Francesco Fravolini
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8 Agosto Ago 2019 1005 08 agosto 2019

Il Coordinamento Giovani Giuristi Italiani chiede garanzie occupazionali

Tribunale

È stata nominata Gabriella Palmieri Sandulli, Avvocato Generale dello Stato. Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente Giuseppe Conte, conferisce l'incarico dopo una lunga fase di stallo mentre i giovani praticanti attendono ancora tutele da quattro anni. Il Coordinamento Giovani Giuristi Italiani contesta con determinazione la decisione del governo. «Questo comportamento – sostiene il Coordinamento - consente di riflettere sulla mancata attenzione rivolta dalla classe politica e dall’amministrazione pubblica verso la tutela dei giovani e della loro professionalità». Giovanni A. Cannetti, Presidente del Coordinamento Giovani Giuristi Italiani, associazione non riconosciuta, in via di registrazione presso l’Agenzia delle Entrate, spiega la situazione suggerendo alcune possibili azioni da intraprendere.

Quali azioni attendete da questo governo?

«Il Coordinamento Giovani Giuristi Italiani chiede all’attuale governo, alle forze politiche ed ai rappresentanti delle istituzioni pubbliche di intervenire con celerità per affrontare la disastrosa condizione occupazionale dei giovani laureati italiani e dei giovani giuristi in particolare. Sono le statistiche a parlare: a tre anni dal conseguimento del titolo accademico solo il 62,8% dei laureati italiani trova un lavoro (Eurostat, 2018). In Europa siamo penultimi, subito dopo c’è la Grecia. I laureati in giurisprudenza presentano il dato occupazionale peggiore in assoluto: anche a cinque anni dal conseguimento del titolo, è senza occupazione il 24% dei laureati (Almalaurea, 2019). La formazione del giurista italiano ha però pochi rivali in termini di durata complessiva, selettività e aleatorietà dell’esito occupazionale, anche dopo l’agognata abilitazione. I dati forniti da Cassa Forense dimostrano che il giovane avvocato, nel 44,5% dei casi, ha una prospettiva di guadagno che oscilla da zero a 10.300,00 euro annui. Malgrado ciò, la riforma dell’esame di stato, che entrerà in vigore dalla sessione 2020, sarà caratterizzata da un ulteriore, significativo inasprimento delle modalità di esame: non sarà più ammessa la consultazione dei codici commentati e aumenterà il numero delle materie obbligatorie da portare all’orale. All’esame di stato per l’abilitazione alla professione forense si attribuisce insomma il compito di sopperire non solo al numero chiuso nel corso di laurea, mai adottato a differenza di altri percorsi universitari (come quello per le professioni sanitarie), ma in generale all’assenza di veri percorsi professionalizzanti differenziati per gli studenti universitari, costretti invece ad uno studio del diritto spesso nozionistico e dogmatico, per poi riversarsi in massa, disorientati dall’assenza di prospettive nel mercato del lavoro rispetto alle competenze acquisite, verso un percorso abilitante non voluto e quasi sempre male remunerato. Avrebbe avuto certamente più senso, in quest’ottica, valutare seriamente una riforma dei corsi di laurea in giurisprudenza e l’introduzione di un numero programmato. L’altra risposta del legislatore alla cronica inflazione di avvocati è stata l’istituzione di corsi obbligatori (a pagamento) da svolgere durante la pratica per potere accedere all’esame di stato. È evidente che una simile soluzione mira ad introdurre, surrettiziamente, una inaccettabile barriera all’ingresso della professione, basata unicamente sulla capacità economica dei singoli e delle loro famiglie. È la morte del principio meritocratico nella libera professione. Dunque, urge una modifica dei percorsi di formazione ed accesso, senza tralasciare l’introduzione di forme di tutela specifiche per i praticanti, i tirocinanti del settore giustizia ed i neo abilitati».

Nello specifico quali sono le tutele disattese da anni?

