Stefano Rolando
Buona e mala politica
26 Aprile Apr 2019 2158 26 aprile 2019

Prima che l’attacco alle feste nazionali laiche si allarghi

25 Aprile

Il nostro calendario – che teniamo in vista per organizzare l’agenda quotidiana, per farci memoria dei pagamenti, per segnare anniversari e compleanni, per mettere un punto esclamativo al fatidico 27 che per i fortunati è riscossione di uno stipendio certo, eccetera – è una tale consuetudine che non riflettiamo nemmeno sulla sua complessità.

Si tratta di un tradizionale metodo di organizzare l’anno liturgico giorno per giorno, associando a ogni giorno uno o più santi e ottenendo così un "santo del giorno", del quale si può celebrare la festa. Nell’edizione del Martirologio Romano (l’ultima del 2001) sono compresi, con compiuta e perfetta dicitura, tutte le beatificazioni e le canonizzazioni avvenute nella storia della Chiesa prima di quella data. Non si sfugge così – anche se l’uso più frequente che se ne fa è quello di sfogliare questo oceano di nomi per contrastare l’invadenza dei suoceri nel volere tentare di imporre i nomi di famiglia al nascituro – al fatto che questa caterva di nomi beati e santificati ci riconduce nella quotidianità alla tradizione religiosa e alla vita di chi è portatore di esempi virtuosi per orientare i comportamenti collettivi e individuali verso la dedizione ai valori religiosi.

Niente in contrario e, anzi, sentirei mancare qualcosa di rilevante fino a spingermi alla rivolta se l’arrivo di una malaugurata dittatura civile e pagana volesse imporre, al posto di questo esercito di aureole, la festa del pane o della pasta, quella degli elettricisti o delle traduttrici, il giorno dei candidati alla maturità o quello della fine del campionato di calcio. Ma a ben vedere il fatto che su 365 giorni solo 4 siano quelli che vengono dedicati in priorità alle feste ”pubbliche”, ovvero di rilevanza nazionale, intese come date simboliche del quadro stesso della nostra appartenenza identitaria a una storia comune e condivisa, possono essere davvero considerate uno striminzito bottino della laicità del paese a fronte della perdurante resistenza della rete degli abitanti del Paradiso.

361 a 4 è una partita senza partita. E ciò malgrado ormai, all’avvicinarsi di una di queste quattro date, scatta la polemica di qualcuno che per temporanea funzione dovrebbe essere una sacra vestale di questo piccolo presidio di storia nazionale che, per far notizia, si avventa contro una o l’altra di queste santificazioni laiche, dicendone la caducità, l’obsolescenza, la perdita di senso e di significato o peggio.

Peggio, quest’anno, nelle prossimità del 25 aprile– perché il tale come si sa è privo strutturalmente del senso del limite – ha fatto il vicepresidente del consiglio dei ministri e di tradizione per definizione (come è il ministro dell’Interno) che ha detto che lui si tiene alla larga dalla ”ricorrenza del derby tra comunisti e fascisti”. Paginate di stampa. Sarà così certamente incentivato a dire in occasione del primo maggio che la festa “è promossa dagli agenti degli artisti che cantano a San Giovanni per tenere su il cachè pagato dalla televisione”. O che a fronte del 2 giugno, troverà di buon gusto dire che “derubricate ormai destra e sinistra, anche per repubblica e monarchia suona l’ora della pensione” e in occasione del 4 novembre – pur essendo la festa che fa battere il cuore diciamo così nazionalista del Paese (dedicata alla vittoria a seguito della prima guerra mondiale e al ruolo di tutte le forze armate) – l’ineffabile si spingerà a dire che “per togliere la polvere da questa ritualità con la cravatta, essa viene sostituita dalla ricorrenza della prima vittoria del Milan in Coppa dei Campioni con felpa obbligatoria soprattutto per juventini e interisti”. Intanto, come si sa, il 4 novembre è stata festa declassata.

Insomma, l’attacco alla ritualità laica dello Stato comincia ad arrivare proprio dallo Stato, alla faccia dello sforzo di quasi tutti i nostri presidenti della Repubblica (massimamente da Pertini, Ciampi e Mattarella) di tenere sempre in agenda gesti di deferenza per i simboli di una patria costituzionalmente fatta di libertà conquistata sconfiggendo la dittatura; di unità fatta dalla uguaglianza civile di tutti i cittadini repubblicani senza privilegi di censo o casato; di etica pubblica centrata sulla priorità del lavoro; e infine anche di sicurezza e difesa della Patria pur ripudiando la guerra come primario strumento di regolazione dei conflitti internazionali.

Ecco le nostre quattro – costituzionalmente convergenti e valorialmente indissolubili – feste nazionali attorno a cui la provocazione goliardica potrebbe avere il merito di riproporre ai giovani queste stimolazioni affinché cerchino e propongano l’aggiornamento dei significati per fare della nostra cultura simbolica qualcosa che oggi più che mai guardi al futuro.

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