Elisabetta Favale
E(li's)books
27 Maggio Mag 2019 1631 27 maggio 2019

Mia vita cara. Cento poesie di amore e silenzio di Antonia Pozzi. Recensione

Pozzi Antonia

Mia vita cara. Cento poesie di amore e silenzio di Antonia Pozzi, a cura di Elisa Ruotolo, editore Interno poesia.

Confesso che non avevo mai letto le poesie di Antonia Pozzi, voglio citare proprio la prima pagina di questo volume ricchissimo, scrive Elisa Ruotolo:

“Entrare nelle parole di Antonia Pozzi è un po’ come varcare la soglia di una cattedrale e trovarla – talvolta – immersa nel silenzio. Ti aspetteresti sempre una folla in visita per le ragioni più varie che vanno dalla bellezza dell’architettura alla fede, invece certi giorni ti ritrovi immerso in una quiete che sa d’abbandono. Come se il luogo non fosse eternamente compreso. Avverto questa sensazione tutte le volte che pronuncio il nome di Antonia e mi accorgo di confrontarmi con un vuoto cui va dato rimedio. So che lei al mondo non ha avuto altro che le parole, allora provo a usarle con cautela e fermezza per richiamare gente alla sua cattedrale, ora che non è tardi.

Ora che è sempre il tempo giusto per incontrare Antonia.”

Non posso che darle ragione. Documentandomi, per poterne scrivere, ho scoperto che è morta suicida vicino l’abbazia di Chiaravalle che io conosco bene, come diversi altri luoghi di Milano e della sua periferia presenti nelle poesie.

Quella di Antonia Pozzi è una poesia introspettiva, una sorta di training autogeno, così l’ho intesa io:

“Poesia, mi confesso con te

che sei la mia voce profonda”

E’ una poesia dove l’elemento paesaggio è molto presente e diventa quasi mezzo per descrivere la sua interiorità, numerosissime le similitudini che la vedono incarnarsi nel paesaggio, nella natura.

Tema ricorrente è la morte cantata in tandem con la vita, la malinconia struggente viene espressa in modo esplicito:

“Ciascuno la propria tristezza

se la compra dove vuole –

anche in una bottega nera

austera

tra libri impolverati

che si liquidano a prezzi dimezzati”

Ho apprezzato particolarmente questa poesia:

Canto della mia nudità

Canto della mia nudità

Guardami: sono nuda. Dall'inquieto

languore della mia capigliatura

alla tensione snella del mio piede,

io sono tutta una magrezza acerba

inguainata in un color avorio.

Guarda: pallida è la carne mia.

Si direbbe che il sangue non vi scorra.

Rosso non ne traspare. Solo un languido

palpito azzurrino sfuma in mezzo al petto.

Vedi come incavato ho il ventre. Incerta

è la curva dei fianchi, ma i ginocchi

e le caviglie e tutte le giunture,

ho scarne e salde come un puro sangue.

Oggi, m'inarco nuda, nel nitore

del bagno bianco e m'inarcherò nuda

domani sopra un letto, se qualcuno

mi prenderà. E un giorno nuda, sola,

stesa supina sotto troppa terra,

starò, quando la morte avrà chiamato.

Palermo, 20 luglio 1929

Qui a parlare è una donna che ha una consapevolezza del suo corpo, non una “donna fatta”, una donna ancora di “magrezza acerba” con il ventre incavato e le gambe ossute. Anche in questa poesia tuttavia il tema della vita, dell’eros, è legato alla morte:

“m'inarcherò nuda

domani sopra un letto, se qualcuno

mi prenderà. E un giorno nuda, sola,

stesa supina sotto troppa terra,

starò, quando la morte avrà chiamato”

L’incertezza dell’oggi e l’incertezza del domani.

La predilezione di Antonia Pozzi per alcuni momenti della giornata, il tramonto per esempio, si potrebbe, probabilmente, ricondurre al tema del ritorno.

Ho scelto alcune delle poesie che mi sono rimaste più impresse, due riguardano le periferie.

Periferia

Sento l’antico spasimo

– è la terra

che sotto coperte di gelo

solleva le sue braccia nere –

e ho paura

dei tuoi passi fangosi, cara vita,

che mi cammini a fianco, mi conduci

vicino a vecchi dai lunghi mantelli,

a ragazzi

veloci in groppa a opache biciclette,

a donne,

che nello scialle si premono i seni –

E già sentiamo

a bordo di betulle spaesate

il fumo dei comignoli morire

roseo sui pantani.

