Elisabetta Favale
E(li's)books
18 Maggio Mag 2019 1612 18 maggio 2019

Neruda raccontato da Gabriele Morelli. Intervista

Morelli Neruda

Professor Morelli, ho letto con grandissimo interesse questo suo bellissimo saggio su Neruda, quello che voglio chiederle subito è: ho sempre pensato a Neruda come a un uomo incredibilmente “vivo” per le mille cose che ha fatto nella vita e l’ardore con cui le ha fatte, eppure nella sua poesia mi sembra che vita e morte finiscono per avere lo stesso peso. Qual era dunque la natura di Neruda uomo?

Intanto mi fa piacere che il libro sia stato di suo gradimento e, soprattutto, spero che lo sia per i lettori italiani poiché siamo di fronte a un grande poeta, testimone del nostro tempo; un poeta che ho avuto l’onore e il piacere di conoscere e frequentare nella mia prima giovinezza. Passo ora a rispondere alla sue domande.

Neruda era una persona che soprattutto amava la vita; un uomo poco interessato alla letteratura (anche se amava molto alcuni classici spagnoli, specie Francisco de Quevedo), difficile quindi da classificare la sua esperienza culturale come espressione di una delle varie correnti letterarie dell’epoca verso le quali nutriva un certo discredito e diversi sospetti. Una volta, invitato a cena nella casa di Aragon a Parigi, prima di entrare, disse all’amico Jorge Edwards (che mi ha raccontato l’aneddoto): “Esta noche tenemos que ser inteligentes”, alludendo all’impegno intellettuale di cui avrebbe dovuto fare sfoggio durante il colloquio con lo scrittore francese. Neruda, soprattutto, amava mescolarsi e confondersi con le persone comuni; amava la quotidianità. L’ho visto comprare, alla fiera di Sinigaglia di Milano, vecchie forchette, cucchiai e pinze arrugginite. Alla mia domanda: perché tanti vecchi oggetti?, la sua risposta “perché li hanno toccati le mani dell’uomo”. Ecco, Neruda, amava l’uomo, l’uomo semplice, comune.

Nella parabola artistica di Neruda il dibattito sul rapporto tra letteratura e politica e sulla funzione sociale dello scrittore è stato una costante, cos’è, secondo lei la cosa che lo sta facendo rivoltare nella tomba guardando il panorama letterario e politico attuale?

Penso l’aver creduto in Stalin, a cui ha dedicato una commossa elegia nel giorno della sua morte, ma ora anche nel vedere la fine dell’ideologia marxista e il ritorno di un certo fascismo, soprattutto nei paesi europei.

Non credo che le bestie, sebbene dotate di intelligenza ed espressione, arrivassero a fare un’oscena religione di annientamento e vizio disgustoso, come questi due chiamati «maestri» della cultura occidentale. Ma il loro compito è chiaro. Essi sono gli apostoli del grande ossario che si prepara, sono i germi attivi della distruzione”.

Gli strali di Neruda erano rivolti a T.S. Eliot e Jean-Paul Sartre, accusava anche Steinbeck e Hemingway per il loro “complice silenzio”. Lei cosa pensa di questa sua presa di posizione?

Penso che Neruda, mosso da istanze politiche, abbia sbagliato a dare questi giudizi (lo ha fatto in diverse occasioni) e lo stesso poeta ha poi confessato l’errore della sua ingiusta critica.

Io amo molto la poesia Chiedo silenzio (Pido silencio), il climax ascendente dove il poeta diviene uomo e poi umanità. Quando scrive questa poesia, a che punto siamo della carriera artistica?

Ha perfettamente ragione. Pido silencio è una straordinaria composizione; appartiene al libro Estravagario (1957-58) e quindi è successiva alla rivelazione dei crimini di Stalin. Documenta una nuova coscienza che rivela, come lei dice bene, il climax ascendente verso un uomo nuovo.

Parliamo di Canto general, leggenda vuole che il poeta lo abbia scritto mentre viveva in clandestinità nell’entroterra cileno protetto da minatori e pescatori. Qualcuno invece dice che era più comodamente ospitato dal (milionario) comunista Enrique Amorim in Uruguay… lei cosa ci racconta quale delle due versioni è più credibile?

Il poeta fu accolto e protetto da molti compagni comunisti o semplici ammiratori della sua poesia, ma indubbiamente la sua fuga dal Cile attraverso le Ande fu difficoltosa e piena di pericoli: il poeta fuggiva da un ordine, emanato dal presidente Gabriel Videla, di arresto e prigione. È anche vera l’ospitalità offerta da Enrique Amorim; ma come rifiutare una tale generosa opportunità?

Neruda aveva una biblioteca sterminata che lasciò allo Stato nel 1954 quando era ancora in vita, che lettore era Neruda?

Sì, lasciò la sua biblioteca (anche tutte le sue amate conchiglie) al Cile. Non era un appassionato lettore; comprò (e gli regalarono) antiche edizioni di classici (anche una rara di Petrarca, dono degli operai fiorentini). Non fu però un grande bibliofilo; più che leggere, come si è detto, amava il contatto con la vita e la compagnia delle persone.

