Francesco Carini
Homo sum
8 Maggio Mag 2019 1113 08 maggio 2019

Perché Peppino Impastato è un simbolo e I cento passi un film da vedere e rivedere

Peppino Impastato

di Francesco Carini

[…] qui non siamo a Parigi, non siamo a Berkeley, non siamo a Woodstock e nemmeno all’isola di Wight… Qui siamo a Cinisi, in Sicilia, dove non aspettano altro che il nostro disimpegno, il rientro nella vita privata […]. Ma non voglio fare tutto da solo, bisogna che ognuno di noi ritorni al lavoro che ha sempre fatto, cioè informare, dire la verità e la verità bisogna dirla anche sulle proprie insufficienze, sui propri limiti.
Peppino Impastato (interpretato da Luigi Lo Cascio) nel film I cento passi (scena dell’occupazione della radio)

Quando un under 40 italiano pensa a Peppino Impastato, spesso la mente va a I cento passi (2000) di Marco Tullio Giordana (sceneggiato anche da Claudio Fava), grazie al quale la storia di Peppino è andata sullo schermo raggiungendo nel tempo milioni di spettatori. Ma l’importanza di Impastato non è ovviamente da ricollegarsi semplicemente al film, dal momento che questo ragazzo ha rappresentato il meglio che potessero offrire la Sicilia e l’Italia di quel periodo, impersonando il coraggio di chi non ha avuto paura a scardinare quegli equilibri che si sono fondati per secoli sull’omertà e la connivenza di società e criminalità.

Erano gli anni ’70, anni di piombo in cui il terrorismo paralizzava il paese da una parte, mentre la mafia ci aveva già pensato da decine di anni, “infettando” il sistema democratico ed influenzando politica ed economia con il denaro, la violenza e il terrore psicologico. Ma cosa fece Peppino? Non ebbe timori e con Radio aut e il programma Onda pazza, insieme a dei giovani compagni, si scagliò contro Gaetano Badalamenti e altri personaggi che controllavano parte della Sicilia e del traffico internazionale di stupefacenti. Questo atto può considerarsi letteralmente rivoluzionario, nel senso più positivo del termine, perché andava a intaccare le certezze dell’immutabilità della situazione a Cinisi e dintorni.

A questo punto, si dovrebbe fare un discorso più approfondito (anche se ci sarebbe bisogno di ben altro spazio), proprio sull’accezione di immutabilità connessa alla società. Nell’introduzione del suo L’Invenzione della tradizione, Eric Hobsbawm parla di tradizioni inventate alfine di:

  • garantire la coesione sociale;
  • legittimare un’istituzione;
  • «inculcare sistemi di valore e convenzioni di comportamento».

Anche se il discorso è diverso, oltre che più amplio, parafrasando la tesi dello storico britannico, in alcune zone della Sicilia (ma non solo), che storicamente è stata terra di conquista e suddivisa in potentati locali che hanno potuto consolidare il loro potere anche attraverso la criminalità, in parte un elemento distintivo è stato l’omertà, componente purtroppo necessaria per sopravvivere alla violenza e alla povertà in una società fortemente diseguale in cui i rapporti diadici, non erga omnes, hanno costituito la norma della gestione del potere per secoli, mantenendo una sorta di Medioevo anche in epoca moderna (e in molti casi contemporanea). Pertanto, involontariamente, il silenzio è entrato fra i principi tradizionali cardine di una fra le isole più belle del mondo (tratto estendibile ad altre regioni, a livello internazionale).

Ma Peppino non c’è stato ed è andato oltre, denunciando pubblicamente chi teneva sotto scacco la sua terra, schierandosi per forza di cose contro suo padre (interpretato nel film da Luigi Maria Burruano), capo-famiglia e mafioso. Quindi, si assiste ad una rottura rivoluzionaria con un sistema di valori non solo siciliano, dal momento che sulla famiglia si fonda il potere sia politico che economico di uno Stato (con teorie che, partendo dalla filosofia greca, arrivano ad Herbert Marcuse ed oltre), compreso quello controllato dalla mafia.
Proprio la frase di Peppino (interpretato magistralmente da Luigi Lo Cascio) ne I cento passi, indica questa frattura necessaria alfine di iniziare Il viaggio dell’eroe (citando il volume Cristopher Vogler), che non terminerà bene con il ritorno a casa, ma proietta comunque il giornalista fra i miti giovanili contemporanei:

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