Giorgio Benigni
Politica e biopolitica
30 Maggio Mag 2019 0014 29 maggio 2019

Città e campagna

Due Italie

Le elezioni del 26 maggio hanno reso evidente come non ci sia più un partito in Italia capace di svolgere una vera e propria “funzione nazionale” o, come si era detto con una certa ironia e superficialità qualche anno fa, un “partito della nazione”.

Non c’è perché la città e la campagna vanno in direzioni diverse e nessuna forza politica riesce a unificarle. Ergo nessuna è capace davvero di egemonia. Il Partito democratico è il primo partito nelle città del centro nord, la Lega lo è in quasi tutta la provincia del centronord, eccetto Bologna Modena Reggio Emilia Firenze Siena e Livorno. Il Movimento 5 Stelle è ancora, nonostante tutto, il primo partito del Meridione.

Tre Italie, tre blocchi socioeconomico culturali diversi, tre debolezze. Partiamo da quelli che hanno vinto. Le prime rivendicazioni di Salvini sono state TAV flat tax e autonomia, tutte priorità che interessano materialmente il Nord Italia. La Lega si dimostra così il partito degli inappagati, di quelli che vogliono crescere , che vogliono ancora di più, che non gli basta, che vivono il tecnoliberismo europeo come una camicia di forza e che, pur godendo di una economia esportatrice, si vogliono riconoscere sempre e comunque la possibilità di chiudersi.

Passiamo a quelli che hanno tenuto, e anzi qualcosina recuperato, il Partito Democratico. Un partito votato da cittadini cosmopoliti, che stanno dentro i flussi della globalizzazione ma abbastanza riparati e garantiti dal sistema. Il PD è il partito degli appagati, di quelli che hanno molto conquistato politcamente e socialmente in passato e quindi ora hanno parecchio da perdere, che dice di voler cambiare ma è abbastanza afasico e bloccato come del resto i suoi partiti compari in Europa. Ma non è vero che è il partito dei ricchi. Perché non corrisponde a verità, come pure si è letto, che nei piccoli centri abitino cittadini più poveri mentre in città quelli più benestanti. Anzi la città nasconde ti rende anonimo, nessuno sa che macchina hai, nessuno ti vede entrare in piazza o passare per il corso con i vestiti e la macchina nuovi. Gli status symbol sono molto meno sentiti, di soldi ne girano parecchi e forse più in provincia. Il tipo umano è diverso. La città è più intellettuale, più immateriale della provincia, è preda del Super Io, vive di flussi, è cosmopolita per definizione.

Ma c’è un altro mito da sfatare. Quello della Lega come partito della paura. Non è la sola, lo è anche il PD. Solo che la paura della Lega è di pancia, paura dell’immigrato, degli sbarchi, della globalizzazione, un sentimento che genera nemici, più virtuali che reali ma tant’è. Mentre la paura del PD è di testa, è paura di perdere i diritti acquisiti, la correttezza politica, la pace in Europa. Ma è alla fine parimenti paralizzante.

Infine c’è il M5S, il partito sconfitto che però è l’unico che riesce a tenere insieme città e campagna. Infatti è ancora il partito più votato sia nelle città che nelle campagne del mezzogiorno. E’ il partito dei sottopagati, delle false partite IVA, del sottoproletariato urbano e rurale. Anche qui la bandiera del reddito di cittadinanza ben lungi da svolgere una funzione nazionale si atteggia più come classico intervento assistenziale, una riedizione 2.0 delle false pensioni di invalidità che spopolavano nella Prima Repubblica. Il Movimento 5 Stelle è il partito di quelli che non hanno niente da perdere ma neppure molto da guadagnare, a parte il reddito di cittadinanza.

La ragionevolezza se non la necessità storica - si sarebbe detto ai tempi della filosofia materialista, - dell’alleanza tra "il partito degli inappagati" e il "partito dei sottopagati", sta tutta qui, e non riguarda tanto i contenuti programmatici ma i presupposti politico culturali. Tanto è vero che l’area di governo, dopo un anno di esercizio è rimasta quantitativamente la stessa.

Piuttosto che balbettare di destre e fascismo il "partito degli appagati" dovrebbe cercare di cogliere questa esasperazione sociale, questo senso di “spossessamento” come lo ha efficacemente definito Michele Nicoletti, filosofo della politica e già deputato del PD, in un saggio di qualche mese fa, che attraversa tutta la società italiana e che, se diamo un occhio alla cartina che accompagna questo testo, può avere un esito tutt’altro che scontato: spaccare l’Italia.

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