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Passione e Competenza per un'Italia migliore
6 Settembre Set 2019 1047 06 settembre 2019

C’è molta voglia di partecipazione per “scegliere il futuro”

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I giovani che hanno accolto Greta a New York reclamano il diritto di decidere, come quelli che manifestano a Hong Kong. Anche il nuovo governo italiano vuole coinvolgere le persone in un disegno innovatore, ma ci vuole concretezza.

“La libertà non è star sopra un albero, libertà è partecipazione” cantava Giorgio Gaber, all’indomani del ’68. Poi le cose andarono come andarono, si polverizzò il comunismo liberando dalla dittatura interi popoli, si affermò la globalizzazione facendo uscire dalla povertà estrema centinaia di milioni di persone, ma molti, troppi, si sentirono (non senza ragione) esclusi dai processi decisionali, con tutte le conseguenze che abbiamo visto in questi anni. Senza partecipare è difficile capire e quando non si capiscono i grandi meccanismi che cambiano la società, scattano reazioni rabbiose e ogni mutamento economico e sociale viene vissuto come una perdita di ruolo da contrastare, costi quel che costi.

Siamo però in una stagione nella quale la gente vuole farsi nuovamente sentire. Le migliaia di giovani che hanno accolto Greta Thunberg al suo arrivo a New York confermano che il movimento Fridays for future è davvero un fenomeno rilevante, che sta preparando una grande mobilitazione per l’ultima decade di settembre, in coincidenza col Climate action summit e con l’Assemblea Generale dell’Onu sull’Agenda 2030. Ma anche altri episodi indicano forte voglia di partecipazione: dalle centinaia di migliaia di persone che si mobilitano per la libertà di Hong Kong, alla grande protesta in Gran Bretagna contro la scelta di Boris Johnson di chiudere il Parlamento di Westminster per far passare la sua scelta di Brexit no deal, senza dimenticare l’aumento della partecipazione alle elezioni del Parlamento europeo dello scorso maggio, soprattutto dei giovani europei. Non a caso, il Goal 16 dell’Agenda 2030 dell’Onu ribadisce l’importanza di creare a tutti i livelli “organismi efficienti, responsabili e inclusivi”: che cioè tengano conto della volontà popolare senza imporre dall’alto le scelte vitali per un Paese.

Anche in Italia sembrano emergere segnali che indicano una domanda di maggiore partecipazione. L’attenzione della popolazione italiana, nonostante il periodo estivo, alla crisi politica e il numero molto elevato (ancorché limitato in termini assoluti) dei votanti sulla piattaforma Rousseau del Movimento 5 stelle sono i segnali più recenti, ma non va dimenticato il milione e mezzo di persone che hanno partecipato nel marzo scorso alle primarie del Partito democratico, e la vivacità delle tante forme di cittadinanza attiva di cui il nostro Paese è ricco.

Restando in Italia, il secondo governo presieduto da Giuseppe Conte saprà rispondere a questa domanda globale, coinvolgendo i cittadini nel cambiamento che tanto si invoca? Saprà operare un cambio di ottica, per guardare al di là delle scelte contingenti e costruire col consenso popolare un “progetto Paese” traguardato sui prossimi dieci anni? Visto che scrivo poche ore dopo l’annuncio della nascita del nuovo governo e prima delle dichiarazioni programmatiche che il Presidente Conte illustrerà la prossima settimana, chiedendo la fiducia del Parlamento, è troppo presto per poter dare una risposta, anche solo prospettica, sull’impostazione del nuovo Esecutivo.

Il 4 ottobre, con il Rapporto ASviS 2019, l’Alleanza esprimerà la sua valutazione sul programma di governo, così come le proprie proposte (basate su dettagliate analisi della situazione globale, europea e nazionale). Per inciso, sembra che la pubblicazione del Rapporto sia molto attesa: ieri, nelle prime sei ore dopo l’apertura delle registrazioni erano già state registrate oltre 400 richieste di partecipazione. Ma fin d’ora, può essere utile commentare le recenti dichiarazioni di Conte e il programma in 29 punti diffuso ieri, sintesi del dialogo tra le forze politiche della nuova maggioranza.

