Francescomaria Tuccillo
Ponte sull'Africa
3 Agosto Ago 2019 1004 03 agosto 2019

Visita del Sud Sudan alla Comunità di Sant’Egidio - La lezione di John Garang nel faticoso cammino dell’indipendenza

Donne Sudanesi Linkiesta
Donne sudanesi

«L’Africa è mistica e selvaggia, è un inferno soffocante e un paradiso, è il Walhalla del cacciatore e l’Utopia dell’avventuriero. È quello che vuoi tu e si presta a tutte le interpretazioni. È l’ultimo vestigio di un mondo morto o la culla di uno nuovo e lucente. Per me, come per molta gente, è semplicemente casa mia».

Queste parole sono scritte nella sua autobiografia (West with the Night, prima edizione 1942; ripubblicato da North Point Press, New York 1983) da Beryl Markham, scrittrice, aviatrice e allevatrice di cavalli, nata nel 1902 in Gran Bretagna e morta nel 1986 in Kenya dopo avervi passato tutta la vita, dai quattro agli ottantaquattro anni.

Anche in ragione di una narrazione politica strumentale e strumentalizzante, noi oggi siamo invece abituati a un giudizio omogeneo e statico sull’Africa, che conosciamo poco e cui guardiamo in generale come a una terra pericolosa e lontana, di flussi migratori inarrestabili, guerre intestine senza fine o soggiorni esotici per turisti fortunati. In realtà il grande continente da cui ci separa solo un braccio di Mediterraneo è molto più vicino e molto più complesso di quanto pensiamo: dista dalla Sicilia poco più di cento chilometri e comprende un’immensa varietà di culture, di ambienti naturali, di modelli sociali, di risorse e di prospettive di sviluppo.

All’Africa dobbiamo molto del nostro passato, a cominciare dalle sue radici originarie: è nella Rift Valley che traversa l’Etiopia, il Kenya, la Tanzania, l’Uganda e lo Zaire che sono stati ritrovati i primi resti di esseri umani e si è sviluppata la nostra specie. Ma, soprattutto, con l’Africa abbiamo un appuntamento nel prossimo futuro, perché molte delle evoluzioni sociali, economiche e politiche che avverranno in Europa dipenderanno in misura crescente dalle relazioni che riusciremo a stabilire con quello che i colonialisti di casa nostra chiamavano il «continente nero».

Capire l’Africa oltre lo stereotipo dovrebbe dunque essere un dovere per alcuni (coloro che ci governano) e un interesse di tutti. Una chiave di lettura immediata della sua lunga, ricchissima e spesso drammatica storia è la biografia di alcune figure simboliche, che l’hanno marcata negli ultimi decenni e rappresentano una lezione, a volte controversa ma sempre intensa, per il presente e per l’avvenire. Una di queste personalità di spicco è indubbiamente quella di John Garang de Mabior. Il suo nome non dice molto in Europa, ma è mitico nell’Africa subsahariana: a Garang si deve infatti, per citare una definizione che gli era cara, la nascita del cosiddetto «nuovo Sudan».

Nato nel 1945 da una famiglia molto povera in un villaggio lungo il corso del Nilo, Garang rimase orfano di entrambi i genitori a dieci anni e studiò con l’aiuto di un parente, che gli pagò la retta scolastica. Dopo aver frequentato la scuola primaria nella regione dove era nato, seguì gli studi secondari in Tanzania (dato che il Sudan era in quegli anni dilaniato da una feroce guerra civile) e poi, grazie a una borsa di studio, poté laurearsi in economia negli Stati Uniti, presso l’Università dello Iowa. Poiché era molto brillante, dopo la laurea gli venne offerta un’altra borsa di studio dall’Università della California a Berkeley, ma lui preferì tornare in Africa, dove prese una seconda laurea in economia agraria presso l’Università di Dar Es Salaam. La sua passione politica era crescente, così come il suo desiderio di contribuire fattivamente al riscatto del suo Paese.

Alla fine degli studi, fu arruolato dall’esercito sudanese e vi rimase undici anni, diventando colonnello e tornando in questa veste negli Stati Uniti per seguire un corso militare avanzato in Georgia. Ne approfittò per continuare a studiare e conseguire anche un PhD in economia agraria presso la sua alma mater, nello Iowa. Rientrato in Africa con due lauree e un dottorato, invece di scegliere la brillante carriera istituzionale che questi titoli gli avrebbero consentito di percorrere, divenne… un ribelle. Lo studioso di geopolitica, documentarista ed esperto di storia sudanese Peter Moszynski scrive a giusto titolo: «è un plurilaureato con una cultura internazionale che ha passato tutti gli anni della giovinezza e della maturità nel bush», così come si chiamano abitualmente in Africa le aree più selvagge, coperte di cespugli e boscaglia.

John Garang

Perché? Perché un uomo con la cultura e la tempra di Garang, dimostrata dalla sua indefettibile voglia di imparare e dai risultati che ha raggiunto, decise, a poco più di trent’anni, di nascondersi tra gli arbusti, dormire per terra e rischiare la vita?

La risposta risiede nella natura stessa del suo Paese, tradita da chi lo ha governato: il Sudan è una terra di grande eterogeneità. Sono oltre 600 i suoi gruppi etnici, che comprendono arabi, nilotici, camitici e sudanesi. Ognuno ha la sua lingua, anche se quelle riconosciute come ufficiali sono solo l’arabo e l’inglese. E, mentre nel settentrione prevale la religione musulmana, nel sud si praticano culti cristiani e animisti. A dispetto di questa varietà connaturata, dal 1955, anno dell’indipendenza dal Regno Unito, in poi la politica è sempre stata dominata da regimi militari a orientamento islamico.

