Stefano Rolando
Buona e mala politica
11 Agosto Ago 2019 1126 11 agosto 2019

Tanto (per ora) si perde. Combattere, ma puntare sul cantiere liberaldemocratico e rigenerare una alleanza sociale progressista.

Salvini Alla Consolle Al Papeete

Quel che resta dell’agosto e l’avvio di settembre sono due segmenti di tempo che rischiano di avere una inaspettata crucialità. Non c’è ancora certezza del calendario, se esso sarà cioè subito elettorale o in una prima fase pre-elettorale. La fase che si sta manifestando facendo emergere voci pro e contro il voto. Dunque se sarà disponibile un “diluente” della crisi insorta o se la dura scommessa di Matteo Salvini contro il tempo l’avrà avuta vinta. In entrambi i casi è difficile oggi leggere previsioni a favore di esiti positivi per i progressisti.

Le previsioni basate sull’ultima verifica demoscopica

Le proiezioni Ipsos fondate su recenti rilevazioni demoscopiche commentate ieri da Massimo Rebotti sul Corriere (10 agosto) appaiono purtroppo inequivoche. Stravince il centrodestra unito a trazione leghista (413 deputati alla Camera). Oppure, comunque, Salvini ha un tale risultato (da solo sfiorerebbe i 300 deputati) da dettare l’agenda a cui, senza faticare troppo, basterebbe l’apporto della Meloni per garantire un governo. E’ vero che il buon senso chiamerebbe, sul fronte opposto, all’unità, al compattamento “resistenziale”. Ma è anche vero che la grande Vandea che si è prodotta ha bisogno non di un artificio ma di un grande recupero sociale contro la cultura del Papeete (che per prima cosa rinnega la “religione della patria”) insieme alla difesa della storia europea contro le irragionevoli sirene di Putin e Trump.

Senza il PD oggi è difficile reggere l’argine, ma con questo PD non si chiama a raccolta davvero la società civile, non si spronano a fondo gli astenuti (ormai uno su due), non si ridisegna per intero (come necessario) il rilancio della democrazia liberale. Ragionando sul futuro lo spacchettamento del PD in tale contesto, se si dà credito alle voci insistenti dello stesso Renzi, potrebbe persino apparire non come una catastrofe. Perdere per perdere, forse meglio, per soggetti disomogenei poco disponibili a mutue sottomissioni, ritrovare voce, visione e parola nella diversità. Nel gioco degli schieramenti necessari per avere “massa critica”, contano infatti più le alleanze che lo schema bipartitico. E se si vuole, la riprofilazione mascherata dei DS e della Margherita, anche se verrà negata, restituirà a Zingaretti e a Renzi un rapporto meno acciaccato tra certe radici e una certa vocazione del riformismo. Stando al fatto – questo l’impasse – che quell’amalgama a lungo tentato non ha funzionato, rendendo silente o vaga la comunicazione di quel partito. Partito che tuttavia esprime ancora molte energie, alcune figure competenti degne del massimo rispetto e decisivi ambiti elettorali. Attorno a cui va dichiarata un’attenzione consanguinea qualunque sia l’esito della sua immediata evoluzione.

Federare l’intera alleanza anti-sovranista

Dovrebbe confermarsi il ruolo di Paolo Gentiloni come federatore dell’intera alleanza anti-sovranista. Argomento per nulla marginale nello schema della rigenerazione valoriale (e anche nella reinvenzione comunicativa) che deve unitariamente difendere le ragioni della democrazia liberale (i contrappesi). Un federatore non è “una persona”. E’ un progetto, con la sua articolata elaborazione. Che ruolo avrà a quel punto Carlo Calenda? Sarà disciplinato nelle commissioni a Strasburgo e pago di un’infilzata di tweet al giorno? Sarà componente marginale e ruminante del socialismo europeo? Sarà piuttosto al traino di Renzi in un tumultuoso vai e vieni di ruoli? Oppure sarà a sua volta capace e libero di stare nelle opportunità dei rimescolamenti necessari alla “alleanza repubblicana”?

In realtà, se si pensa ai tempi medio-lunghi della vera alternativa alla, oggi evidente, sterzata a destra italiana, la vera partita aperta è quella della ricomposizione di un centro progressista, tra chi lo immagina con venature post-democristiane e chi lo immagina invece più aggressivo con venature liberal-democratiche, senza escludere anche chi potrebbe promuoverlo come punto di incontro di entrambe queste storie, confluenza di percorsi nettamente distinti dal post-comunismo e dal post-fascismo e dunque con radici in senso lato post-risorgimentali.

