Elisabetta Favale
E(li's)books
17 Giugno Giu 2019 1823 17 giugno 2019

Trump e Obama, i gemelli diversi raccontati da Germano Dottori

Donald Trump_Linkiesta

Ho letto con interesse il saggio del Professor Germano Dottori: La visione di Trump, Obiettivi e strategie della nuova America (edizioni Salerno) perché fermarsi a osservare il Presidente Trump attraverso i filtri dei media o anche attraverso i suoi stessi post su Twitter, significa farsi un’idea sicuramente molto poco edificante di quest’uomo e di questa America che lo ha comunque legittimamente eletto.

Raccontare questo libro è difficile perché nulla può essere omesso senza far torto alla capacità che ha avuto l’autore di concentrare in poco più di 200 pagine eventi che hanno segnato la storia d’America e del mondo negli ultimi anni, quel che posso fare io è dare qualche “assaggio” dei contenuti e invitare alla lettura anche solo per concedersi la possibilità di trovare gli spunti necessari a capire alcune dinamiche di politica internazionale.

L’obiettivo che il Professor Dottori si pone è quello di tracciare un quadro della politica americana andando ad individuare quei processi comuni a più presidenti, processi che sembrano, in alcuni casi, aver raggiunto un compimento (o forse è più corretto dire che hanno avuto una evidenza) con l’amministrazione Trump.

Che l’elezione di questo presidente non sia effetto di una isteria collettiva credo sia chiaro a tutti, non è possibile pensare che ogni elettore abbia perso la testa e abbia votato un uomo che in realtà non voleva, semplicemente ci sono stati una serie di eventi e dinamiche che hanno portato a questi risultati e se il Presidente Trump è, in apparenza, lontanissimo dal suo predecessore, il Presidente Obama, merita una giusta riflessione domandarsi in cosa invece risulta simile.

Il Professor Germano Dottori mette in evidenza subito un fatto fondamentale: alcuni importanti mutamenti della politica estera americana hanno preso il via all’indomani della caduta del Muro di Berlino, mutamenti che sono destinati a proseguire ancora per molto e se oggi il tycoon turba il mondo con le sue esternazioni sopra le righe, domani gli altri faranno probabilmente le stesse cose con maggior “garbo”, esattamente come Obama.

Una cosa che Trump e Obama hanno in comune è, per esempio, la scelta di occuparsi prima di tutto del proprio Paese guardando agli “affari mondiali” da una posizione più defilata, la leading from behind, la ‘guida dal sedile posteriore’ fu promossa da Obama che fin dalla sua candidatura aveva annunciato di voler tenere l’America lontana dalle “beghe” Medio Orientali che distoglievano risorse economiche necessarie agli americani e alla loro economia.

Tale atteggiamento sarebbe stato confermato anche in circostanze successive, specialmente quando, nella tarda estate del 2013, Obama evitò di rispondere con la forza a un attacco condotto in Siria con l’uso massiccio di aggressivi chimici nella regione di Ghouta, malgrado fosse stato attribuito ai sostenitori di Bashar al-Assad e il Presidente americano si fosse pubblicamente impegnato a reagire qualora la linea rossa rappresentata dall’uso di armi di distruzione di massa fosse stata oltrepassata.

A trarlo d’impiccio giunse infine una soluzione diplomatica architettata dall’Italia, che venne fatta propria dalla diplomazia russa e quindi condivisa dagli stessi Stati Uniti.

Obama dedicò relativamente poco tempo alla Nato, considerando prioritaria l’Asia, e si occupò di Europa soltanto quando, nel 2012, la risposta alla crisi economica data dalle autorità comunitarie, improntata al rigore e all’intransigenza, lo pose in rotta di collisione con la cancelliera tedesca Angela Merkel, che si riteneva l’ispirasse, rallentando la ripresa economica anche negli Stati Uniti proprio nell’anno in cui il Presidente cercava la rielezione.”