Nel tramonto le fabbriche incendiate

ululano per il cupo avvio dei treni...

Ma pezzo muto di carne io ti seguo

e ho paura –

pezzo di carne che la primavera

percorre con ridenti dolori.

21 gennaio 1938

Quello che ho trovato interessante in questi versi è il modo in cui la poetessa racconta come la natura smarrisce i suoi ritmi insidiata dalle fabbriche, siamo nel 1938.

Colpisce l’assenza di rime, troviamo la prima persona singolare sia nella prima che nell’ultima strofa, un po’ come a voler evidenziare l’io, la voce narrante, se così posso definirla. La vita qui è “cara” e accompagna l’io in questo tragitto cupo durante il quale si incontrano donne, vecchi, ragazzi, siamo al tramonto la luce del sole incendia le fabbriche, il rumore del treno diventa un ululato la poetessa ci porta fisicamente in questo luogo e lo fa meravigliosamente entrando nella nostra sfera sensoriale.

La seconda poesia che propone lo stesso tema è Via dei Cinquecento, una strada di Milano (zona piazzale Corvetto per chi è pratico della città)

Via dei Cinquecento

Pesano fra noi due

troppe parole non dette

e la fame non appagata,

gli urli dei bimbi non placati,

il petto delle mamme tisiche

e l’odore –

odor di cenci, d’escrementi, di morti –

serpeggiante per tetri corridoi

sono una siepe che geme nel vento

fra me e te,

Ma fuori,

due grandi lumi fermi sotto stelle nebbiose

dicono larghi sbocchi

ed acqua

che va alla campagna;

e ogni lama di luce, ogni chiesa

nera sul cielo, ogni passo

di povere scarpe sfasciate

porta per strade d’aria

religiosamente

me a te.

27 febbraio 1938

In questa poesia Antonia Pozzi riesce a trasmettere quelle che dovevano essere le sensazioni che le arrivavano andando in giro per la città.

Bellissima anche Filosofia

Filosofia

Non trovo più il mio libro di filosofia.

Tiravo in carrettino

un marmocchio di otto mesi – robetta molle, saliva, sorrisino.

Quel che m'ingombrava le mani, l'ho buttato via.

Il fratellino di quel bimbetto,

a due anni, è caduto in una caldaia d'acqua bollente:

in ventiquattro ore è morto, atrocemente.

Il parroco è sicuro che è diventato un angioletto.

La sua mamma non ha voluto andare al cimitero

a vedere dove gliel'hanno sotterrato.

Pei contadini, il lutto è un lusso smodato:

la sua mamma non veste di nero.

Ma, quando quest'ultima creaturina,

con le manine, le pizzica il viso,

ella cerca il suo antico sorriso:

e trova soltanto un riso velato – un povero riso in sordina.

Oggi, da una donna, ho sentito

che quella mamma, in chiesa, non ci vuole più andare.

Stasera non posso studiare,

perché il libro di filosofia l'ho smarrito.

Carnisio, 7 luglio 1929

La parte centrale racconta la vicenda tragica della morte di un bambino e del lutto della madre, mentre le estremità del testo raccontano un fatto contingente: l’io non trova il libro di filosofia. I due argomenti sono apparentemente scollegati, è una responsabilità del lettore riuscire a ricomporre il tutto.

Questa poesia mi è rimasta impressa proprio per il modo in cui la poetessa introduce i protagonisti della storia: «un marmocchio», «il fratellino», «il parroco», «la sua mamma».

«Il parroco è sicuro che è diventato un angioletto» ma va a finire che invece « quella mamma, in chiesa, non ci vuole più andare».

Qui scopriamo come si è conclusa la storia, davanti ad un dolore così grande nulla ha potuto la religione.

Io non sono brava a spiegar poesie però … chi volesse colmare una lacuna, come ho fatto io, o chi volesse rileggere o approfondire l’opera di Antonia Pozzi:

Mia vita cara. Cento poesie di amore e silenzio di Antonia Pozzi, a cura di Elisa Ruotolo, editore Interno poesia.

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