lavorato molto su di me.

Te la senti di dire qualcosa a quei genitori che hanno vissuto l’esito negativo della procreazione ma anche quello dell’adozione?

Senz’altro anche perché la mia esperienza non è tecnicamente di infertilità: ho nel mio vissuto una gravidanza non arrivata a termine e poi tentativi non andati a buon fine. Non è il sangue che fa di due persone genitori. Non è il crescere un figlio nel proprio ventre che ti fa sentire più madre. Non è un diniego al decreto di idoneità per l’adozione a sentirsi inadeguati a crescere un figlio. Questi momenti della vita vanno colti secondo me come occasioni di crescita personale, per cancellare da noi stessi i mille alibi di cui ci contorniamo per non sentirci dire verità scomode. Se il desiderio di famiglia è reale, la scelta arriverà nel modo più naturale possibile. L’adozione è certamente un passaggio di consapevolezza ulteriore: si arriva a sentire e amare, come figlio di carne, un bambino nato da un’altra donna.

Voglio chiudere riportando alcuni brani del tuo libro che mi sono rimasti particolarmente impressi:

L’albero genealogico del figlio che entra in una

famiglia con l’adozione è vuoto: la sua storia in parte

è già scritta, le sue radici hanno iniziato a crescere

altrove.”

L’infertilità è una ferita, esattamente come l’abbandono è una ferita

I bambini con un passato doloroso vogliono, anche se non sono in grado di esprimerlo direttamente, che questo dolore sia riconosciuto e non compatito, affrontato, accompagnato e alleggerito con la certezza di una vita positiva davanti a sé.”

Ho sempre la sensazione, osservando e condividendo la vita con mio figlio, che questi bambini vivano in modo binario: la vita di ieri – nel paese o nel contesto di origine – è una linea retta che si è interrotta, non c’è dubbio, ma è come se si fosse cristallizzata in qualcosa di invisibile, presente in un intimo altrove; quella di oggi è l’altra linea retta, forte, marcata che ogni tanto incontra dei nodi, ed ecco che qui riappare la precedente linea, quella invisibile.”

Tra genitori adottivi si dice che quelle stanze dei Tribunali per i minorenni o degli enti autorizzati

siano una sorta di “sala travaglio”, dove a partorire sono sia il marito che la moglie.”


Buona lettura a tutti

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook