Elisabetta Favale
E(li's)books
22 Marzo Mar 2019 1559 22 marzo 2019

La gente non esiste. Intervista a Paolo Zardi

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Mi chiedo, ogni volta che mi appresto a scrivere di un libro, come posso fare a stimolare la curiosità di chi mi legge. La mia è una domanda legata alla capacità di trasmettere le emozioni per qualcosa che ho apprezzato visto che mi rifiuto di scrivere dei libri che non mi piacciono!

I libri di Paolo Zardi mi piacciono sempre, ho avuto l’opportunità di parlare con lui diverse volte, ammiro la capacità che ha di cogliere attimi di vita quotidiana, mi piace come scrive della fragilità, dei sentimenti, delle paure, lo fa in modo schietto, senza artifici.

La gente non esiste è una raccolta di racconti (in libreria da oggi!) e io, prima di proporvi le risposte alle domande che ho fatto a Paolo, voglio segnalare i miei due racconti preferiti:

Un sogno:

Aveva trentanove anni, un marito spesso ubriaco, un figlio di sei e un cancro alle ossa per il quale i dottori le avevano dato due mesi di vita. […] Non era tanto la paura per la morte […] lei aveva ancora un legame intimo e indissolubile con il futuro- aveva piani per il 2020 […] non era pronta per morire. “

Un racconto triste dove alla letteratura viene assegnato un compito importante, quello di rendere possibile l’impossibile.

Warming day

Il condominio era stato costruito nei primi anni Sessanta, durante il boom edilizio che aveva accompagnato la migrazione in massa dalle campagne circostanti verso la città: tre piani sopra minuscoli garage progettati prima che fossero inventati i SUV,terrazzini davanti a cucine per sbattere le tovaglie […] Alle riunioni condominiali, che si tenevano una volta l’anno […] l’amministratore tirava fuori l’enorme registro che aveva accompagnato quegli incontri fin dalla prima volta […] il tetto da rifare (1975), gli schiamazzi dei bambini nel primo pomeriggio (1978) […]. Ora di bambini non ce n’erano più: di quegli anni rimaneva solo una donna oramai centenaria”.

Con questo racconto Paolo mi ha fatto provare una immensa nostalgia, ho ripensato al condominio di fronte casa dei miei genitori e a quegli appartamenti oramai con le finestre serrate, pieni di fantasmi. Grande capacità evocativa… Bello

Di seguito l’intervista!

Paolo, leggendo La gente non esiste mi sono trovata spesso catapultata in storie molto verosimili e vicine alla mia quotidianità, presente o passata. Novalis diceva che “il lettore è l’autore ampliato”, quando scrivi pensi a questa possibile “transustanziazione”? Chi è per te il lettore? E l’autore?

Credo che la definizione di Novalis potrebbe essere facilmente capovolta: l’autore è, a tutti gli effetti, un lettore aumentato – una persona che, dopo aver divorato per anni centinaia di libri di ogni genere, e aver goduto delle pagine lette, e riflettuto sui meccanismi che stanno dietro a una storia, a un certo punto sente il bisogno di fornire la propria versione sul mondo. Si dice che per diventare scrittori si debba leggere molto; questa affermazione, però, assomiglia quasi a una prescrizione medica, una cosa tipo “applicare i libri sulle parti sensibili per una ventina d’anni fino a ottenere il risultato desiderato”. La realtà è che leggere non significa solo imparare qualcosa. I libri rappresentano una sfida che, talvolta, richiede una risposta. Penso che sia così che un lettore si trasformi in un autore, che è concretamente la versione ampliata del primo: un essere umano che non ha solo gli occhi, ma anche un paio di mani con le quali buttare giù storie. Sebbene “scrivo solo per me stesso” sia al secondo posto nella particolare classifica delle frasi di cui si abusa più volentieri (la prima credo sia “però posso spiegarti”), credo che nella maggior parte dei casi sia vera. Quando scriviamo, l’unico lettore del quale si conoscono gusti e passioni, l’unico che possiamo immaginare, siamo noi. Qualsiasi altra teoria porta a risultati quasi sempre orribili. Tentare di catturare un immaginario “gusto del pubblico” corrompe l’atto creativo e lo rende sterile.

Quando poi un libro arriva dall’altra parte dello schermo, e finisce nelle mani di autentici sconosciuti, immagino (spero) che qualche volta si crei la piccola magia che percepisco quando io ho in mano un libro; che chi legge, arrivi a comprendere fino in fondo quello che volevo dire, e perché ho scelto di dirlo proprio in quel modo. È un atto intimo e profondo, quello tra l’autore e il lettore: è pensare con la voce di un altro per un breve tratto della propria vita. In questo senso, Novalis potrebbe avere ragione. Ma la più bella definizione del lettore, di quello buono, l’ha data Nabokov in “Lezioni di letteratura russa”.