Non esiste una sola pancia del paese

Una volta di più il passaggio in questione, qui appena abbozzato, non dipende in primis da artificiosi posizionamenti di marketing elettorale dei partiti. Dipende dalla comprensione della alterazione della domanda. E quindi da una profonda sintonia sociale con le narrative (rivendicazioni sfidanti e sentimenti liberati) della politica. Non ha senso l’espressione in voga “parlare alla pancia del paese”. Non c’è una pancia sola. C’è una pancia sanculotta (gli immigrati senza o quasi diritti), una pancia proletaria (larghi ambiti non garantiti), una pancia operaia con residue garanzie, una pancia piccolo-borghese, una pancia borghese. Queste ultime tre hanno subito forti rimescolamenti. Dividendosi ciascuna in una maggioranza (si, purtroppo maggioranza) conservatrice dominata dalla paura; e una minoranza disposta a cambiamenti e contaminazioni ispirata a moderata fiducia nei miglioramenti possibili. Non si fa “centro progressista liberaldemocratico” senza saper parlare alla pancia di una minoranza borghese illuminata e agli ambiti piccolo-borghesi e operai che vogliono far parte di un rapporto responsabile tra tradizione e innovazione. Il nesso tra queste due componenti sociali è una cultura forte del ‘900, messa in difficoltà dalla crisi globalista recente che richiede urgenti saldature attraverso progettazioni serie dell’uscita dalla crisi. Non è un elettorato maggioritario. Ma è un elettorato determinante per evitare a breve la deriva fascistizzante in corso, per riconoscere e contrastare i “dottorini Stranamore gialloverdi” di cui parla Ferruccio De Bortoli nel suo editoriale sul Corriere di oggi; e alla lunga per consolidare i numeri di un’altra Italia.

Chi avrebbe più carte da giocare?

Vediamo, con questo sguardo, chi ha più legittimità e più disponibilità a svelare – ma sarebbe meglio dire “creare” – questo perimetro. Non pochi sono, singolarmente, gli esponenti politici che avrebbero argomenti al riguardo. Ma è il loro contesto di appartenenza a ridurre spesso – per alcuni addirittura a marginalizzare – l’opportunità efficace di argomentare. Ve ne sono nella sinistra radicale (ci sono), nel PD, in Più Europa, nei partiti di tradizione oggi quasi non rappresentati (socialisti, repubblicani, liberali), nell’area di tradizione cattolica, in cespugli di carattere liberale oggi mal collocati nel centrodestra. Quando si passa alla legittimità (radici reali ed esperienziali, scelte effettuate, narrative coerenti) il novero si riduce paurosamente. Nel PD tanto Zingaretti quanto Renzi potrebbero provare a buttar lì un’ipotesi. Ma se partisse da loro – anche uno contro l’altro - l’invocazione avrebbe modesta credibilità. Il primo perché si può anche giocare con le parole, ma almeno usando il lessico legittimo di una propria storia non con quello improvvisato. Zingaretti alla fine mescolerebbe questa opzione con altre dissimili lasciandone alla fine solo un profilo allusivo. E Renzi, per la stessa ragione, ove fosse libero di sistemare il suo pantheon sceglierebbe sentimentalmente i boys-scout, La Pira e don Milani (per altro tre civilissime scelte), non i lib-lab che, stando al potere, ha prevalentemente ignorato. Anche se tanto Zingaretti quanto Renzi (comunque molto apprezzabile il suo ritorno energetico di queste ore) troverebbero certamente e utilmente ragioni di alleanza. Di Calenda si è detto. E con le sue sicure qualità, il neo-parlamentare dem europeo deve anche fare i conti con la sua storia frammentata e nervosa. Non avrebbe diciamo i cromosomi per una ricostruzione culturale e politica ben padroneggiata, che richiede un serio vissuto, non solo una energetica vis polemica. Sarebbe in questa fase un partner utile, non un leader riconoscibile. Si potrebbero fare citazioni a sinistra e a destra del palcoscenico dei candidati possibili, finendo alla fine su un giudizio non dissimile. Insomma nel PD molti aspirerebbero a lanciare questo cantiere, ma la storia e la fisionomia di quel partito avrebbe non poche possibilità di trasformare quelle aspirazioni in fiaschi.

