Elisabetta Favale
E(li's)books
11 Settembre Set 2019 1148 11 settembre 2019

Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka . Recensione

Julie Otsuka Venivamo Tutte Per Mare 9788833927190 4

Un romanzo piccolo piccolo, appena 142 pagine, un gioiello da custodire ed esporre in bella mostra sulla libreria perchè questa storia e lo stile di Julie Otsuka in Venivamo tutte per mare (The Buddha in the attic il titolo originale) è qualcosa di veramente originale, così come la costruzione narrativa.

Il libro

“ “Da anni" ha dichiarato Julie Otsuka, "volevo raccontare la storia delle migliaia di giovani donne giapponesi - le cosiddette "spose in fotografia" che giunsero in America all'inizio del Novecento. Mi ero imbattuta in tantissime storie interessanti durante la mia ricerca e volevo raccontarle tutte. Capii che non mi occorreva una protagonista. Avrei raccontato la storia dal punto di vista di un 'noi' corale, di un intero gruppo di giovani spose". Una voce forte, corale e ipnotica racconta dunque la vita straordinaria di queste donne, partite dal Giappone per andare in sposa agli immigrati giapponesi in America, a cominciare da quel primo, arduo viaggio collettivo attraverso l'oceano. È su quella nave affollata che le giovani, ignare e piene di speranza, si scambiano le fotografie dei mariti sconosciuti, immaginano insieme il futuro incerto in una terra straniera. A quei giorni pieni di trepidazione, seguirà l'arrivo a San Francisco, la prima notte di nozze, il lavoro sfibrante, la lotta per imparare una nuova lingua e capire una nuova cultura, l'esperienza del parto e della maternità, il devastante arrivo della guerra, con l'attacco di Pearl Harbour e la decisione di Franklin D. Roosevelt di considerare i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici. Fin dalle prime righe, la voce collettiva inventata dall'autrice attira il lettore dentro un vortice di storie fatte di speranza, rimpianto, nostalgia, paura, dolore, fatica, orrore, incertezza, senza mai dargli tregua.”

La mia lettura

Spesso leggiamo di alcuni romanzi: “è un romanzo corale”, in questo caso lo è davvero e lo è al 100% dal momento che non ci sono protagonisti, non ci sono personaggi che spiccano più di altri, di cui ricordare i nomi, c’è un’unica voce sommessa che arriva al lettore con una cadenza talvolta simile a quella dei versi di una poesia, altre col ritmo di una cronaca alla radio. L’esperienza collettiva di queste donne non le fa scomparire nella moltitudine, al contrario, riesce ad esaltarne l’individualità con rapide descrizioni, brandelli di frasi e sentimenti.

I capitoli del libro sono divisi per tema. Il primo è quello del racconto della traversata per mare, è il capitolo delle speranze, dei sogni non ancora infranti, della nostalgia della casa appena lasciata, della curiosità per il nuovo che sta arrivando, dei batticuore per l’amore mai provato o dimenticato, desiderato e temuto.

Sulla nave eravamo quasi tutte vergini. Avevamo i capelli lunghi e neri e piedi piatti e larghi, e non eravamo alte. […] alcune di noi avevano appena quattordici anni ed erano ancora bambine […]alcune di noi sulla nave venivano da Kyoto, avevano la pelle chiara e delicata, ed erano sempre vissute nella penombra delle stanze sul retro […] alcune erano figlie di contadini della prefettura di Yamaguchi, ragazze con i polsi grossi e le spalle larghe che non erano mai andate a letto dopo le nove…

Le fotografie di quei mariti rappresentano per le giovani giapponesi la speranza di una vita migliore in America. I loro bauli pieni di cimeli, abiti tradizionali, oggetti di vita quotidiana rappresentano la vita in Giappone che si sono lasciate alle spalle e un giorno bruceranno quei bauli. Le lettere ricevute da quei mariti ma scritte da altri saranno simbolo dell’inganno in cui sono cadute.