«Le tutele disattese sono numerose, la mancanza di attenzione da parte della politica e della pubblica amministrazione nei confronti dei giuristi più giovani è di tutta evidenza; un caso eclatante riguarda i praticanti ed ex praticanti presso gli uffici dell'Avvocatura dello Stato, per i quali perdura dal 2015 l’inapplicazione di una legge che avrebbe consentito a loro di percepire per la durata della pratica forense una apposita borsa di studio dedicata, malgrado non vi fossero costi per le casse dello stato e della stessa avvocatura erariale. Su questo punto rinviamo a quanto riportato in un dossier più ampio, allegato alla nostra segnalazione alla Procura della Corte dei Conti. Non solo. Nel tempo abbiamo lavorato insieme ad altre associazioni, come il Comitato No Riforma Forense, per predisporre un disegno di legge che introducesse, ad esempio, forme di segnalazione anonima per i praticanti ai Consigli dell’ordine in merito a condotte vessatorie o abusive da parte degli avvocati, dei colleghi e del personale degli uffici giudiziari. L’altra priorità è a nostro avviso quella di garantire un inquadramento lavoristico-previdenziale e retributivo minimo per il praticante, magari ricalcando, con i dovuti distinguo e specificità, le forme dell’apprendistato di alta formazione e ricerca di cui all'art. 45 del D.lgs. 81/2015 (peraltro ancora in attesa di un D.P.C.M.), ed il coordinamento con politiche del lavoro che, partendo dai tirocini, permettano di mettere in contatto i tirocinanti del settore pubblico e privato con i centri per l'impiego, una volta riorganizzati ed efficientati a tal fine, per agevolare i percorsi occupazionali. Per quanto paradossale possa sembrare, chi si sta formando per tutelare i diritti dei cittadini non gode di alcuna tutela legale, e non riceve la giusta retribuzione che la Costituzione impone. Non è esagerato parlare di sfruttamento legalizzato dei giovani giuristi, di cui beneficiano tanto gli studi privati, quanto lo stato italiano».

I giovani avvocati in che modo possono essere una risorsa da valorizzare?

«Come Coordinamento vogliamo promuovere non solo la valorizzazione dei giovani avvocati, ma anche dei praticanti avvocati e dei tirocinanti del “Decreto del Fare”. La loro valorizzazione è in primo luogo collegata alla responsabilizzazione dei soggetti che sono chiamati, a vario titolo, a seguirli nei percorsi di crescita professionali. È necessario ricostruire una collaborazione, basata sulla fiducia reciproca e lo scambio costruttivo di conoscenze ed energie tra la vecchia guardia e la nuova guardia delle professioni legali, anche con la precisa delimitazione dei confini entro i quali formazione ed attività lavorativa prestata devono restare. Accade invece di frequente che i praticanti avvocati, nonostante la norma di riferimento (l'articolo 41 della Legge n. 247 del 2012) qualifichi formalmente la loro attività come formativa, vengano chiamati ad assolvere incombenze per conto degli avvocati presso i quali svolgono la pratica forense che esulano totalmente dalla formazione dell’aspirante avvocato. Simili condotte ci sono state segnalate anche da parte dei tirocinanti in formazione presso gli uffici giudiziari ai sensi dell'articolo 73 del “Decreto del Fare”, malgrado gli stessi possano contare, in teoria, su un piano formativo più preciso e schematico. Insomma, “i segreti del mestiere” sono custoditi gelosamente, ed i più giovani rischiano di figurare solo come forza lavoro da usare a costo zero, calpestandone la dignità».

Come garantire maggiore spazio ai giovani avvocati nella vita pubblica?

«Il nostro scopo è garantire un adeguato spazio nella vita pubblica non solo ai giovani avvocati, ma anche ai praticanti avvocati, ai tirocinanti ed ex tirocinanti del “Decreto del Fare” ed in generale a tutti i laureati in giurisprudenza. Questo è uno dei motivi che ci ha spinto a fondare il Coordinamento Giovani Giuristi Italiani, abbreviato come Co.Gi.Ta. La riconquista di maggiore spazio, comunque non ancora interamente perduto, richiede inevitabilmente una “normalizzazione” dell’attuale mismatching tra le richieste del mercato e le capacità acquisite dai professionisti legali durante e dopo gli studi, a cui si aggiunge l’esigenza di un cambio culturale nelle professioni forensi, che devono accogliere i vantaggi che la tecnologia offre loro. È opportuno segnalare l’estrema difficoltà dei praticanti avvocati e tirocinanti, complice una normativa non sempre inequivocabile, a far valere le proprie ragioni nei confronti degli organismi che prendono decisioni che li riguardano, quali i Consigli degli Ordini degli avvocati territoriali, presso i quali devono essere iscritti non solo gli avvocati e praticanti avvocati, ma a cui devono rivolgersi anche i tirocinanti del “Decreto del Fare” che chiedano la convalida del proprio tirocinio (di 18 mesi) per lo scomputo di un anno di tirocinio professionale prescritto per chi vuole sostenere l'esame di avvocato. Sembrano però mancare la dovuta attenzione e sensibilità dei suddetti Consigli nei confronti delle esigenze dei praticanti avvocati e per le nuove forme di accesso alla professione, determinando uno scollamento tra i Consiglieri dell’Ordine ed i colleghi più giovani».

Francesco Fravolini

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