Elisabetta Favale
E(li's)books
24 Luglio Lug 2019 1556 24 luglio 2019

Le Traduzioni pericolose di Vladimir Nabokov. Recensione

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Parlare di Traduzioni pericolose di Vladimir Nabokov (Scritti 1941-1969 a cura di Chiara Montini, Mucchi editore) non è impresa facile

Il libro

Che cosa è la traduzione? La testa pallida e fiammante di un poeta su un vassoio? Lo stridio di un pappagallo? Autore e traduttore poliglotta, Vladimir Nabokov era convinto che Lolita e il suo Eugene Onegin gli avrebbero garantito un posto nel Parnaso. Il capolavoro di Puskin in inglese, con i suoi quattro volumi di note, suscitò aspre polemiche, divise gli intellettuali dell’epoca e costò a Nabokov la perdita del

grande amico Edmund Wilson. Riuniti per la prima volta in volume, questi scritti sul tradurre – alcuni dei quali ancora inediti in lingua italiana – propongono la visione estrema, intransigente e iconoclastica di uno dei più grandi e controversi autori del Novecento.”

La mia lettura

Un volume che sfiora le 200 pagine con la bella introduzione di Chiara Montini e l’ironica appendice in cui l’editore ci regala un testo di Edmund Wilson uscito sul New York Review of Books, il 15 luglio del 1965 e in cui l’autore amico/nemico di Nabokov critica proprio il lavoro di traduzione dello scrittore russo.

Sappiamo che Nabokov era trilingue “ a sette anni, scriveva meglio in inglese che in russo, la madrelingua, e già parlava il francese correntemente”, leggere Traduzioni pericolose fa comprendere precisamente cosa significasse tradurre per Nabokov:

Chi desideri tradurre in un’altra lingua un capolavoro letterario, ha un unico dovere da rispettare:

riprodurre con assoluta esattezza l’intero testo, e nient’altro che il testo. Il termine «traduzione letterale » è tautologico dal momento che qualsiasi altra cosa non è una vera traduzione ma un’imitazione,

un adattamento o una parodia.”

Era il 1922 quando un editore russo a Berlino commissionò a Nabokov la traduzione di Alice in Wonderland, lo scrittore riuscì a tradurlo dandone una versione “adattata” alla cultura russa, tanto che Anja v strane chudes 3 ancora oggi rimane una delle migliori traduzioni in russo dell’opera di Carroll.

Nel 1940, arrivato in America perché la moglie Vera era ebrea, si dedicò all’insegnamento della letteratura all’università, insoddisfatto delle traduzioni che circolavano all’epoca, decise di tradurre in inglese Il cappotto di Gogol e Festino in tempo di peste di Puškin e nel 1944 pubblicò l’antologia “Three Russian Poets”.

Ma parlare di Nabokov traduttore significa soprattutto parlare di Eugenij Onegin di Puškin , per lui impresa ciclopica che gli costò impegno e dedizione tanto da essere convinto che sarebbe stato ricordato per questo lavoro oltre che per Lolita.

Non fu così evidentemente, il suo EO oggi è “pane” per specialisti quindi per un pubblico di nicchia in grado di apprezzarne il valore.

Eugenij Onegin è un romanzo in versi di Puškin, scritto tra il 1823 e il 1831, uscì nel 1833 a San Pietroburgo. Onegin è composto da otto capitoli e 5551 versi (tutti o quasi) in trimetro trocaico, cioè tetrametri giambici in rima. A ciò si aggiungano due epistole in rima sciolta, 366 strofe di 14 versi ciascuna, secondo il modello fisso: ababeecciddiff ( in cui le vocali ci indicano le rime femminili, le consonanti quelle maschili).

E’ costato a Nabokov 5/6 anni di lavoro: “Nella mia traduzione ho sacrificato all’accuratezza totale e alla compiutezza del significato qualsiasi elemento formale eccetto il ritmo giambico, giacché mantenerlo ha agevolato la fedeltà invece di comprometterla.”

Ma cos’era per Nabokov l’arte e dunque la scrittura?

Di sicuro qualcosa di irrazionale, lo scrittore riesce a ridare vita alle parole, anche a quelle desuete, le fa rivivere ma cosa fa invece il traduttore? Se secondo Nabokov non deve mai aggiungere nulla di personale ma limitarsi a “riprodurre” l’immaginario narrato allora vien da farsi una domanda come Wilson (Lo strano caso, p. 167) come mai una personalità così esuberante come Nabokov ha speso tante energie per “l’ancillare attività di traduzione”? Ricordiamoci che fu proprio lui ad affermare, parlando di Dostoevskij “uno scrittore di terza categoria la cui fama è incomprensibile” !