Le lettere erano state scritte dai “professionisti della bella calligrafia che di mestiere raccontavano bugie e conquistavano cuori. Che nel sentir gridare i nostri nomi dalla terraferma, una di noi si sarebbe girata coprendosi gli occhi. –Voglio tornare a casa- ma tutte le altre avrebbero abbassato la testa, si sarebbero lisciatela gonna del kimono e sarebbero scese dalla passerella per uscire nel giorno ancora tiepido. Questa è l’America, ci saremmo dette, non c’è nulla di cui preoccuparsi. E ci saremmo sbagliate

E poi arriva il capitolo dedicato alla “Prima notte”, alcune voci arrivano flebili, altre straziate, altre ironiche, nessuna direi appassionata. Qualcuna delle voci si alza più delle altre e il dolore arriva al lettore che ne rimane turbato tant’è disperata.

Avevo tredici anni e non avevo mai guardato un uomo negli occhi. Ci presero con comodo, da dietro, mentre ci affacciavamo alla finestra per ammirare le luci della città sotto di noi […] ci legarono e ci presero a faccia in giù su moquette logore […] ci presero con frenesia, sopra lenzuola macchiate di giallo. Ci presero bruscamente, precipitosamente, senza badare al nostro dolore. Credevo che mi sarebbe esploso l’utero. Ci presero anche se stringevamo le gambe e dicevamo –No, ti prego- […] Ci presero rapidamente, più volte e per tutta la notte, e il mattino dopo appartenevamo a loro””

Si impara a conoscere questa operosa comunità giapponese capitolo dopo capitolo, che lavoro fanno? In che case vivono? Hanno figli? Vicini di casa? Ambizioni? A cosa si sono dovuti piegare? Cosa hanno imparato ad accettare? E come è accaduto che si trovassero infine nemici degli amici, in quelle che erano le loro case, i loro negozi, i loro quartieri?

Eravamo più svelti dei filippini e meno arroganti degli indù. Eravamo più disciplinati dei coreani. Eravamo più sobri dei messicani. Eravamo più convenienti dei braccianti poveri dell’Oklaoma e dell’Arkansas. […] Ci dimenticammo di Budda. Ci dimenticammo di Dio. Sviluppammo un gelo interiore che a tutt’oggi non si è ancora sciolto.”

Ecco Pearl Harbor, ecco che la guerra strappa quelle donne e le loro famiglie alla vita così duramente conquistata.

Emblematico il fatto che è solo a questo punto che quelle donne emergono una a una dal coro, voci soliste Iyo parte con una sveglia che suonava da qualche parte nella sua valigia, ma non si fermò per spegnerla, Kimiko che lasciò la borsa sul tavolo della cucina ma se lo ricorda quando oramai è troppo tardi, Haruko invece ha lasciato un piccolo Budda in ottone che rideva, lo ha lasciato in un angolo della soffitta, dove sta ancora ridendo …

Ipnotizzante la voce di Julie Otsuka che non accusa, non rivendica, lascia soltanto che la storia la chiudano altre voci, le voci degli Americani, di quegli americani che tutto sommato erano riusciti a integrare nella comunità donne e uomini abituati ad annuire, a lavorare per e con e col talento di vivere ai margini.

Il vuoto che lasciano è grande e Julie Otsuka lo racconta con tale maestria da renderlo concreto, materiale, assordante.

“In vetrina è appeso un cartello scritto a mano che nessuno di noi ricorda di avere mai visto: Dio sia con voi finché non ci incontreremo di nuovo. E naturalmente non possiamo fare a meno di chiederci: chi ha appeso il cartello? E’ stato uno di loro? Oppure uno di noi? […] e scrutiamo nell’oscurità, quasi aspettandoci che il signor Harada si precipiti fuori da dietro il banco con il suo grembiule verde sbiadito, offrendoci un asparago, una fragola perfetta …”

Venivamo tutte per mare - Julie Otsuka

La traduzione è di Silvia Pareschi, la casa editrice che ha portato questa perla in Italia è la Bollati Boringhieri.

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