Pino Suriano
Punti di vista
17 Agosto Ago 2019 0842 17 agosto 2019

Giuseppe Conte, il furbastro che passò per statista

Giuseppe Conte_Linkiesta
Altro che statista, Conte è un furbastro
JULIEN WARNAND / POOL / AFP

Si legge da più parti che la lettera di Conte a Salvini sarebbe degna di un grande “statista”. Se fosse stata scritta a settembre 2018, quando le condizioni c’erano già tutte, forse sì.

Scritta oggi, invece, fa pensare a quegli studenti che per cinque anni non hanno il coraggio di ribellarsi e solo dopo la maturità fanno il dito medio agli insegnanti. Si è credibili quando ci si oppone per tempo, non quando conviene. O quando Mattarella e Renzi (e tutti i “giornaloni dell’establishment”, lessico mutuato dal suo partito, M5s) ti hanno già coperto le spalle. Non sarebbe male ricordargli da dove vengono lui, il posto che occupa e l’attuale prestigio da “statista”: da un contratto tra i cittadini Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

Una volta, appena divenuto premier, Renzi, in quanto ex premier, parlò di lui definendolo “collega”. Lui rispose con una perfidia che diceva già tutto dell’uomo: “Perché, Renzi è un docente universitario?”. Renzi no: infatti aveva fatto il sindaco, il Presidente della Provincia, si era fatto le Primarie del partito e le aveva vinte riprovandoci dopo una sconfitta e solo così era diventato Premier, partendo dal basso.

Qualcosina in più rispetto a un “semplice” professore universitario. E penso che anche Salvini, artefice di un volo di consenso dal 4 al 34% per la Lega, qualcosina in più di lui l’avrà fatta. Approvare la scelta di piazzarlo lì come “statista”, per dirne una.

A parte il bello stile e le tante lingue, ha forse deciso qualcosa in questo anno? Nulla, finché non ha scelto di distruggere il vessillo anti-Tav del M5s per issare il proprio e garantirsi il profilo istituzionale che oggi lo premia. E ora proprio i 5s lo applaudono, dopo che ne ha ridotto a zero l’immagine di coerenza. Il guaio è che c’erano anche i commenti di tanti politici del Pd a sostegno di quella lettera.

L’amore di Ferragosto per Giuseppe Conte è l’ennesima pulsione umorale di un Paese che sembra stia guardando la crisi come una partita di poker, e usa criteri di tifo, non di giudizio. “Vedete che sberla”, “L’ha atterrato proprio”. Come se in mezzo non ci fosse il destino dei nostri figli ma uno spettacolo muscolare. Sempre umori sono. Anche quando portano la cravatta e l’aplomb di Giuseppe Conte.

Resta una domanda ai tanti laudatores dell'ultimo giorno: cosa ha fatto Conte di particolarmente eroico, intelligente, rispetto a ciò che avrebbe fatto ciascuno di noi nella condizione politica di “sfanculato” da Salvini e protetto ora da tutto il resto del mondo? Niente.

Quella di Ferragosto è la lettera di un furbastro, altro che statista.

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