Martina Carone
Politica & popcorn
29 Aprile Apr 2019 1108 29 aprile 2019

Europee, puntare sui leader conviene. Ma non a tutti.

Campagna Elettorale Evdi

C’è chi direbbe finalmente. E chi invece non ne può più. Le elezioni europee si stanno avvicinando, e non solo: si vota in migliaia di comuni italiani, quasi la metà, e in più ci sono le regionali in Piemonte. E quindi sono partite, ora a pieno regime, anche le diverse campagne elettorali. Sempre più brevi, sempre più pervasive, sempre più diffuse: tanti canali, tanti social, tante sponsorizzazioni ed eventi.

E quindi, sempre più stancanti. Per i cittadini, ma non solo.

D’altronde, il contesto non è facile: gli elettori sono sempre meno interessati alla politica e sono sempre più distanti, sfiduciati e, soprattutto, saturi; Jim Messina, uno che di comunicazione politica ne sa, dice che il tempo medio che si dedica all’informazione politica è di 4 minuti settimanali. Il tempo di leggere questo testo, probabilmente.

Non sarà una campagna facile: nelle prossime settimane si accavalleranno elezioni diverse, con meccanismi diversi. Vota così, scrivi cosà, scegli di qua, non di là. Ma non solo: il particolare momento politico in cui ci troviamo, con due forze di Governo costrette a sostenersi a vicenda pur malsopportandosi (rubando la scena a chi all’opposizione c’è davvero), spinge i partiti a richiamare continuamente il contesto nazionale e a puntare molto sui leader del proprio partito per arginare le polemiche e centralizzare il dibattito.

Certo, c’è chi - tra i leader dei partiti - è effettivamente candidato alle Europee, e quindi punta su se stesso.

Così è, ad esempio, per Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

E infatti, ecco i manifesti di Forza Italia che ritraggono un rassicurante Silvio Berlusconi, candidato ovunque (tranne che al centro, dove ha lasciato spazio ad Antonio Tajani). Tronfio ed istituzionale, campeggia nei 6x3. E, attenzione, anche nel simbolo: una soluzione che ha causato qualche malumore perché anche lui, come gli altri, dovrà prendere preferenze, mentre questa mossa potrebbe avvantaggiarlo rispetto agli altri candidati...

Dal lato leghista, ovviamente, troviamo Matteo Salvini protagonista dei manifesti di campagna. E come dargli torto: secondo Demos&Pi è il leader più apprezzato, gradito al 59% degli italiani. La motivazione, peraltro, potrebbe anche non essere meramente elettorale: Matteo Salvini è entrato in Senato ottenendo il seggio nella circoscrizione Calabria. Ed è proprio nella Procura di Catanzaro che, qualche tempo fa, è stato presentato un ricorso sul conteggio dei voti. Che il seggio salti è improbabile, certo. In ogni caso, però, perché non mettere le mani avanti?

A chiudere il cerchio dei leader candidati agli scranni del Parlamento Europeo, c’è Giorgia Meloni: a Roma sono spuntati come i funghi i manifesti che la ritraggono, sorridente (e photoshoppata). Curiosamente, la si vede prevalentemente sui muri dentro la città: il 2021, d’altronde, è vicino.

Tutte scelte comprensibili, quelle dei leader di centrodestra: i segretari candidati - soprattutto capilista - trainano voti e "giustificano" la loro iperpresenza, sia mediatica che sul territorio. Una necessità dettata dalla campagna elettorale, in fondo.

Eppure, non per tutti è così.

C'è il caso di chi non ha motivi elettorali per giustificare la propria presenza, ma strategici: ad esempio, Nicola Zingaretti. Il segretario dem non è candidato in alcuna circoscrizione, eppure troneggia nei manifesti del Partito Democratico, sorridente e positivo. Questa scelta risponde ad un obiettivo chiaro: ricordare il “superamento” della segreteria Renzi, mobilitando i delusi dal "senatore semplice di Scandicci", e parlare ad una platea più ampia possibile: i moderati che non amano il governo attuale, n'importe quoi.

E poi c'è il caso di chi non capisce se lo si nota più se viene e sta in disparte o se non viene, come il famoso dilemma morettiano. E infatti spicca, in questo senso, l'assenza di Luigi Di Maio, leader non candidato e, soprattutto, non visibile sui materiali di campagna ad oggi diffusi dal Movimento 5 Stelle.

L'assenza di Di Maio dai materiali elettorali ha varie giustificazioni: tra queste, il difficile rapporto tra elettorato pentastellato e la personalizzazione “istituzionalizzata” del Movimento: le votazioni che incoronarono Di maio capo politico non furono luminosi esempi di trasparenza e partecipazione, e - nonostante il rebranding sia partito, e le foto su Chi siano uscite - è evidente il momento di difficoltà del vicepremier, ben esemplificato dagli attacchi tra alleati di Governo. Ma, soprattutto, il M5S ha un elettorato fluido, che contiene in sé diverse anime (ne parla diffusamente Paolo Natale). E i numerosi tentativi, da parte di Di Battista, di tornare in campo, non hanno funzionato a dovere: i pentastellati non hanno sfondato in Basilicata, Abruzzo e Sardegna. A tal proposito, sarà interessante vedere che strategia adotterà il M5S a ridosso del voto: la maggior parte degli elettori sceglie chi votare pochi giorni (se non ore) prima di entrare in cabina, e Di Maio ci ha già sorpreso con la ipermediatica presentazione della squadra di governo nell’ultima settimana prima del voto, mossa che gli ha valso il protagonismo nell’agenda negli ultimi giorni prima del voto, centralizzando il dibattito su di sé.

Insomma, queste elezioni europee vengono attese come prova del nove, rivelatrici di consensi o cali degli stessi. I risultati vengono attesi come segnali premonitori di eventuali elezioni anticipate, come indicazioni sulla strada che i diversi leader percorreranno nei prossimi mesi. In questo senso, le campagne elettorali ci rivelano alcune tendenze che - purtroppo o per fortuna - non verranno abbandonate presto. La personalizzazione, il richiamo continuo a frame cognitivi noi VS loro, la semplificazione in slogan da una parte e i rebranding dall'altra.

Le strategia giuste non esistono: esistono strategie efficaci: vedremo, il 27 maggio, chi verrà premiato e chi, invece, avrà puntato sul cavallo sbagliato. O sul percorso più difficile.

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