Una via d’uscita per l’attuale impasse di Più Europa

Per questo le precondizioni minime di iniziativa sono oggi maggiormente riconoscibili in Più Europa, che parte dalla precondizione faticosamente conquistata di avere una soglia certa di rappresentanza e di essere l’unico soggetto italiano accreditato nel gruppo liberaldemocratico europeo. Non per quel che ora esattamente esprime ma come sintesi di un progetto ancora chiaramente in costruzione, oggi affidato alla storia credibile di Emma Bonino. Ma anche aperto a un’ulteriore transizione che questa stessa attuale leadership potrebbe esprimere di fronte a un progetto di vera rifondazione liberale. A condizione che il team di Più Europa possa e voglia, senza indugio, guadagnare questo mese di guado immediato e gettare in campo subito il progetto della terza componente dell’alleanza anti-sovranista, esattamente riflettendo la fisionomia del quadro politico europeo. Quella per la quale quello stesso team si è costituito, cioè appunto la componente liberal-democratica europea. Andrebbe – alla luce di questa ipotesi – rapidamente chiuso lo scontro tra radicali e Centro Democratico che ha caratterizzato il congresso nazionale di gennaio e il post-congresso. E andrebbe altrettanto rapidamente aperto visibilmente il cantiere europeo della ricostituzione ad un riferimento chiaro alla politica erede dell’Italia dei Rosselli, dei federalisti, del nittismo, dell’azionismo di La Malfa e Lussu, dell’ispirazione costituzionalista calamandreiana, del coraggio antifascista di Giustizia e Libertà, del rigore einaudiano, della relazione tra cultura crociana e cultura della libertà, della visione dei "liberi e forti" di Sturzo, della saldatura tra illuminismo del nord e del sud. Un cantiere che andrebbe rapidamente consolidato con partnership legate a espressioni di autonomismo aprendosi al ruolo dei sindaci e degli operatori della prossimità nella politica nazionale, già cominciato con le elezioni europee, che in questa formula potrebbe incontrare alcune autorevoli posizioni di interesse (senza tirare qui la giacchetta a Beppe Sala, si ricordano però alcuni suoi accenti proprio al primo congresso nazionale di Più Europa). Solo rivendicando questo ampio baricentro, si potrà proporre a chi ha faticosamente cercato di dare dignità ad una posizione liberale in Forza Italia e nel PD di avvicinarsi a una più solida coerenza di posizioni. Solo restituendo una casa europea dignitosa si consentirà a socialisti, repubblicani e liberali – naturalmente insieme alle attuali componenti cattolico-liberali e radicali – di non sentirsi più misconosciuti nel rivendicare la propria storia.

Non tenere gli occhi sul passato ma sul futuro dell’Europa

Al tempo stesso questo atto di coraggio che riguarda le radici deve essere accompagnato da un secondo altrettanto determinato atto di coraggio. Declinare la scelta non con la testa al passato, non con micro-frazioni che abitano più la memoria che la prospettiva della politica. Il secondo atto di coraggio dovrà infatti essere quello di riassumere la posizione nel cuore della difesa liberal-democratica dell’Europa di oggi, con parole, progetti, priorità (diritti, ambiente, innovazione) che appartengono al rilancio, ancora arduo, del federalismo europeo. Non si deve avere paura di mettere d’accordo tutte le legittime eredità di questo spazio politico che molti dicono incautamente di voler ricostruire, perché alla prima curva mancherebbe loro la condizione di coerenza minima. La posizione va rivendicata con la conoscenza e il rispetto verso radici vere, molte delle quali recise dal fantasioso opportunismo della seconda Repubblica. E al tempo stesso va rigenerata nel quadro di un dialogo immediato e serrato con gli interlocutori attuali che in mezza Europa stanno dimostrando di restituire un’anima al futuro dell’Unione. Presa questa strada si vedrà che i tempi dell’alternativa potrebbero straordinariamente accorciarsi.

Stefano Rolando è presidente di Partitodiazione e membro della direzione nazionale di Più Europa.

Nella fotografia: Matteo Salvini alla consolle del Papeete prima di ballare con le cubiste sulle note dell'Inno di Mameli (foto Unione Sarda)

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