Analogamente, Trump ritiene che l’ordine internazionale attuale è un limite per gli Stati Uniti, lo dice chiaramente e fa capire che non solo non ha interesse a intervenire per appianare problemi come per esempio quelli di Giappone e Corea del Sud ma vuole anche riequilibrare i conti con l’estero applicando dazi a Paesi come Cina e Germania che possono in qualche modo essere dei “concorrenti” commerciali da frenare.

“Come lo stesso Presidente ha affermato in un suo tweet il 24 dicembre 2018 dopo l’annuncio dei rimpatri di truppe dal Medio Oriente e dall’Asia Centrale, « sostituire regimi nel mondo non dovrebbe essere il lavoro dell’America ». C’è fondato motivo di ritenere che Trump creda davvero in ciò che dice quando si esprime in questi termini. all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 25 settembre 2018. Proprio nel corso di quell’intervento, il Presidente dichiarò in modo inequivoco come in campo internazionale la sua amministrazione avrebbe privilegiato i concetti di indipendenza e cooperazione rispetto a quelli di governance globale, controllo e dominio”

Lo “smart power” di Obama fu caratterizzato dall’idea che la sovra-estensione degli impegni degli Stati Uniti a livello internazionale rappresentava un freno per la sua crescita, Obama voleva

“ricostruire la leadership americana partendo dal rafforzamento economico interno degli Stati Uniti

l’amministrazione Obama annunciava quindi di voler scommettere sulle imprese, le organizzazioni non governative, gli scienziati, gli studenti, gli atleti e gli artisti, oltre che sui militari”

Di fatto il Presidente Obama non fece altro che “subappaltare” gli impegni esterni degli Stati Uniti “mascherando” le pressioni e gli esercizi di potenza con degli accordi che indubbiamente prevedevano un ruolo meno ingerente negli affari interni di Stati esteri.

Quel che disorienta di Trump è che abbiamo sempre pensato agli Stati Uniti come alleati dell’Europa Occidentale ora invece questa sorta di dogma sembra essere messo in discussione come qualunque altra cosa che possa rappresentare un ostacolo per il benessere e l’economia americana.

“Obama non fu affatto il Presidente fallimentare sulla scena internazionale descritto dai suoi detrattori americani. Tutt’altro: agí invece in modo spregiudicato e sofisticato in funzione della sua lettura degli interessi di lungo termine degli Stati Uniti.”

Ma Trump e Obama non sono stati gli unici a voler rivedere le strategie di politica internazionale in un senso meno “interventista”:

“Il Presidente Clinton continuò a sfornare Strategie di Sicurezza Nazionale a ritmo sostenuto, nel febbraio del 1995, si ribadí che l’America avrebbe inviato proprie truppe all’estero soltanto quando i suoi interessi e valori fossero stati « sufficientemente in gioco. Nel maggio 1997 la missione di abbattere le barriere commerciali all’estero allo scopo di creare posti di lavoro in casa » e si ricordava come nei quattro anni della prima amministrazione Clinton gli Stati Uniti avessero concluso piú di 200 accordi commerciali, ciascuno dei quali aveva allargato l’accesso alle merci americane. l’America avrebbe dovuto continuare a selezionare gli impegni, valutando caso per caso gli interessi in gioco e la possibilità di tutelarli efficacemente con la forza.”

Le posizioni razziste e xenofobe del Presidente Trump lasciano senza parole soprattutto se si pensa che sua moglie è straniera, le contraddizioni di quest’uomo sono tali che non si comprende quali siano le leve che lo inducono ad agire in modo da rendere deprecabili le sue decisioni ed esternazioni, il famoso Muro alla frontiera con il Messico è un progetto partito nei lontani anni Novanta con Clinton per proseguire durante le altre amministrazioni, la stessa Hillary Clinton votò a favore quando sedeva al Congresso come senatrice dello Stato di New York.

