Elisabetta Favale
E(li's)books
28 Marzo Mar 2019 1313 28 marzo 2019

Secolo che ci squarti, Secolo che ci incanti. Il Secolo Breve raccontato da Antonio Saccone. Recensione

Saccone Secolo Che Ci Squarti1

Esce oggi

“Secolo che ci squarti, Secolo che ci incanti” , il saggio di Antonio Saccone ci regala una incredibile panoramica del Novecento, lo fa raccogliendo in questo volume una serie di suoi saggi che seguono una trama ben precisa: “la modernità novecentesca e del suo costituirsi come tradizione” come spiega l’autore stesso nella premessa.

Al centro dell’indagine sono richiamati la Grande Guerra, l’incrocio tra letteratura e scienza, la fusione tra le arti, le nuove percezioni dello spazio e del tempo, il modo in cui significativi scrittori, commentando “classici” di stagioni remote, prossime e coeve, interrogano se stessi e la loro opera.”

Ho trovato la lettura molto interessante perché i quindici capitoli affrontano diversi aspetti della nuova“lingua del Novecento”, io mi sono concentrata soprattutto su alcuni capitoli che sono più nelle mie corde, qualche esempio:

IV. Futuristi in trincea. Apocalisse della modernità e rigenerazione dell’arte

VI. Simultaneità e fusione tra le arti. Marinetti e il cinema

X. Domenico Rea e Raffaele La Capria interpreti di Eduardo

XI. « Non è un poeta moderno ». Dante “esposto” da Montale

Numerosi sono gli spunti che Saccone ci fornisce per approfondire e riflettere per esempio sul tema del futurismo, sull’elogio della guerra che rappresentava, per questi uomini “del futuro”, una sorta di male necessario, l’idea di catastrofe come “farmaco sociale”, guerra contrapposta alla pace, la prima è vita (che ossimoro affascinante!) la seconda stasi.

Ecco che le idee di Marinetti fanno proprio ciò che dice il titolo, ci “squartano” portandosi dietro una incredibile pulsione distruttiva e “antipassatista”:

Volgendo uno sguardo al futurismo nella letteratura, Saccone ci ricorda l’invenzione delle “parole in libertà”, cita il Manifesto tecnico della letteratura futurista “mimesi dei rumori e della scenografia della guerra” dove il soggetto narrante delega tutto al “realismo sensoriale” , il racconto è onomatopeico, lo stile “paroliberismo” racconta la guerra attraverso i suoi odori, i suoi rumori.

Mi sono appassionata alle pagine in cui l’autore affronta l’approccio di Marinetti al linguaggio cinematografico: “(la) cinepresa, ordigno tra i piú minacciosi della modernità novecentesca,

vengono dati in pasto i corpi degli attori, che appaiono, cosí, alienati, « in esilio da se stessi », svuotati della loro vitale realtà, trasformati in « immagini »”.

E non solo, la riflessione si concentra su un aspetto che personalmente non avevo mai considerato: il linguaggio del cinema comico e il perché potesse essere così tanto attraente per Marinetti, lo spiega Antonio Saccone, perché

prevede frequenti giochi di grottesche dilatazioni e contrazioni del corpo (per tutti si ricordino i film della serie Cretinetti). La considerazione mostrata per le comiche del cinema muto di quel tempo (che, proprio perché muto, permette che gli oggetti, gli stessi corpi esibiti come oggetti, “parlino” e ci guardino) lascia tracce su alcune pièces del teatro sintetico e sulla loro programmatica abolizione di ogni indugio psicologico e razionale, segnalato dall’occultamento del viso degli attori Le nuove opportunità comunicative hanno creato, per stare ai termini di Marinetti, un « acceleramento della vita

Altrettanto affascinante è il capitolo XI. « Non è un poeta moderno ». Dante “esposto” da Montale

dove troviamo nuovi e diversi approfondimenti relativi alla Commedia e alla rinnovata esegesi dantesca del nuovo Secolo.

L’elemento che fornisce la spinta forte al Montale “sponitore” è la presa d’atto dell’ “inattualità”

di Dante, la sua inassimilabilità allo scenario dell’oggi. Il fatto che Dante « non [sia] un poeta moderno » e che « gli strumenti della cultura moderna non [siano] i piú adatti a comprenderlo », tuttavia « non può impedirci di comprenderlo, almeno in parte, e di sentirlo stranamente vicino a noi ». Montale fa sua l’idea accreditata da Eliot, ma già messa a punto da Pound, di una non iscrivibilità della Commedia nel genere epico. Commenta Eliot: « La Commedia può essere tutto, ma non è certo un poema epico » “

Ma non è tutto, abbiamo anche l’intervista di Philip Roth a Primo Levi nel capitolo XIV. Primo Levi. Il racconto della chimica:

Se questo è un uomo equivale alle memorie di un teorico della biochimica morale che sia stato precettato come organismo-campione per essere sottoposto alla piú bieca sperimentazione di laboratorio. Per cui – conclude Roth – « non sono inscindibili soltanto il sopravvissuto e lo scienziato, ma anche lo scrittore e lo scienziato ». Levi conferma all’illustre intervistatore che la sua esperienza intellettuale si fonda su una profonda congruenza tra pratica scientifica ed esercizio letterario, posti in un rapporto di feconda contaminazione: « devo ammettere che non c’è contraddizione fra l’essere un chimico e l’essere uno scrittore: anzi le due cose si rafforzano l’un l’altra ».”

Impossibile non cedere al fascino di questa illustrazione del Secolo Breve che ci regala Antonio Saccone, ha saputo cogliere gli aspetti più seducenti e se vogliamo contradditori dandoci un’idea di quali tracce e ombre abbia lasciato questo importante periodo storico. Un saggio adatto ai curiosi come me, a chi apprezza i punti di vista e gli approcci anche laterali, meno scontati.

Il linguaggio è “diretto”, le citazioni stimolanti e ben inserite nelle tematiche trattate, io ho preso tanti appunti per letture future.

Secolo che ci squarti, Secolo che ci incanti” – Antonio Saccone – Salerno editrice 2019

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