Garang era allergico a questa prevaricazione di un gruppo etnico-religioso sugli altri, culminata nel conflitto del Darfur, il più feroce e il più celebre nel mondo occidentale anche grazie a iniziative di sostegno umanitario come la celebre canzone Living Darfur, prodotta da Mick Jagger e registrata per raccogliere fondi a favore delle tribù perseguitate della regione. In quest’area periferica del Paese, poverissima e discriminata, i miliziani arabi detti Janjawid o «demoni a cavallo» – da sempre mano armata del regime dominante – hanno infatti sterminato centinaia di migliaia di persone di altre etnie, con l’appoggio, non ufficiale ma certo, del Governo filo-islamico di Khartoum.

Fin dagli anni ’80, John Garang valutò lucidamente le conseguenze nefaste di questa feroce dittatura degli jellaba (gli arabi africani) sul Paese, sulle sue prospettive socio-economiche e sulla libertà individuale di tutti. Coniò così un nuovo termine – «Sudanism» – che divenne la parola d’ordine di una filosofia politica laica e multietnica. E dichiarò: «Combattiamo per un Sudan nuovo e democratico, ove fioriscano per tutti la giustizia, la libertà e la dignità. Combattiamo per un Sudan dove venga risolto il problema di uno sviluppo diseguale e dove tutte le aree, specialmente le più povere, possano fruire delle stesse opportunità socio-economiche. Combattiamo per un Sudan libero dal razzismo. Combattiamo per un Sudan dove non ci sia nessun monopolio del potere da parte di qualunque gruppo etnico o religioso».

Alto, massiccio, nero come il carbone – com’è tipico della sua tribù, i Dinka – John Garang fu un uomo fisicamente e intellettualmente impressionante. Associava un indubbio carisma capace di toccare il cuore delle persone a una grande e fredda raffinatezza strategica. Per citare di nuovo Peter Moszynski, «Garang sa adattarsi al cambiamento dei venti, ma sempre mantenendo chiari e saldi i suoi principi e i suoi obiettivi. E pratica con perizia una delle regole d’oro della longevità politica: tieni vicino a te i tuoi amici e ancora più vicino… i tuoi nemici. Inoltre il bush ha fatto di lui un esperto in sopravvivenza».

Il suo sapiente misto di empatia e intelligenza riuscì a trascinare le folle: furono oltre tremila i militari che lo seguirono nella sua battaglia, disertando l’esercito regolare, e ancora di più i civili. Alla fine, dopo vent’anni di lotta, il Governo islamico fu costretto, nel gennaio 2005, a venire a patti con i ribelli e firmò un trattato di pace. Il 9 luglio 2005 John Garang fu nominato vice presidente del Paese. Ma la sua permanenza in questo ruolo sarebbe stata brevissima: tre settimane. Il 30 luglio sarebbe morto infatti in un incidente di elicottero, le cui cause restano ancora misteriose. L’esecutivo di Khartoum parlò di maltempo. Altri di incidente doloso. I tecnici italiani che esaminarono il velivolo dopo lo schianto affermarono che la carlinga era crivellata di proiettili.

Purtroppo l’arte della sopravvivenza appresa nella boscaglia non è servita a Garang per beffare il destino. Capita spesso che chi vuole – e sa – cambiare le cose sia vittima di un sistema che, in Sudan come altrove, usa ogni mezzo per non rinunciare ai propri privilegi e al potere, palese o occulto, di coloro che lo gestiscono.

Le tracce del ribelle diventato statista restano comunque vive. Nel 2011, sei anni dopo la sua scomparsa, il Sudan meridionale ha votato a stragrande maggioranza, in un referendum popolare cui ha preso parte il 96% degli aventi diritto, la scissione dal nord. È nato così il Sud Sudan, lo Stato più giovane del mondo. Le sue difficoltà erano e restano molte, a partire dalla povertà e da una guerra civile tuttora alimentata dal Sudan del Nord e dai suoi seguaci. Tuttavia gli obiettivi della nuova Nazione sono quelli indicati da Garang: democrazia, multietnicità, tutela dei diritti umani e civili. E proseguono gli sforzi per una riconciliazione che consenta di perseguirli: pochi giorni fa, a fine luglio, una delegazione delle varie parti politiche e tribù del Paese era a Roma, ospite della Comunità di Sant’Egidio, per approfondire i termini della pacificazione e la conseguente formazione di un governo di unità nazionale.

Villaggio del Sud Sudan

In conclusione, John Garang ha avviato un percorso sfidante e difficile che paga il prezzo di una storia complessa, come accade in molte parti dell’Africa: «il nostro Paese – ha scritto lui stesso – è il prodotto incompleto di un lungo processo storico. Ha subito continue metamorfosi e trasformazioni, cambiando ogni volta identità e contenuto a seconda di chi deteneva il potere: le civiltà faraoniche, cristiane, islamiche e coloniali sono apparse e scomparse sul suolo della nostra grande terra, il Sudan. Non dimentichiamo che alla base di tutte le Nazioni dinamiche e fiorenti ci sono principi universali di libertà, giustizia e uguaglianza e la ricerca senza impedimenti della felicità».

Non dimentichiamolo nemmeno noi, oggi in Italia. E non dimentichiamo ugualmente che, come tutto l’Occidente, abbiamo un debito con l’Africa poiché siamo all’origine di molti dei suoi drammi e delle sue fatiche.

Conoscerla, e conoscere chi ne ha fatto la storia, è il primo modo di ripagare quel debito. E non il solo.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook