Diego Corrado
Avenida Brasil
26 Giugno Giu 2019 1004 26 giugno 2019

Il Watergate brasiliano che svela i segreti della Lava Jato

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Il prologo è noto: l’ex presidente Lula, del Partido dos Trabalhadores, da tempo in testa a tutti i sondaggi in vista delle presidenziali di ottobre 2018, viene messo fuori gioco da una condanna per corruzione inflittagli dal giudice Sergio Moro, uomo simbolo dell’inchiesta Lava Jato, e ad aprile dello scorso anno entra in carcere. Il verdetto è discutibile sotto molti profili (ne abbiamo scritto qui), ma non basterà neppure l’intervento in agosto del Comitato per i diritti umani dell’ONU per rimettere in corsa l’ex sindacalista, e così la strada per il suo avversario Jair Bolsonaro, rappresentante dell’estrema destra, è spianata. In quella che sembra a molti una conferma del complotto, uno dei primi atti del neo presidente è nominare proprio Moro a capo di un superministero, unendo i portafogli di Giustizia e Sicurezza Pubblica apposta per lui.

La questione si riapre in modo esplosivo quando il 9 giugno scorso il sito di giornalismo investigativo The Intercept Brasil pubblica il primo di una serie di reportage basati su un immenso archivio di conversazioni private via Telegram tra l’ex giudice Sergio Moro e gli inquirenti della Lava Jato.

Le rivelazioni di una fonte il cui anonimato è com’è ovvio gelosamente custodito da Intercept fanno emergere il lato oscuro dell’inchiesta: il giudice non era imparziale ed equidistante tra accusa e difesa, ma dirigeva le operazioni del pool degli inquirenti, indicava loro tempi e modi delle operazioni, la strategia mediatica, ordinava di risparmiare politici di primo piano avversari del partito di Lula come l’ex presidente Fernando Henrique Cardoso, del PSDB, “per non offendere personalità il cui appoggio è importante”, apparendo dunque il vero dominus dell’inchiesta, godendo di un grado di obbedienza e sottomissione che impressiona chi legge i dialoghi. In un passo particolarmente rivelatore del clima in cui si è svolto il giudizio commenta in modo sprezzante la difesa dell’ex presidente, invitando l’accusa a ridicolizzarla sui media. La tesi dei sostenitori di Lula, “la Lava Jato è solo il braccio giudiziario di un golpe finalizzato a toglierci di mezzo”, di cui finora si intravedevano solo indizi, per quanto numerosi e concordanti, acquista improvvisamente peso e consistenza.

Stratega dello scoop è la più improbabile delle figure, lo statunitense Glenn Greenwald, fondatore di Intercept e campione del giornalismo di inchiesta di fama mondiale (i suoi reportage per il Guardian sul caso Snowden gli valsero il Premio Pulitzer nel 2014, un documentario tratto dagli stessi vinse l’Oscar), militante LGBT, da anni residente a Rio de Janeiro e naturalizzato brasiliano a seguito del suo matrimonio con David Miranda (insieme i due hanno adottato due bambini). Anche il marito è una figura particolare, già consigliere comunale proprio a Rio per il PSOL (Partido Socialismo e Liberdade), dunque compagno di lotte di Marielle Franco, l’attivista dei diritti umani assassinata a marzo 2018 da (si è appreso poi) miliziani sinistramente vicini al clan Bolsonaro, il cui figlio impiegava nel suo gabinetto di deputato alcuni dei sospetti dell’omicidio. Miranda – ad intricare ancor di più la vicenda – era il primo dei non eletti alla Camera nelle elezioni di ottobre scorso, ma è subentrato a febbraio al compagno di partito Jean Wyllys, anch’egli esponente di punta del movimento LGBT, protagonista nella scorsa legislatura di durissimi scontri proprio con Bolsonaro, che con una mossa a sorpresa due soli mesi dopo la rielezione ha annunciato la rinuncia al mandato e il trasferimento all’estero: “sono costantemente minacciato di morte, la vita è una sola e non vale la pena correre questi rischi, continuo la mia militanza con altri mezzi”, ha dichiarato nell’occasione con un riferimento neanche troppo velato alla torbida storia che stava emergendo proprio allora circa i legami tra l’omicidio di Marielle e il clan del suo arcinemico, ora presidente del Brasile.

