Elisabetta Favale
E(li's)books
1 Maggio Mag 2019 1200 01 maggio 2019

Notte a Caracas di Karina Sainz Borgo. Recensione (con zia Carmela in foto)

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Notte a Caracas è uscito ieri, l’ho comprato e letto immediatamente per i motivi che scoprirete più avanti

Il libro

“In una terra meravigliosa, che prima della crisi era la piú ricca del subcontinente americano e ora è dilaniata dalla corruzione, dalla criminalità e dalla repressione politica, Adelaida cerca solo di sopravvivere. Ma un giorno, tornando a casa, scopre che la chiave nella serratura non gira piú: il suo appartamento è stato sequestrato e devastato da una banda di donne legate al regime. Senza un posto in cui andare, cerca rifugio dalla vicina, la cui porta è stranamente aperta, ma la trova stesa a terra, morta. Ogni speranza sembrerebbe svanita, invece quell’ennesimo evento tragico potrebbe rivelarsi la sua unica occasione di salvezza.”

La mia lettura

Ho aspettato con molta curiosità l’uscita in Italia del libro della giornalista venezuelana Karina Sainz Borgo, Notte a Caracas e il motivo è presto detto: nella mia famiglia c’è stato chi è emigrato a Caracas nella prima metà del 900, abbiamo avuto (e abbiamo ancora) amici e parenti che hanno vissuto la storia di questo Paese, il Venezuela, furono tra quei 300.000 italiani che il dittatore Perez Jimenez fece entrare nel Paese tra il 1952 ed il 1958. Italiani e tanti altri europei che consentirono a città come Caracas di mutare pelle, crescere e prosperare grazie all’apporto di uomini e donne che cercavano “La terra promessa “ fuori dal vecchio Continente ancora provato dall’ultimo conflitto mondiale.

Così descrive Karina i miei parenti (perché la sua è un’opera di fiction ma basata sulla realtà e a me è sembrato si rivolgesse proprio a noi ):

“ Ero nata e cresciuta in un Paese che aveva accolto uomini e donne di un’altra terra. Sarti, panettieri, muratori, idraulici, commessi, commercianti. Spagnoli, portoghesi, italiani e qualche tedesco che erano andati a cercare alla fine del mondo un posto in cui reinventare il ghiaccio. “

La sorella di mia nonna (è morta da poco ultra novantenne) e suo marito avevano una calzoleria, con quel lavoro tutto sommato umile si erano comprati casa e avevano fatto laureare la loro unica figlia in medicina “sposandola” ad un medico tedesco!

La protagonista di Notte a Caracas è per noi una testimone oculare di come andavano davvero le cose in quel paese lontano da cui di tanto in tanto vedevamo tornare i parenti che mai hanno raccontato delle speranze disattese perché fino alla fine degli anni Settanta hanno potuto dire la verità, che si stava davvero bene in America (non ho mai sentito aggiungere Latina).

Gli zii di mia madre, la mia amica Carmen con la sua famiglia, erano quelli che Karina ci racconta chiamano Musius (neologismo che viene dalla parola francese Messieur)

“Gente oramai dimenticata nel proprio Paese che ora si era amalgamata a noi.”

La cronaca spietatamente sincera del degrado, del terrore, della fame che si è diffusa a Caracas e non senza preavviso, sono una conferma di quegli indizi che ci davano i nostri telegiornali ma che non venivano mai confermati veramente dai nostri amici e parenti.

“Lo sconforto si faceva strada con la forza e la disperazione di coloro che vedevano scomparire tutto ciò di cui avevano bisogno: le persone, i luoghi, gli amici, i ricordi, il cibo, la calma, la pace, il senno. Perdere era diventato un verbo che rendeva tutti uguali, usato dai Figli della Rivoluzione contro di noi”.

Di tutto questo abbiamo avuto, noi parenti italiani solo alcune avvisaglie, le mie amiche furono rimandate in Italia dai genitori per frequentare il liceo agli inizi degli anni Ottanta, nel 1989 il Venezuela era già piegato da una dura e persistente crisi economica, ci fu quel periodo di scontri e violenze il cosiddetto Caracazo che si lasciò alle spalle morti eppure tra i nostri emigranti continuavano a girare foto in abiti fioriti, gli unici racconti “paurosi” erano quelli legati ai piccoli furti negli appartamenti, nostra zia ci diceva che teneva sempre un po’ di contanti pronti da consegnare al ladruncolo di turno che si sarebbe accontentato senza farle del male.

“Ero cresciuta circondata da figlie di immigrati. Bambine con la pelle scura e occhi chiari, risultato dei secoli d’alcova di un paese meticcio e strano. Splendido nelle sue psicopatie. [...] Il risultato finale era una nazione costruita sopra la spaccatura delle sue contraddizioni, la faglia tettonica di un paesaggio sempre sul punto di crollare addosso ai suoi abitanti “.

Parole inequivocabili quelle di Karina Sainz Borgo, leggere Notte a Caracas significa prepararsi ad approfondire, a guardare con occhi più aperti quello che oggi ci raccontano i telegiornali oramai servi di questo o quel partito e lontani dal voler riferire la verità.

Nel 1998, quando Chávez salì al potere, io imparavo le frasi in spagnolo che mi insegnava la mia amica, lei si sentiva venezuelana più che italiana anche se i genitori avevano deciso per lei un esilio presso i parenti calabresi, lei è nata a Caracas e non ha mai, che io sappia, rinnegato o preso le distanze da una città e un paese che ha amato molto.

“Alla televisione, vedemmo sciami di uomini e donne che prendevano d’assalto i negozi. Sembravano formiche. Insetti furiosi”.

Ma la zia Carmela no, non ci ha mai raccontato degli assalti, solo che la carta igienica costava più del pane come mi ha confermato mia madre poco fa al telefono.

“In settimana avevano assaltato a mano armata tre funerali. [...] Non potevo lasciarla lì. Non riuscivo ad andarmene pensando a quanto poco avrebbe impiegato un ladruncolo ad aprire la tomba di mia madre per rubarle gli occhiali, le scarpe o le ossa”.

Vorrei che il romanzo di Karina fosse solo fiction ma non è così e questa consapevolezza fa paura, cosa dobbiamo aspettarci ora, come sarà la Notte a Caracas ? Noi non dobbiamo più preoccuparci di parenti vivi ma solo delle tombe di quelli morti che si sono voluti ostinare a rimanere da quella parte del mare, andremo un giorno a cercare quelle tombe? Abbiamo speranza di ritrovarle? Ultimo investimento di quegli emigranti che non hanno potuto lasciare niente in eredità perché niente era rimasto.

Bellissimo e tristemente vero il racconto di Karina Sainz Burgo alla quale vorrei fare mille domande, non metto la foto della copertina del libro, metto la foto di zia Carmela il giorno del suo compleanno l’anno scorso, prima che ci lasciasse quando oramai grazie a Facebook e whatsapp riuscivamo a inviare le nostre foto alle sue vicine di casa (italiane anche loro del nostro paese d’origine Castrovillari) che gliele mostravano.

Il romanzo si apre con un funerale e si chiude con l’inizio di una nuova vita resa possibile da un morto.

“Soltanto due lettere separano partire da partorire”.

NOTTE A CARACAS - KARINA SAINZ BORGO traduzione di Federica Niola - EINAUDI STILE LIBERO 2019

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