Eppure …

Vediamo che cosa succede, in generale, a un buon traduttore in azione. L’ho descritto in versi miei e vi chiedo di averne pietà.

Pietà per il grigio, anziano traduttore

Che presta a beltà la voce vana

E – scegliendo talora mediocre cantore –

dell’altro la poesia scelta mima.

Al sacro senso per amor del metro

Raramente tradisce da traditore

e pietà per lui, che vacilla con Pietro

e attende della terza rima il canto.

Non la testa del verso procura l’abbaglio

e neppure la spina dorsale:

lo preoccupa invero il maledetto sonaglio

che gli tocca trovare per il verso finale.

Per natura solette alcune parole

Altre hanno harem di rime. Nessuna rima per

Elephant in inglese,

ma in russo ne hai mille, è palese. […]

Un autore come Vladimir Nabokov non credo abbia mai fatto nulla per caso dunque, leggendo Traduzioni pericolose mi sono fatta l’idea che volesse certamente realizzare una sorta di “rivoluzione” e lasciare il segno anche nell’ambito dell’attività di traduttore.

Mi è rimasta particolarmente impressa, durante la lettura, la metafora che vede paragonata la traduzione ad un “movimento a V”: “La traduzione è viaggio […]il viaggio è verso l’alto in un’altra lingua, dalla radice condivisa, su per un gambo nuovo, a un nuovo capolino; e là ci schiudiamo, all’altezza dell’originale. È come un movimento a V: giù per uno stelo e su per un altro. Questa è vera traduzione.”

Il volume continua con la parte III dedicata a “A Hero of Our Time” del russo Lermontov, ho colto, nel tono di Nabokov una tale ironia che non ho potuto fare a meno di sorridere. Alla critica neppure troppo velata sullo stile del connazionale corrisponde l’esaltazione implicita del suo lavoro di traduttore:

Il suo russo è talvolta crudo quasi quanto il francese di Stendhal, le sue similitudini e metafore sono di

un’assoluta banalità, i suoi epiteti triti sono riscattati solo dall’uso scorretto che ne viene fatto di tanto

in tanto. La ripetizione di alcuni vocaboli nelle frasi descrittive irrita il purista. E tutto questo il traduttore

deve restituirlo fedelmente, per quanto possa essere tentato di compensare le mancanze ed eliminare

le ridondanze.”

Come dicevo all’inizio, Traduzioni pericolose si chiude con una appendice che ci propone un articolo di Edmund Wilson.

Wilson e Nabokov inasprirono all’estremo i loro rapporti.

Nabokov aveva un grosso debito di riconoscenza verso il critico americano, lo aveva aiutato molto quando arrivò in America senza risorsa alcuna…

Una curiosità: il sesso era il loro argomento di conversazione preferito, infatti sembra che fossero soliti scambiarsi libriccini pornografici…

Sulla versione di Nabokov di EO scrive:

E nel suo Evgenij Onegin vi è un dramma che non è il dramma di Onegin. È il dramma dello stesso Nabokov che tenta di coniugare la sua parte inglese con quella russa ma questi due aspetti, come nella Vera vita di Sebastian Knight, continuano a eludersi a vicenda. Quando tenta di inventare una prosodia in cui entrambe le lingue giocano in casa, la poesia inglese rifiuta di piegarsi; quando tenta di tradurre Onegin «alla lettera» la sua lingua non è sempre inglese autentico.”

Evidentemente qui l'amicizia tra i due era già agli sgoccioli ...

Una lettura impegnativa che presuppone l’amore per la letteratura e la conoscenza, che invita a porsi più di qualche domanda soprattutto se amiamo leggere autori stranieri, un piccolo volume che personalmente considero di pregio e che può impreziosire la nostra libreria.

Traduzioni pericolose è a cura di “Chiara Montini studiosa di letterature comparate e di critica genetica, è ricercatrice associata all’Institut des Textes et des Manuscrits Modernes (CNRS/ENS, Parigi).

Ha tenuto corsi e seminari presso le università di Paris VIII, Provence e Pisa.

Fra le sue pubblicazioni: La bataille du soliloque. Genèse de la poétique bilingue de Samuel

Beckett (2007), La lingua spaesata. Il multilinguismo oggi (a cura di, 2014), Traduire:

genèse du choix (a cura di, 2016).

Nel 2015 ha ritradotto per Einaudi Mercier e Camier di Samuel Beckett.

TRADUZIONI PERICOLOSE – VLADIMIR NABOKOV – MUCCHI EDITORE (A CURA DI CHIARA MONTINI)

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