È lui – il buon lettore, l’eccellente lettore – che ha salvato più e più volte l’artista dalla distruzione per mano degli imperatori, dei dittatori, dei preti, dei puritani, dei filistei, dei politici, dei poliziotti, dei direttori delle poste e dei pedanti. Mi si permetta di definire questo ammirevole lettore. Non appartiene a una nazione o a una classe specifica. Non c’è direttore di coscienza o club del libro che possa gestire la sua anima. Il suo modo d’accostarsi a un’opera di narrativa non è determinato da quelle emozioni giovanili che portano il lettore mediocre a identificarsi con questo o quel personaggio e a “saltare le descrizioni”. Il buon lettore, il lettore ammirevole, non s’identifica con il ragazzo o la ragazza del libro, ma con il cervello che quel libro ha pensato e composto. Non cerca in un romanzo russo informazioni sulla Russia, perché sa che la Russia di Tolstoj o di Cechov non è la Russia della storia ma un mondo specifico immaginato e creato da un genio individuale. Al lettore ammirevole non interessano le idee generali; ma la visione particolare. Gli piace il romanzo non perché gli permette di inserirsi nel gruppo (per usare un diabolico luogo comune delle scuole avanzate); gli piace perché assorbe e capisce ogni particolare del testo, gode di ciò che l’autore voleva fosse goduto, sorride interiormente e dappertutto, si lascia eccitare dalle magiche immagini del grande falsario, del fantasioso falsario, del prestigiatore, dell’artista. In realtà, di tutti i personaggi creati da un grande artista, i più belli sono i suoi lettori.

Nelle tue storie c’è un elemento ricorrente, il multiculturalismo, pensi che oggi la letteratura possa svolgere un ruolo che permette di trovare un “comun denominatore” culturale? Può essere una sorta di educazione all’altro?

Non sono convinto che lo scopo principale della letteratura sia educare. I lettori sono, nella maggior parte dei casi, persone adulte con idee ben precise sul mondo, e temo che non basti un libro per fargliele cambiare. Il multiculturalismo è una realtà che mi piace, in tutte le sue declinazioni: meno di un’ora fa ero in un negozio gestito da cinesi e indiani dove si trovano cibi da ogni parte del mondo. Ho comprato dei salatini che credo siano indiani, che assomigliano a dei piccoli spaghetti, ma secchi, mescolati a piselli disidratati, il tutto condito con spezie sconosciute. Dal momento che sono di natura romantica, mentre mangiavo pensavo a un luogo un po’ esotico dove quei salatini avevano un significato particolare, esclusivo; ho immaginato la nostalgia che una persona di quel paese, costretto dalle dinamiche dell’economia occidentale ad abbandonare casa per venire a vivere in Veneto, potrebbe provare assaggiando questa specialità, se così si può dire.

Mi succede più o meno la stessa cosa quando leggo storie raccontate da autori che sono nati altrove, che sono sbarcati qui in Italia, e hanno iniziato a guardarsi intorno, e poi a raccontare – raccontare non solo la loro vita, ma anche la nostra vista con gli occhi di uno straniero, che, in fondo, è lo sguardo che ogni autore dovrebbe usare per descrivere il mondo. Volendo fare un nome, amo citare Elvis Malaj, uscito con una raccolta per Racconti Edizioni meno di due anni fa – una voce molto interessante.

Come nascono le tue storie?

Il punto di partenza è quasi sempre un evento che colpisce la mia attenzione – qualcosa che metta in crisi un essere umano, o che sveli, improvvisamente, una verità sconosciuta. Poi inizia la fase di incubazione, che può durare anche anni. Non prendo mai appunti, perché sono convinto che una buona idea debba essere così forte da riuscire a resistere al tempo; selezione darwiniana, insomma. E poi sono convinto che scrivere su un pezzo di carta uno spunto ancora informe, trovare le parole per fissarlo, sia un momento irreversibile, come quello in cui si fissano le viti di un mobile Ikea: conviene sempre lasciarsi un certo grado di libertà fino a quanto non si è sicuri di aver capito come devono essere incastrati tutti i pezzi.

Ci dai la “ricetta” per scrivere un racconto efficace?

William Somrset Maugham, commediografo britannico, diceva che esistono tre regole per scrivere un romanzo ma, purtroppo, nessuno sa quali siano. Credo che valga qualcosa di analogo per i racconti: basterebbe confrontare un racconto di David Foster Wallace con uno di Cechov e poi con uno di Fenoglio per capire che non è possibile desumere alcuna indicazione pratica che ci porti, con certezza, a un racconto efficace. Per quanto mi riguarda, credo che sia importante lasciare maturare le idee per molto tempo, permettendo loro di vagare per tanto tempo dentro alla testa. Quando ci pare di aver trovato qualcosa di interessante, bisogna capire che è come quando, di fronte a un cesto pieno di calzini spaiati e buttati alla rinfusa, ne abbiamo appena scelto uno; la parte veramente difficile, ma che è anche la più divertente, sta nel continuare a scavare fino a quando non si trova il suo gemello. Come diceva Roth, il mondo è pieno di persone con una buona idea per una storia; e aggiungeva che “il concepimento è nulla, rispetto alla realizzazione. Il mio punto di vista è che finché le mie idee non sono state assorbite da una strategia e da un obiettivo di tipo narrativo, queste idee non sono diverse da quelle di chiunque altro”.

