Elisabetta Favale
E(li's)books
29 Maggio Mag 2019 1709 29 maggio 2019

L'Infinito di Giacomo Leopardi. Duecento anni e non sentirli

Leopardi

Ho guardato con interesse e piacere il video del flash mob che hanno fatto un gruppo nutrito di studenti a Recanati per celebrare i duecento anni della poesia (forse ) più famosa di Giacomo Leopardi.

Mai e poi mai mi cimenterei in una analisi della poesia che mi accontento di conoscere a memoria dai tempi della scuola, preferisco però segnalare Giacomo Leopardi: Versi pubblicato da Interno Poesia con una accurata postfazione di Umberto Piersanti e in quanto a me vi propongo L’Infinito e a seguire qualche curiosità random sul sommo Leopardi

L'INFINITO

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
De l’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminato

Spazio di là da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

E le morte stagioni, e la presente
E viva, e ’l suon di lei. Così tra questa

Infinità s’annega il pensier mio:
E ’l naufragar m’è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi, un freier Geist innovativo, geniale, tragico, di una tragicità greca, un cor inquietum che appartiene al mondo classico e il cui pessimismo nulla a che vedere con atteggiamenti crudeli, autolesionisti, feroci, pensando al dolore di Leopardi non può non tornare in mente il monologo del protagonista di “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij :

La sofferenza è dubbio, negazione[…]; alla vera sofferenza, cioè alla distruzione e al caos,

l’uomo non rinuncia mai. La sofferenza è l’unica fonte di consapevolezza […] che […] è la

più grande disgrazia per l’uomo […] ma che l’uomo ama e non la scambierebbe con nessun

genere di soddisfazione”

E comunque… non si dica che il malumore di Leopardi è da ricondurre ai suoi problemi di salute, troppo facile! Come scrisse nel 1832 a De Sinner:

Quali che siano le mie sventure, che si è creduto giusto sbandierare e forse un po’ esagerare in questa rivista, io ho avuto abbastanza coraggio per non cercare di diminuirne il peso, né con frivole speranze di una pretesa felicità futura e sconosciuta, né con una vile rassegnazione. I miei sentimenti verso il destino sono stati e sono sempre quelli che ho espresso nel Bruto minore. E’ stato proprio per questo coraggio che, essendo stato condotto dalle mie vicende ad una filosofia disperata, non ho esitato ad abbracciarla tutta intera; mentre, d’altro canto, è stato solo per effetto della debolezza degli uomini, che hanno bisogno d’essere persuasi del valore dell’esistenza, che si è voluto vedere le mie opinioni filosofiche come il risultato delle mie sofferenze individuali e che ci si ostina ad attribuire alle mie circostanze materiali, ciò che si deve solo al mio intelletto. Prima di morire, io voglio protestare contro queste invenzioni della debolezza e della volgarità, e pregherò i miei lettori di cercare di demolire le mie osservazioni e i miei ragionamenti piuttosto che accusare i miei malanni."

Io trovo bellissima la definizione che Nietzsche conferisce a Leopardi:

oltre a “poeta-filologo” lo definisce anche “poeta che ha anche dei pensieri”.

Chiudo questi miei pensieri scomposti su Leopardi citandolo:

I libri - scriveva il Leopardi nel Dialogo di Tristano e di un amico - «che ora per lo più si scrivono in minor tempo che ne bisogna a leggerli, vedete bene che, siccome costano quello che vagliono, così durano a proporzione di quel che costano. […] Io ho biblioteche intere di libri che sono costati quali venti, quali trenta anni di fatiche, e quali meno, ma tutti grandissimo lavoro. Leggiamo questi prima, perché la verisimiglianza è che da loro si cavi maggior costrutto; e quando di questa sorta non avrò più che leggere, allora metterò mano ai libri improvvisati».

Giacomo Leopardi: Versi Interno Poesia, Postfazione di Umberto Piersanti

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