Dalle dichiarazioni che Conte ha fatto a partire dal G7 di Biarritz, così come da quelle dei leader dei gruppi politici che sostengono il nuovo Governo, appare evidente che le parole “sostenibilità” e “sviluppo sostenibile” sono state pronunciate con una frequenza inusuale. Il programma non solo cita l’Agenda 2030 al terzo dei 29 punti, ma parla di transizione del sistema produttivo in chiave ambientale, green new deal, di passaggio all’economia circolare, di protezione dell’ambiente e della biodiversità (citando anche un possibile intervento sulla nostra Costituzione, come proposto dall’ASviS), di messa in sicurezza del territorio, di potenziamento del sistema universitario e della ricerca, di aumento degli investimenti in innovazione tecnologica, di agenda urbana per lo sviluppo sostenibile (di cui ASviS e Urban@it hanno già pubblicato un testo e un Report di aggiornamento), di lotta alle disuguaglianze, per citare solo alcuni passaggi dei 29 punti.

Si tratta, come è stato notato da molti commentatori, dei temi di maggiore convergenza tra le forze politiche che sosterranno la nuova compagine ed è quindi politicamente comprensibile (e positivo per il Paese) che essi ricevano maggiore attenzione. Ovviamente, dalle dichiarazioni programmatiche alle misure concrete c’è quel mare che sta fra il dire e il fare; per questo l’ASviS rafforzerà la propria funzione di pungolo all’esecutivo e di interlocuzione di tutte le forze politiche (anche quelle di opposizione, come sempre) per dare concretezza alle intenzioni. Oggi sul sito dell’ASviS pubblichiamo una prima analisi del programma del nuovo governo alla luce degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, che aiuta a individuare punti di forza ed eventuali carenze rispetto all’Agenda 2030.

Si deve anche sottolineare che il “Conte due”, pur nella evidente, assoluta discontinuità con il precedente governo, non parte da zero, perché su alcuni aspetti legati al coordinamento delle politiche per l’Agenda 2030 può avvalersi del lavoro (e delle esperienze) del “Conte uno”. Ci riferiamo, per esempio, alla istituzione a Palazzo Chigi della Cabina di regia che dovrebbe aiutare il Presidente del Consiglio nel coordinamento di tutti i ministeri nell’ottica dell’Agenda 2030, con il supporto di un Comitato di esperti di cui fa parte anche il portavoce dell’ASviS Enrico Giovannini. Ricordiamo anche le iniziative del ministero dell’Ambiente per “territorializzare” le politiche rilevanti per l’Agenda 2030, con i bandi pubblicati ad agosto che consentono alle Regioni e alle Città metropolitane di formulare programmi concreti.

Il secondo punto da sottolineare riguarda il rapporto con l’Unione europea. Ursula von der Leyen deve ancora annunciare la composizione e i ruoli della sua Commissione, ma come abbiamo sottolineato più volte, sotto la sua guida l’Europa potrebbe riconquistare una leadership mondiale per l’attuazione dell’Agenda 2030. In questo processo Roma deve essere coprotagonista: un rapporto costruttivo con Bruxelles è fondamentale per mettere l’Italia sul sentiero dello sviluppo sostenibile. L’annunciata nomina di Paolo Gentiloni a commissario europeo fa ben sperare, visto che da Presidente del Consiglio fu lui a firmare la direttiva per il coordinamento delle politiche ai fini dell’Agenda 2030.

La terza nota, meno positiva, riguarda l’atteggiamento di certa stampa, e non ci riferiamo soltanto ai giornali pregiudizialmente contrari al nuovo governo. Per molti commentatori, termini come “economia circolare”, “green economy”, “giusta transizione contro la crisi climatica” fanno parte di quel limbo di buone intenzioni favoleggiato da molti anni, da quando cioè si è cominciato a parlare di un mitico “nuovo modello di sviluppo”. Noi che viviamo e raccontiamo tutti i giorni i fatti, gli studi, le battaglie che danno sostanza alla svolta verso un mondo sostenibile, sappiamo che non è così, che molte cose stanno effettivamente cambiando, anche se non abbastanza. Tra quelli che negano questa realtà in certi casi c’è malafede, ma in molti altri semplicemente pigrizia intellettuale. Piuttosto che ricercare il nuovo è più facile raccontare il business as usual, ripercorrere le solite fruste polemiche, magari lamentarsi usando vecchi stereotipi, nella convinzione che tanto non cambierà mai niente. Faremo di tutto perché si sbaglino.

a cura di Donato Speroni, Responsabile della Redazione dell'ASviS

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