Molto più concretamente: mai iniziare a scrivere se non si ha chiaro quello che si intende fare; se in un racconto si ha chiaro il finale, si potranno introdurre digressioni e divagazioni senza perdere di tensione; essere onesti con se stessi; e soprattutto cercare, incessantemente, la propria voce.

Quale dei racconti di La gente non esiste preferisci e perché?

I racconti di questa raccolta sono nati in periodi diversi della mia vita, e spesso rappresentavano delle risposte che tentavo di dare. Ognuno di loro, quindi, è nato per quello che allora mi sembrava un buon motivo, e sarebbe ingiusto giudicarli adesso, a distanza di tempo. Posso dire, però, che in questo momento sono affezionato di più ai racconti più eccentrici, quelli forse più distanti dal mio modo di scrivere, come Controluce e Sotto ogni cuscino c’è un Dio. Entrambi sono nati con il preciso desiderio di avventurarmi in mondo che non conoscevo; il primo, ad esempio, accompagnava una serie di fotografie sovraesposte e mezze bruciate di Sergio Andretti che Martina Giorgi aveva recuperato da non so dove, ed era stato ispirato dalle poesie di Emily Dickinson; il secondo, invece, è partito dalla lettura del titolo di un libro che era stato disposto a testa in giù, che, a causa di un mio errore, è diventato, appunto, “Sotto ogni cuscino c’è un Dio”, frase centrale del racconto. Non mi era chiaro cosa significasse, in concreto, e questa mancanza di chiarezza mi è sembrato un ottimo spunto per iniziare una storia.

Qual è lo scenario comune in cui si muovono i personaggi di questi racconti?

Aziende, con le loro sale riunioni, e dintorni; città, autostrade; due spiagge, lo spazio ristretto di un satellite che orbita attorno alla Terra; centri commerciali, bar; camere da letto e un cimitero.

Cattiveria, umorismo, analisi dei sentimenti umani. Vuoi identificare e darci il titolo di tre racconti di La gente non esiste in cui ritrovare queste tre cose?

Parto dall’analisi dei sentimenti umani, che forse è il filo conduttore di tutto il libro, e scelgo “I corpi”, la storia di un uomo che evita, con ostinata determinazione, il momento nel quale il corteggiamento si trasforma in vero amore, preferendo, alla brillante impurezza della realtà, la sua versione idelalizzata.

Per quanto riguarda l’umorismo, credo che la storia di Ilenia che si fa tatuare il nome del suo fidanzato come pegno di amore – racconto ispirato a un episodio vero – sia così assurda e grottesca da poter strappare un sorriso.

Non amo la cattiveria; nella vita, fa male, e nei libri annoia per la sua banalità, a meno che non sia assoluta. In questa raccolta c’è solo momento in cui questo sentimento viene fuori ed è in una scena de “Il ventunesimo secolo” (che è un prequel del mio romanzo “XXI Secolo”). Lei è una ragazza eroinomane che si deve prostituire per vivere; decisa di farsi un regalo, invita un tatuatore a casa sua. A un certo punto, arriva un cliente della donna: ecco, quest’uomo è l’unico personaggio cattivo di tutto il libro.

"Mostrò le braccia martoriate, con un sorriso sghembo. Pesava pochissimo, ma c'era ancora tenerezza tra quelle ossa. Ce l'avevano tutti, la tenerezza, soprattutto gli sconfitti, ma lei ne aveva di più. Lui si riempì un bicchiere di vino, si sedette sul divano accanto a lei, aprì il libro dei tatuaggi e riprese a sfogliarlo. [..]

Qualcuno bussò alla porta. Lei si alzò e andò ad aprire. C'era un tizio secco, sui quaranta, gli occhi scavati, con i capelli scuri, un viso tormentato.

«Era oggi?» gli chiese.

L'uomo annuì, poi si sporse dentro e vide l’ospite seduto sul divano.

«È un amico, nessun problema».

Lo fece entrare. Rivolgendosi al tatuatore disse che andava in camera dieci minuti. Chiuse la porta dietro di sé. Si sentirono dei colpi. Dopo un po' di silenzio l'uomo uscì dalla stanza, salutò con un cenno della testa e se ne andò. Lui entrò in camera, piano. Lei era sul letto, nella penombra, a pancia in giù, con la maglietta sollevata.

«Chi era?»

«Uno».

Si girò e si mise seduta.

«Ti esce sangue dal naso».

«Passerà. Gli piace alzare le mani a questo. È il suo vizio. Si consola così».

Poi, come immaginando cosa stesse pensando, aggiunse: «Si accontenta perché costo poco. È la crisi»."

La gente non esiste – Paolo Zardi – Neo edizioni 22 marzo 2019

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