Francesco Carini
Homo sum
18 Luglio Lug 2019 1205 18 luglio 2019

Il paese delle “Iene” e dei “Gattopardi” non merita Paolo Borsellino

Paolo Borsellino

di Francesco Carini - Homo Sum

- Chevalley: […] E anche se lei non ci crede, questo stato di cose non durerà, la nostra efficiente e agile amministrazione cambierà ogni cosa.

- Don Fabrizio, principe di Salina: Non dovrebbe poter durare, ma durerà sempre… Il sempre umano certo, uno o due secoli, e dopo forse tutto sarà diverso, ma sarà peggiore.
Tratto da Il Gattopardo, di Luchino Visconti, 1963

In uno degli anniversari più tristi in assoluto della storia italiana, oltre alle terribili immagini di repertorio della Strage di via d’Amelio e al dolore per le affermazioni del giudice Borsellino ascoltate attraverso la documentazione desecretata della Commissione Antimafia, mi viene in mente una parte del celebre dialogo fra Don Fabrizio e il piemontese Chevallay nel film Il Gattopardo, tratto dallo splendido omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il contesto storico in cui è stata ambientata questa scena era immediatamente successivo all’Unità d’Italia e le parole del nobile siciliano rivolte al funzionario piemontese pesano come macigni, oltre a sembrare per alcuni versi profetiche. Subito dopo il sopracitato scambio di battute, il personaggio interpretato da Burt Lancaster dirà:

[…] Noi fummo i gattopardi, i leoni… Chi ci sostituirà saranno gli sciacalli, le iene. E tutti quanti, gattopardi, leoni, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra.

Il principe, nominando le iene, si riferiva agli individui che sfruttarono gli eventi storici come lo Sbarco dei Mille e la stanchezza del popolo siciliano per il passato regime alfine di ottenere una scalata sociale non volta a cambiare lo stato delle cose, bensì a prendere il posto del ceto aristocratico che ha fondato anche sulla disuguaglianza il proprio secolare potere. Nel Il Gattopardo, l'alta borghesia agraria che sfrutta con astuzia il passaggio dai Borbone ai Savoia è rappresentata da Calogero Sedara (interpretato magnificamente da Paolo Stoppa), che, secondo don Fabrizio di Salina: […] più di quello che voi chiamate prestigio, ha il potere. […] In quanto a illusioni non credo ne abbia più di me, ma se occorre è abbastanza furbo per crearsele.

Dall’altro lato, l’aristocrazia isolana si dovrà piegare al nuovo che avanza, sia per questioni economiche, data la disparità a favore dei “rivali”, che per convenienza, alfine di non restare spazzata dagli eventi. Come dirà Tancredi (Alain Delon): "Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi".
E propio il fatalismo che pervade l’azione e il pensiero del protagonista, si traduce magnificamente nella confessione che il principe farà a Padre Pirrone (Romolo Valli):

"Ho fatto importanti scoperte politiche. Sapete che succede nel nostro paese? Niente succede, niente. Solo un’inavvertibile sostituzione di ceti […]. Capite padre, il nostro è il paese degli accomodamenti […]".

Bisogna partire proprio da questo punto. Spostandoci in un altro ambito e senza alcun sentimento nostalgico (sarebbe grottesco), forse è l’accomodamento ciò che fa più paura nella lotta alla criminalità organizzata da parte della politica, che, escludendo alcune circostanze, non ha fatto abbastanza, ma ha permesso alla mafia nel tempo di cambiare pelle, interessi, settori di investimento, non distruggendola mai [...]

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