Francescomaria Tuccillo
Ponte sull'Africa
13 Settembre Set 2019 1747 13 settembre 2019

LO SNODO EUROPEO - L’ineludibile cammino verso una Costituzione per l’Europa

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Ursula von der Leyen

L’Europa sta vivendo un momento molto particolare, i cui esiti potranno avere ripercussioni anche sulle relazioni, oggi stanche, tra il nostro continente e quello africano.

Per usare un’immagine, la fase che attraversiamo ricorda i «deviatoi» o scambi, cioè quei punti della rete ferroviaria in cui un treno prende una direzione piuttosto che un’altra. Scegliere la direzione giusta conduce alla meta. Optare per quella sbagliata può causare incidenti fatali.

Che cosa è accaduto negli ultimi mesi? Innanzi tutto i sovranismi, che apparivano avviati verso un trionfo rapido e sicuro, sono all’angolo. In Italia il partito nazional-sovranista si è auto-estromesso dal ponte di comando per eccesso di sicurezza o di arroganza o di incompetenza. O di tutte e tre le cose insieme. Nel Regno Unito l’accanito fautore di un hard Brexit ha sfidato a testa bassa il Parlamento della più antica democrazia d’Europa, arrivando addirittura a chiuderlo, ma vi è stato più volte pesantemente sconfitto. La Francia sta riprendendo il suo cammino dopo gli sciagurati attacchi dei gilet gialli e i nazionalisti lepenisti restano confinati all’opposizione. In Austria i primi sovranisti che hanno conquistato il potere esecutivo sono travolti dal loro personale Russia gate. Gravi scandali hanno isolato e indebolito anche i nazionalisti ungheresi e polacchi. In Germania, pochi giorni fa, il partito di estrema destra AFD ha vinto, sì, le elezioni in Sassonia e Brandeburgo ma non è riuscito a sorpassare le due formazioni al governo, come pure prevedevano i sondaggi.

Chi li ha sconfitti? Loro risponderebbero: i «poteri forti» del pianeta. Non è così, tanto più che alcuni di questi poteri forti li sostengono o addirittura li guidano da lontano: pensiamo alle grandi potenze che, a oriente come a occidente, sperano nella distruzione del disegno unitario europeo.

Li ha sconfitti piuttosto la loro stessa natura: i sovranisti sanno indubbiamente dare voce alla «pancia» della società e ai suoi problemi reali, ma poi non sono capaci di risolverli perché non sanno affrontare la complessità oltre gli slogan. E gli elettori lo intuiscono. Inoltre a sconfiggerli è stato un elemento che capiscono poco e digeriscono male: la democrazia parlamentare che, ancora una volta, si rivela «la peggior forma di governo possibile a eccezione di tutte le altre».

In sostanza, come ha scritto Massimo Franco ieri, 12 settembre, sul «Corriere della Sera», «riguardando la foto di gruppo per la manifestazione di Milano voluta da Salvini nell’aprile scorso con l’ambizione di far diventare quello populista il primo gruppo a Bruxelles, sembra scattata un secolo fa». A Bruxelles si insedierà invece, il 1° novembre prossimo, una nuova Commissione, la prima guidata da una donna, il che è di per sé un segnale positivo di innovazione e di cambiamento.

Boris Johnson

Siamo insomma in presenza di una serie di congiunzioni astrali che consentirebbero al «treno europeo» di imboccare finalmente la giusta direzione verso la propria meta. Quale? Ai miei occhi la risposta è semplice: la riforma dei Trattati e il varo di un tavolo costituente.

A proposito di Trattati, Ursula von der Leyen ha già annunciato la volontà di rivedere quello di Dublino. E il cammino per arrivare a una difesa comune europea è da tempo in corso. Ma queste pur lodevoli riforme non saranno sufficienti senza un quadro istituzionale nuovo, che dia, in sintesi, più poteri all’Europa e decresca progressivamente quelli dei suoi Stati-Nazione, modello di matrice ottocentesca che mostra ogni giorno i propri limiti in un’epoca in cui ogni Paese europeo – perfino la Francia, perfino la Germania, perfino il Regno Unito – si troverebbe a diventare, da solo, l’estrema periferia del mondo.

Se si vogliono costruire prospettive reali di sviluppo per l’Europa e per ciascuno di noi, il cammino da intraprendere è quindi l’esatto opposto di quello auspicato a fragor di propaganda dai sovranisti. E per compierlo occorre una Costituzione europea. L’idea originaria è antica: risale ad Altiero Spinelli, che già vedeva i Trattati solo come un primo passo verso una carta costituzionale. Un altro tentativo venne promosso all’inizio degli anni 2000: una Costituzione per l’Europa fu redatta nel 2003 e bloccata nel 2007 dal veto della Francia e dei Paesi Bassi.

Uno degli ostacoli che ne impedirono allora la nascita fu il disaccordo sul riconoscimento delle radici cristiane del nostro continente. Mentre alcuni laici al di sopra di ogni sospetto, come Giuliano Amato tra gli altri, promossero con convinzione questo punto fondamentale, altri vi furono talmente ostili da compromettere l’intero disegno costituzionale. Ma oggi si stanno, non a caso, ravvedendo poiché ammettono la forza politica e culturale implicita in tale consapevolezza identitaria.

Riconoscersi cristiani non significa ovviamente adottare un approccio confessionale nella gestione della Polis, ma valorizzare il fondamentale tratto comune di tutti i territori europei, popolati di cattolici, ortodossi o protestanti: la centralità dell’essere umano e l’apertura all’altro. È questo il DNA del nostro continente, il suo tratto distintivo nel mondo e la materia prima che gli ha permesso di distinguersi nei secoli come un faro della legalità, della civiltà e dell’umanità. E addirittura della creatività e dell’innovazione: solo chi mette lo spirito e i diritti umani al centro del proprio pensiero può infatti ascendere ai vertici della speculazione e dell’arte.

Adesso è il momento per riprendere il lavoro interrotto, attivando un tavolo di giuristi che abbia la missione di giungere finalmente a una Costituzione europea comune, che includa tale DNA identitario per farne uno strumento di connessione tra i suoi popoli e di apertura verso gli altri, a cominciare da quelli africani. L’Europa è l’interlocutore naturale dell’Africa, per prossimità geografica e legami storici. Eppure oggi è assente (o presente in modo frammentario) in un continente cui tutti guardano – Cina, India, Stati Uniti e Russia – come a uno degli snodi strategici, economici e commerciali del pianeta.

Un’Unione con un assetto costituzionale comune potrebbe invece parlare, in Africa e altrove, con una sola voce. Perché smetterebbe di essere un «mercato», per diventare un «soggetto politico» più unito al suo interno e più forte nel mondo.

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