Il sito The Intercept Brasil non si è limitato a pubblicare l’archivio, ma ha costruito una vera e propria strategia mediatica, che si è finora rivelata micidiale per la credibilità di personaggi che per la destra brasiliana, e non solo, avevano acquisito lo status di semidei, quali appunto l’ex giudice Moro e il capo del pool della Lava Jato, Deltan Dallagnol: la divulgazione avviene a scaglioni, ciascuna rivelazione smentisce le confuse tesi difensive abbozzate dai protagonisti, sempre più in difficoltà. Inoltre The Intercept, con una mossa geniale quanto controintuitiva per un giornale, ha scelto di condividere la sua esclusiva con una serie di giornalisti e testate di grande credibilità e soprattutto di orientamento politico completamente diverso dal suo: prima è stata la volta del giornalista Reinaldo Azevedo, firma conservatrice della Folha di San Paolo (maggior quotidiano del paese), saggista e conduttore per Radio Band, poi della intera redazione della Folha, a lungo (come del resto tutti i principali media brasiliani) nettamente schierata con la Lava Jato.

Non si può più dire che la Vaza Jato (come con un gioco di parole – “vazamento” è la fuga di notizie – è stato ribattezzato il Watergate brasiliano) sia un’operazione politica al servizio del PT di Lula, per screditare le inchieste o riabilitare i “corrotti”, come Moro e i suoi sostenitori hanno tentato di fare nei primi giorni, quando a garanzia della genuinità delle conversazioni divulgate c’era solo la parola e la credibilità di Glenn Greenwald (che di per sé non era poca cosa) e del manipolo di suoi redattori, per lo più giovanissimi. Ora c’è lo squadrone della Folha, che come prima cosa ha testato gli indizi di autenticità dei dati in possesso di Intercept, trovando – tra le varie conferme – i messaggi che i suoi cronisti di giudiziaria hanno scambiato con gli inquirenti nel corso degli anni.

Di fronte allo tsunami che si è scatenato su di loro, gli “eroi” anti-corruzione hanno terribilmente vacillato, opponendo reazioni scomposte e contraddittorie, oscillando tra il negare la veridicità, il denunciare l’azione “criminale” di un supposto hacker (così di fatto confermando la genuinità dei dialoghi), lo strillare al complotto politico (vista la militanza di Greenwald e del marito), e l’accusare i siti di “sensazionalismo”, a fronte di conversazioni che a loro dire non rivelavano alcuna irregolarità. Una marea di contraddizioni, che hanno evidenziato al Brasile il panico in cui si dibattono Moro e Dallagnol, il primo tra l’altro protagonista di una pessima performance al Senato il 19 giugno, dove – presentatosi spontaneamente nel tentativo di spegnere l’incendio prima che divenisse inarrestabile – tra tanti “non ricordo” e “non vedo nulla di strano nei dialoghi, se anche fossero genuini” ha strenuamente negato di aver dato direttive al pool, per poi essere direttamente smentito il giorno dopo da un’altra onda di rivelazioni: su sua richiesta Dallagnol escluse dal processo Lula Laura Tessler, una PM che a detta del giudice era inadeguata.

Dal suo account Twitter Greenwald, per nulla intimidito dalle minacce di morte che da giorni investono lui, il marito e i figli, sembra perfettamente a suo agio nel giocare al gatto con il topo: dopo ogni onda di rivelazioni, con apparizioni, interviste e post indirizza – insieme al suo staff, dove brilla il caporedattore Leandro Demori – la discussione pubblica, “provocando” le reazioni dei suoi malcapitati bersagli che puntualmente smentisce con la successiva leva di dati. “L’archivio che abbiamo è immenso, anche per questo ci siamo rivolti a grandi giornali come la Folha, altri alleati arriveranno”, continua a dire. L’impressione è che la storia recente del Brasile, che aveva preso una sterzata conservatrice così brusca, portando al potere la peggiore destra “bianca”, imbevuta di un nazionalismo omofobo e razzista, stia venendo riscritta sotto i nostri occhi da uno straniero, gay e “comunista”.

I prossimi capitoli promettono rivelazioni altrettanto esplosive, come ad esempio la verità sulla morte di Teori Zavacki, unico giudice della Corte Suprema ad essersi opposto agli abusi della Lava Jato, quando l’inchiesta, forte di un sostegno popolare mai visto prima, perseguiva gli indagati senza badare troppo a garanzie e norme di procedura, perito in un misterioso incidente aereo nel gennaio 2017. Lula, nonostante tutto ciò, continua a restare in carcere, l'udienza del Supremo Tribunal Federal di ieri martedì 25 giugno che doveva decidere sulla sua scarcerazione (richiesta anche, ma non solo, sulla base delle rivelazioni dell'Intercept) si è conclusa con un pilatesco rinvio. Ma chi vivrà vedrà, perché come dice Greenwald “ainda estamos no começo”, siamo solo all’inizio.

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