Incitación al nixonicidio y alabanza de la revolución chilena, questo pamphlet poetico ci ripropone un Neruda dai toni violenti, è già malato di cancro e il Cile insieme ad Allende sta vivendo nuovi momenti di difficoltà. Vuole raccontarci in breve questo momento della vita del poeta?

Incitación… è un pamphlet politico-poetico, scritto tra il novembre del 1972 e il gennaio 1973, quale protesta contro la campagna di destabilizzazione condotta dagli Stati Uniti contro il Partito Popular, guidato da Allende, a cui il poeta legge il testo nella sua casa di Isla Negra: è un libro di chiaro impegno politico. Neruda malato di cancro alla prostata, nonostante i consulti e le cure ricevute a Parigi e a Mosca, peggiora rapidamente. Segue e sostiene apertamente la politica del Partito Popular ed è costretto ad assistere al golpe militare di Pinochet, e quindi alla morte, avvenuta l’11 settembre, dell’amico Allende. La notte del 23 il poeta perde conoscenza e muore. Il mio libro ricostruisce in modo puntuale gli ultimi giorni di vita di Neruda

Mi è capitato tempo fa di leggere un articolo in cui si mettevano a confronto Ezra Pound e Neruda, l’autore voleva approfondire il significato “globale” dell’uno e dell’altro evidenziandone grandezza e limiti perché secondo lui questi due autori sono un “perfetto gioco di simmetria inversa”. È d’accordo con questa definizione?

Il confronto tra i due mi sembra un po’ forzato, anche se è possibile vedere tra loro, come sostiene l’articolo che cita, un “perfetto gioco di simmetria inversa”. I due poeti sono diversi: diversi sono gli uomini e diverse sono state le loro esperienze umane e letterarie. D’altronde io trovo la definizione di poeta globale più vera e corrispondente nei confronti di Neruda che di Pound.

Oda a la solidaridad, Oda a la lavandera nocturna, lei nel suo saggio descrive questo momento della poesia di Neruda così: “Stilisticamente si tratta di una poesia basata su un verso minimo, una parola nuda, un lessico che riduce grammatica e sintassi e, in alcuni casi, utilizza la forma icastica del calligramma, o ricorre con frequenza all’articolazione discorsiva, colloquiale”.

In generale, lo stile di Neruda è uno stile che si lascia travolgere dall’impeto, chi potrebbe essere il suo alter ego italiano?

In generale Neruda usa un verso torrenziale, che bene traduce lo straripante impeto di vita e passione che caratterizza la sua poesia. Ma, accanto a questa misura espansa e avvolgente, in alcuni libri (penso in particolare alla trilogia della Residencia), Neruda inventa un verso breve, più naturale, vicino alla semplicità del lessico usato dalla gente comune. In certi momenti mi pare che giunga, sempre nelle Odas, a una sorta di purezza francescana dovuta all’amore che nutre per i prodotti della natura e gli oggetti della quotidianità. Sto pensando, come lei mi chiede, a qualche autore italiano che gli assomigli, ma in questo momento mi è difficile trovarlo.

La vocazione poetica di Neruda ha trovato fin dall’inizio la sua “causa naturale” nel proletariato, nella sua parabola sociale. Molti però parlano di Neruda come il poeta dell’amore. Vuole lasciarci con qualche verso della sua poesia preferita? Quella che secondo lei lo rappresenta a 360°?

Poiché ho studiato a lungo il libro dei Veinte poemas y una canción desesperada (best seller della poesia amorosa del Novecento), di cui ho preparato un’edizione per i lettori spagnoli (Madrid, Cátedra, 2008), mi limito a citare l’ultima strofa del poema 15 di questa fortunata raccolta giovanile (un milione di copie nell’edizione commemorativa del 1960, due milioni in quella del 1970), dedicati alla donna amata; allo stesso tempo voglio chiudere la nostra intervista con un’altra strofa della poesia politica di Neruda, tratta dalla composizione 1968, data dell’entrata dei carri russi nella città di Praga che, dopo le rivelazioni dei crimini di Stalin, causa nel poeta una dolorosa ferita:

Me gustas cuando callas porque estás como ausente.

Distante y dolorosa como si hubieras muerto.

Una palabra entonces, una sonrisa bastan.

Y estoy alegre, alegre de que no sea cierto.

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Yo reclamo a la edad que viene

que juzgue mi padecimiento,

la compañía que mantuve

a pesar de tantos errores.

Sufrí, sufrimos, sin mostrar,

sin mostrar sino la esperanza.

NERUDA GABRIELE MORELLI. SALERNO EDITRICE

Gabriele Morelli insegna Lingue e letteratura spagnola all'Università di Bergamo. I suoi studi sono rivolti al Novecento, in particolare ai poeti della Generazione del 27. Ha curato varie edizioni dell'opera dei poeti cileni Pablo Neruda e Vicente Huido.

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