Francescomaria Tuccillo
Ponte sull'Africa
23 Luglio Lug 2019 1044 23 luglio 2019

Indietro non si torna - 28 ordini di arresto a Nairobi tra cui il ministro del Tesoro keniota e tre italiani

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Noordin Haji

Ieri mattina, 22 luglio, il Director of Public Prosecutions della Repubblica del Kenya ha emesso ventotto mandati di cattura. Il primo nome della lista è quello di Henry Kiplagat Rotich, ministro del Tesoro nel Governo di Nairobi. Alle posizioni otto, nove e dieci dell’elenco si trovano tre italiani: Paolo Porcelli, nominato un anno fa direttore generale della cooperativa edile CMC di Ravenna, e due altre persone di cui non è indicato il nome ma solo l’appartenenza societaria, cioè la joint venture costituita da CMC con Itinera (gruppo Gavio) per realizzare tre dighe nel Paese africano. I capi d’accusa sono otto, sintetizzabili in poche parole: frode, abuso d’ufficio e corruzione internazionale. In breve il costo delle tre dighe era stato inizialmente fissato in 400 milioni di euro, lievitati poi a 546, con la precisazione che tale differenza era da pagarsi in modo tempestivo, a prescindere dalla realizzazione dei lavori. L’ipotesi investigativa, corroborata da molte prove, è che si tratti di una lauta tangente, da spartirsi tra i destinatari dei mandati d’arresto.

Questi i fatti. Quel ci preme evidenziare sono due postille. La prima è che la grande stampa internazionale – dal Washington Post alla BBC, dal Der Spiegel al Nouvel Observateur – hanno ripreso la notizia a tambur battente, misurandone tutta l’importanza. In Italia, a parte qualche lodevole eccezione on line, c’è stato silenzio tutto il giorno, nonostante il nostro Paese sia direttamente coinvolto nella vicenda. La seconda è che la decisione del procuratore Haji dà la misura di come stiano cambiando le Nazioni africane più evolute.

Perché la notizia è importante? Perché si tratta della prima volta in Kenya che un ministro nel pieno esercizio delle sue funzioni viene posto in custodia cautelare in attesa di comparire davanti a una Corte di giustizia (e, per inciso, costretto alle dimissioni seduta stante). Ma non solo: si tratta del primo esempio di quella collaborazione internazionale che Noordin Haji ha voluto fortemente stabilire fin dal suo insediamento, nel marzo 2018. Consapevole che il crimine è internazionale da decenni e le legislazioni invece divergono ancora da Paese a Paese, Haji ha iniziato il suo lavoro incontrando le autorità giudiziarie estere per sollecitarne l’aperta e piena cooperazione. Lo ha affermato lui stesso nell’annunciare i mandati di arresto in una conferenza stampa tenutasi a Nairobi ieri mattina: «In ragione della natura globale del crimine, abbiamo realizzato in fretta che non avremmo potuto combattere la corruzione da soli. Per questo il mio ufficio ha dato priorità a una serie di richieste di collaborazione internazionale rivolte in particolare all’Italia e al Regno Unito, affinché ci affiancassero nelle nostre ricerche». E ha aggiunto che il processo investigativo internazionale sta facendo emergere altri capi d’accusa, «ancora più seri».

Henry K. Rotich
Ministro del Tesoro del governo del Kenya

Quanto ai cambiamenti in corso in Africa, il primo è proprio un approccio nuovo alla maniera di condurre gli affari, ben lontano dallo stereotipo neocolonialista di coloro che pensavano (o purtroppo pensano tuttora) che il solo modo di vincere le gare in quella parte del mondo sia… pagare mazzette. Chi scrive ha lavorato dieci anni nella regione subsahariana del «continente nero» e può assicurare per esperienza diretta che non è così. La corruzione, anzi, è solo un’illusione di breve termine che alla lunga rappresenta un danno reputazionale incalcolabile e un costo economico per tutti, a cominciare da chi la pratica.

La Banca Mondiale lo conferma, ricordando come operare in maniera legale in un ambiente eticamente sano faccia guadagnare alle imprese il 25% in più di quanto accada in una società malata che tollera metodi corrotti.

E lo ha detto anche Noordin Haji con parole ferme nella sua conferenza stampa. Vale la pena di citarlo di nuovo: «La corruzione è un flagrante abuso di potere. Abbiamo sperimentato tutti in Kenya come possa farci a pezzi perché minaccia la stessa struttura istituzionale del Paese, distrugge la credibilità di chi lo governa, tradisce la fiducia dei cittadini, il loro senso civico e la loro speranza. Nessuno, anche se è un potente, deve considerarsi più al di sopra della legge».

Di Haji abbiamo già parlato in questo blog in occasione della sua visita a Roma di pochi giorni fa. Lo conosciamo abbastanza per sapere che crede in quello che dice e, soprattutto, lo fa. È certo inoltre che la lotta contro la corruzione è un’assoluta priorità del presidente Kenyatta, accusato nel suo primo mandato di essere troppo irresoluto verso corrotti e corruttori. La nomina di Haji ha segnato un deciso cambio di passo.

Interessante notare che, nel commentare l’annuncio di ieri, l’agenzia Bloomberg ha sottolineato come esso potrà incrementare la fiducia dei mercati finanziari e i loro investimenti poiché la corruzione, insieme con la carenza di infrastrutture, è sempre stata considerata uno dei punti più critici dell’economia keniota. Gli sforzi compiuti fin qui stanno comunque già portando i loro frutti. Oggi il Kenya ha una crescita del Prodotto Interno Lordo del 5,7%, che le previsioni valutano al 5,9% nel 2020. Ricordiamo che in Italia la stima per l’anno in corso è crescita zero. E aggiungiamo un altro parametro significativo: mentre in Kenya nel 2018 il debito pubblico rappresentava circa il 57% del PIL, in Italia era quasi del 135%.

In sostanza Uhuru Kenyatta e Noordin Haji combattono la corruzione accanitamente, come fanno altri Paesi africani, non tanto perché sono idealisti quanto perché sono lungimiranti. E noi? Noi che non commentiamo le notizie che vengono dal Kenya e toccano da vicino le nostre aziende nell’illusione forse che il silenzio sia una soluzione?

Noi viviamo in un Paese in cui l’indice di corruzione percepita resta il più alto d’Europa, in cui le eco-mafie fatturano 16,6 miliardi di euro l’anno (dati 2018 di Legambiente) e la ‘ndrangheta ha un giro d’affari di 55 miliardi l’anno. In sostanza è la quarta azienda italiana dopo Generali, Enel ed Eni. E ben prima di Poste, di tutte le grandi banche, di Coop, Benetton e Leonardo. E come arrivano, le criminalità organizzate di vario genere, a risultati economici tanto prestigiosi quanto destinati a pochi? Non più uccidendo, come facevano negli anni ’90, ma corrompendo: comperando appalti, consulenze, quote azionarie, rifiuti, quartieri, persone, omertà. E denaro pubblico, cioè nostro.

Il Kenya lo ha compreso. Dovremmo farlo anche noi. Pino Daniele cantava: «Da qui si sente l’Africa mentre il mare abbraccia la città. E in questo mare naviga la speranza di un mondo che verrà. Ma non si torna indietro, non si torna indietro mai».

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