Elisabetta Favale
E(li's)books
28 Giugno Giu 2019 1518 28 giugno 2019

Leggermente fuori fuoco. Robert Capa, la fotografia e il ricordo di Camilleri

Leggermente Fuori Fuoco Capa

La fotografia mi ha sempre affascinato, da appassionata ho voluto cimentarmi e mettermi alla prova comprando una reflex e intraprendendo i miei primi esperimenti.

Di Roberta Capa ho letto tanto, visto mostre, tutte quelle che ho potuto (anche all'estero), da fotografa principiante non posso non consigliare un libro che rappresenta un "classico" Leggermente fuori fuoco, vi condivido anche la prefazione di Andrea Camilleri che incontrò Capa.

Il libro

Nel 1942, un giovane fotografo con una particolare inclinazione per il poker, il wiskey e le belle donne, si imbarca su una nave mercantile con destinazione Inghilterra. Il suo nome era Robert Capa, il più famoso fotografo di guerra di tutti i tempi, a cui la rivista Collier's aveva assegnato l'incarico di testimoniare le atrocità della Seconda Guerra Mondiale. E' il diario personale in cui Capa raccoglie le esperienze e gli incontri che lo hanno affascinato, divertito, terrorizzato durante il suo peregrinare attraverso i campi di battaglia in Normandia , in Italia ed in Nord Africa. Incontri, amicizie, storie di amore e di morte raccontate, con stile appassionato ed ironico, da un fotografo amante della bella vita e sprezzante della morte. Il libro propone anche alcune foto scattate da Capa durante la Seconda Guerra Mondiale, comprese alcune delle famose foto scattate durante lo Sbarco in Normandia dalle quali il volume prende il titolo ( leggermente fuori fuoco era la nota scritta dietro alle foto "rovinate"durante il famoso incidente in camera oscura).

La Prefazione

Un soldato con la macchina fotografica

Appena la prima jeep americana arrivò, nel luglio del '43, a Serradifalco dove la mia famiglia si trovava sfollata, agguantai una bicicletta e mi diressi verso il mio paese, Porto Empedocle, per avere notizie di mio padre che era rimasto lì durante lo sbarco alleato. Fu un viaggio allucinante, colonne americane fatte di carri armati giganteschi, camion stracolmi di soldati, cannoni, viveri, munizioni, jeep lanciate a velocità folle andavano verso il fronte, in senso inverso al mio e spesso mi trovai dentro un fosso o su un prato.
Traversai paesaggi di morte. Uno ne ricordo in particolare, un uliveto dove era avvenuto uno scontro tra carri armati italiani e carri armati americani. Tutto appariva bruciato, di un colore nero-marrone scuro; dentro i nostri carri, vere scatole di sardine sventrate, c'erano ancora i corpi dei nostri soldati. Arrivato in paese, seppi che mio padre era salvo, si trovava sul porto. Non ebbi la forza di andare da lui, mi diressi verso casa, avevo l'assoluta necessità di lavarmi, di distendermi su un letto. Ma dal portone di casa si partiva e procedeva lungo le scale un'ordinata fila di soldati americani ognuno munito di sapone e asciugamano: avevano scoperto che il mio appartamento era uno dei pochi muniti di vasca da bagno e doccia e lo stavano adoperando. Spiegai chi ero (quasi tutti erano figli di siciliani emigrati negli Usa e parlavano il dialetto) e mi cedettero immediatamente il primo posto nella fila.
In casa non c'era un mobile, uno specchio, una sedia, un libro, niente, mio padre mi spiegò dopo che approfittando dei bombardamenti che avevano preceduto lo sbarco gli sciacalli si erano portati via tutto.
Per dormire, si era procurato una branda militare e ne trovò un'altra per me. Su quella branda ho fatto, per la stanchezza e le emozioni, uno dei sonni più profondi della mia vita. All'indomani, e non so ancora spiegare il perché, appena aperti gli occhi, mi vennero a mente i templi di Agrigento. Ero sicuro che i bombardamenti li avevano danneggiati. Volevo vederli, controllare di persona. Inforcai la bicicletta e cominciai a pedalare. Non so come riuscii a fare la salita della Catena, tutta la stanchezza del giorno prima era di colpo tornata. Dall'alto, il porto era una babilonia di navi e di anfibi, navi si vedevano in attesa a perdita d'occhio. Inoltre c'erano, sospesi in aria, decine e decine di enormi palloni che avrebbero dovuto impedire un attacco aereo ravvicinato. Ormai pedalavo sbandando. Un negro su una jeep ebbe pietà di me e mi caricò con tutta la bici, lasciandomi proprio ai piedi del tempio della Concordia.
Nella luce abbagliante di quella mattina di luglio, il tempio m'apparve intatto. Nello spiazzo antistante c'era un soldato americano che stava fotografando il tempio. O almeno tentava. Perché inquadrava, scuoteva la testa, si spostava di qualche passo a sinistra, scuoteva nuovamente la testa, si spostava a destra. A un tratto si mise a correre, si fermò, cercò un'altra angolazione. Neppure questa volta si mostrò contento. Io lo guardavo meravigliato. Il tempio quello era, bastava fotografarlo e via. Che cercava? Doveva essere un siciliano, lo si capiva dai tratti, forse voleva portare un ricordo ai suoi familiari in America. In quel momento, fummo assordati da un rumore di aerei e di spari. In cielo, ma a bassissima quota, si stava svolgendo un duello tra un aereo tedesco e uno americano. Mi gettai a terra. Anche il soldato si gettò a terra, ma, al contrario di me, a pancia all'aria. Scattava fotografie una appresso all'altra senza la minima indecisione, la macchina tra le sue mani era un'arma, una mitragliatrice. Poi i due aerei scomparvero. Ci rialzammo, gli dissi qualcosa in dialetto. Non capì. Io non parlo inglese, ma qualche parola la capisco. Mi spiegò che era un fotografo di guerra. Mi scrisse su un pezzetto di carta il suo nome: Robert Capa. Per me, allora, un perfetto sconosciuto. Ci salutammo. Ripresi la bicicletta, tanto la strada ora era tutta in discesa.
Adesso, se mi capita di guardare una delle foto «siciliane» di Capa, di quei giorni risento persino gli odori, ricordo i suoni, le parole, i rumori. Perché Capa, come tutti i grandi artisti, non solo rappresentava il presente, ma sapeva, contestualmente, consegnarcene una memoria eternamente viva e pulsante.

Andrea Camilleri - Prefazione a Leggermente fuori fuoco

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