“Non è esistito un Obama universalista e altruista, a dispetto del Nobel per la Pace ricevuto nel 2009, contrapposto a un Trump politicamente gretto ed egoista, se non nei contenuti delle rispettive strategie

comunicative, costruite per attrarre il consenso di platee molto differenti.”

Avverte l’autore, le cose sono ben più complesse di così.

“Da una prospettiva strategica, l’intento di Trump sembra quello di capovolgere lo schema adottato da Henry Kissinger negli anni Settanta del secolo scorso, quando l’America aprí alla Cina di Mao nell’intento di sganciarla definitivamente dall’Unione Sovietica e inserirla progressivamente nei gangli del mercato globale. L’idea sarebbe ora quella opposta di far marcia indietro, separando la Federazione

Russa dalla Repubblica Popolare, sia per intralciare lo sviluppo delle “vie della seta” con le quali Pechino progetterebbe di agganciarsi all’Europa, sia, forse, per subappaltare almeno in parte la gestione degli equilibri internazionali in regioni dalle quali Trump vorrebbe che gli Stati Uniti uscissero una volta per tutte, come il Medio Oriente.”

Il potere degli Stati Uniti è da sempre la forza del dollaro, prediligere le “armi” economiche è un modo di preservare questo potere.

“Tanto Obama quanto Trump sono stati eletti per evitare di impegolare gli Stati Uniti in nuovi conflitti. Al primo, hanno conferito il Premio Nobel per la Pace. Il secondo verosimilmente non lo avrà mai, malgrado sui temi della pace e della guerra stia conducendo una politica improntata al realismo assai simile a quella del predecessore.”

Come scrive Stefano Feltri nella presentazione di questo volume:

“Il libro di Germano Dottori che avete tra le mani ha il grande pregio di vincere una competizione senza grandi rivali. Perché di analisi che prendono Donald Trump sul serio finora non ce ne sono quasi, di sicuro non in Italia.”

Vi voglio lasciare con una citazione presa proprio dalla presentazione che trovo riesca a far capire cosa possiamo aspettarci noi in Italia da questa presidenza:

Come negli anni di Barack Obama, gli Stati Uniti hanno un interesse strategico ad avere un’Unione europea debole, almeno finché questa viene percepita come la leva di azione globale della Germania, avversario commerciale delle imprese americane e troppo vicina alla Russia per essere considerata davvero affidabile. Poiché le fragilità politiche dell’Ue si ripercuotono sulla solidità dell’euro, il primato del dollaro come valuta di riserva globale ne esce rafforzato. Il fatto che Donald Trump consideri l’Unione europea “un nemico” non è necessariamente una cattiva notizia per l’Italia: poiché la Brexit rende meno rilevante la special relationship tra Londra e Washington, e visto che la Germania è un avversario strategico, agli Usa non restano che tre interlocutori possibili nel continente. La Francia, sempre poco malleabile, la Polonia come pilastro della sicurezza atlantica a Est, e l’Italia che, a certe condizioni, ha tutte le caratteristiche per essere il partner piú appetibile, nel cuore dell’Ue e dell’eurozona. A patto che chi è al governo a Roma capisca le regole del gioco.”

Con un linguaggio chiaro e una grande capacità di sintesi, Germano Dottori ha scritto un saggio la cui lettura può essere alla portata di tutti perché le argomentazioni beneficiano di esempi concreti, l’autore, lontano dal giudicare i protagonisti del suo lavoro, ha voluto semplicemente proporre un punto di vista che va oltre le semplici conclusioni a cui saremmo portati.

L'autore:

Consigliere scientifico di Limes, Rivista Italiana di Geopolitica.
Dal 1997 cura una propria rubrica di informazioni parlamentari (Obiettivo Italia) a RID, Rivista Italiana di Difesa. Ha insegnato Sicurezza Internazionale e Studi di Sicurezza Internazionale presso l’Università Link-Campus. Attualmente è docente di Studi strategici presso l’Università LUISS.

La visione di Trump, Obiettivi e strategie della nuova America – Germano Dottori – Edizioni Salerno

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